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Raffaello e le sue rappresentazioni della Vergine Maria

Raffaello Sanzio nasce ad Urbino il 28 marzo o il 6 aprile 1483, figlio del pittore Giovanni Santi e di Magia di Battista di Nicola Ciarda. Vasari indica come giorno della nascita il 28 marzo, ma una successiva voce darebbe Raffaello nato il 6 aprile nello stesso giorno della sua successiva morte. Giovanissimo inizia a lavorare nella bottega del padre, pittore di un certo livello, fino a quando quest’ultimo non muore quando Raffaello ha undici anni.

Il giovane Sanzio, che aveva già perso la madre all’età di otto anni, inizia a lavorare presso Pietro Vannucci, il famoso Perugino, e nella sua bottega muove i primi passi che gli consentiranno di divenire uno fra gli artisti più completi ed abili di tutta l’arte italiana. In questo periodo stringerà anche una profonda amicizia con il pittore Pinturicchio, che al tempo era già molto noto.

 A ventun anni si trasferisce a Firenze spinto dalla voglia di conoscenza per i lavori di Michelangelo, come dimostrano anche alcune delle opere eseguite da Raffaello in questo periodo dove è chiaramente riconoscibile l’influenza dell’artista toscano.

Di questo periodo famose sono le Madonne col Bambino, tra le quali la Madonna del Belvedere realizzata per Taddeo Taddei nel 1506, o la Madonna del Cardellino dipinta sempre nello stesso anno per il commerciante di lana Lorenzo Nasi.

Viene chiamato a Roma da Papa Giulio II per partecipare al progetto di rinnovamento urbanistico ed artistico della città nel 1508; molto probabilmente il suo nome fu suggerito al Pontefice dal conterraneo dell’artista, Bramante, anche lui impegnato con alcune commissioni papali. Trasferitosi nella città romana si ritrova a competere con Michelangelo per le assegnazioni delle commissioni papali, si accentua così la rivalità tra i due artisti.

Si creano due schieramenti avversi, uno a sostegno di Raffaello, capeggiato dal Bramante, l’altro sostenitore di Michelangelo, che vantava nomi celebri come Sebastiano del Piombo. In questa continua diatriba tra i due artisti non è mai però mancata l’ammirazione che entrambi provavano per il rispettivo rivale.

Nel 1514 è nominato “Architetto di S. Pietro” da Papa Leone X, che gli consegna la carica sotto consiglio del Bramante, che prima della morte aveva indicato proprio Raffaello come suo degno successore nella costruzione delle nuove opere monumentali vaticane.

Raffaello perciò prende in carico anche i lavori per la costruzione della nuova Basilica di S. Pietro, apportando alcune modifiche al progetto originale del Bramante e rimanendo direttore dei lavori fino alla sua morte.

Sanzio non è stato però solo pittore ed architetto, ma ha sempre avuto a cuore la preservazione e lo studio di tutte le antichità e i monumenti della Roma antica, che nel periodo rinascimentale venivano saccheggiati dei loro marmi o lasciati alla loro rovina, perdendo così un pezzo importante della storia e dell’arte italica.

In una lettera del 1519 Raffaello chiede a Baldassarre Castiglione di intercedere per lui presso Papa Leone X chiedendogli di agire per la preservazione dei monumenti antichi di Roma, affinché non andasse perduta una così ricca eredità artistica.

L’idea di preservazione e studio dell’antichità dell’artista di Urbino può essere quindi ritenuta anticipatrice dell’odierno concetto di cura del patrimonio artistico e culturale e della metodologia di studio della scienza archeologica.

Durante la sua permanenza romana Raffaello sì innamora perdutamente di una popolana, figlia di un fornaio di Trastevere. La donna amata è Margherita Luti, rappresentata da Sanzio in molti suoi dipinti.

Il dipinto più celebre in cui compare rappresentata Margherita Luti è senz’altro La Fornarina, dipinto nel 1520 e conservato oggi a Palazzo Barberini Margherita Luti non è solo la protagonista de La Fornarina, ma serve da modella per molte altre opere di Raffaello tra cui alcune delle sue Madonne come la Madonna Sistina conservata a Desdra e la Madonna della Seggiola esposta a Palazzo Pitti.

In ognuna delle Madonne rappresentate dall’artista Urbinate si può ammirare la sua eleganza pittorica: tutte presentano una bellezza quasi sovrannaturale, la bellezza fisica si fonde con la bellezza dell’anima facendo trasparire la grazia insita in queste figure, l’equilibrio compositivo è ai massimi livelli, una forte sensazione di serenità viene trasmessa a chi fruisce dell’opera, una serenità legata alla religiosità del soggetto rappresentato che trasmette un sentimento tenero e di benevolenza.

Madonna Sistina

Realizzata tra il 1513 e il 1514, durante il pontificato di Leone X, ha portato gli studiosi a pensare fosse stata realizzata come stendardo processionale poiché il supporto di tela è insolito per i lavori del Sanzio di questo periodo.

Alcuni hanno ipotizzato potesse essere nata per la tomba di Giulio II, ma ad oggi è certo che venne dipinta per il Convento di San Sisto a Piacenza, tesi corroborata anche dai progetti michelangioleschi per il monumento funebre del Pontefice della Rovere che non prevedevano alcun tipo di pala d’altare.

Nel 1754 l’opera finisce in mano di Augusto III di Polonia che, come elettore di Sassonia, porta il dipinto a Dresda. Nel 1945 viene trasferita a Mosca e farà ritorno a Desdra solo nel 1955.

Il dipinto presenta un’ impostazione scenica che ricorda quella di rappresentazione teatrale. Al centro la Madonna che discende da un nugolo di nubi dove è possibile vedere volti di cherubini, in braccio il bambin Gesù che volge lo sguardo direttamente allo spettatore. Ai lati San Sisto e Santa Barbara, posti come mediatori fra i fedeli e la Maria Vergine. 

Il movimento della Madonna è dato dal leggero moto della veste più che dalla rappresentazione di un moto dei personaggi. In basso un parapetto accentua la teatralità della scena con due angioletti appoggiati ad esso, divenuti molto popolari e ripresi nei secoli successivi come figure a se stanti.

La particolarità dell’opera sta nel modo in cui il Divino si pone ai fedeli: Maria intercede per loro, il bambino è offerto alla vista degli spettatori; non sono i fedeli che ammirano Dio, ma è la Divinità che si presenta a loro.

La Madonna è raffigurata con semplicità, una grande umanità traspare dalla sua persona, ma è la luce di purezza che ella emana che la rende perfetta, al di là di ogni possibile contestualizzazione umana.

Madonna del Cardellino

L’opera risale al periodo fiorentino di Raffaello e si pensa fu realizzata per il matrimonio di Lorenzo Nasi con Sandra Canigiani. Nel 1547 l’abitazione dei coniugi è colpita da una frana e il dipinto viene recuperato dalle macerie, in diciassette diversi frammenti venendo poi restaurata. Finisce successivamente nelle mani di Giovan Carlo de’ Medici nel 1666 per poi essere ceduta al Museo degli Uffizi, dove ancora oggi è conservata.

Le figure della composizione sono immerse in un paesaggio aulico, fluviale; al centro la Vergine è seduta su una roccia, a sinistra un San Giovanni Battista bambino tiene tra le mani un cardellino, simbolo della Passione di Cristo; il piccolo Gesù, tra le gambe della madre accarezza l’uccellino mentre poggia un piedino su quello della madre, forse a ricordare la Madonna di Bruges di Michelangelo.

Un gioco di sguardi e gesti legano i personaggi a richiamare il modello leonardesco del “San Anna, la Vergine, il Bambino e l’agnellino”, ma a differenza dell’ambiguità e indizi nascosti Raffaello crea una composizione ricca di spiritualità, dai toni dolci, sottolineando i legami familiari.

Di derivazione leonardesca anche l’impostazione piramidale e l’uso sapiente dello sfumato nei volti dei protagonisti e della prospettiva aerea nel paesaggio. Raffaello però accentua il chiaroscuro, le emozioni dei personaggi sono più limpide, come la malinconia sul volto della Madonna che legge del futuro del figlio sul libro che tiene in mano.

Simbolici anche i colori della veste mariana: il rosso a ricordo nuovamente della Passione di Cristo e il blu che rimanda alla Chiesa. Raffaello arriva a piena maturazione con questo lavoro artistico portando a compimento il suo ideale di bellezza e l’equilibro della composizione che sempre lo caratterizzerà.

Madonna della Seggiola

Quest’opera del Sanzio è datata dagli studiosi intorno al 1513-1514, successiva alla realizzazione della Stanza di Eliodoro in Vaticano, ed è stata dipinta probabilmente su commissione di Leone X che la spedì successivamente a Firenze ad alcuni suoi parenti.

È conservata oggi a Palazzo Pitti, dopo aver soggiornato in Francia durante il periodo napoleonico dal 1799 al 1815. Le dimensioni della tavola sono modeste, 71 cm e il nome deriva dalla sedia camerale, in uso nel contesto papale, sulla quale siede la Madonna.

Tutta la composizione richiama allo stile michelangiolesco, le figure hanno una concreta plasticità, la fisicità è massiccia, importante, anche se il tutto è calmierato e reso più equilibrato dall’evidente raffinato stile raffaellesco.

Il dipinto presenta solamente tre figure: al centro la Madonna tiene in braccio Gesù, tutti e due rivolgono lo sguardo all’esterno, ma mentre la Vergine guarda direttamente allo spettatore, il bambinello sembra volgere lo sguardo ad un punto più lontano, in una direzione a noi sconosciuta.

Maria solleva un ginocchio per tenere meglio in grembo il figlio, questo fa spostare il baricentro della sua figura, spostandola in avanti e dando così la sensazione che stia cullando il bimbo, in un gesto di amorevole affetto materno. Le teste dei due si toccano, a sottolineare l’intimità della scena che viene equilibrata dalla figura di San Giovanni bambino, posto sulla destra, uscente dallo sfondo nero mentre rivolge una preghiera alla Vergine.

Le vesti di Maria non sono nulla di regale, rimandano ad un abbigliamento modesto, quasi quello di una popolana. Leggenda vuole che Raffaello si sia ispirato ad una contadina vista a Velletri colta a prendersi cura del proprio bambino. In questa rappresentazione è chiara l’umanizzazione della Vergine, l’amore materno pervade tutta la raffigurazione donandole un’aura soave e dolce.

Non manca però lo stile raffinato di Raffaello, un equilibrio compositivo che rende il dipinto un capolavoro di bravura ed ingegno, insito nel movimento circolare lo pervade e dal sapiente gioco di toni caldi e freddi che con contrasto danno risalto alle figure della Madonna e del Bambino.

Madonna del Baldacchino

Conservata oggi alla Galleria Palatina di Firenze è databile tra il 1506 e il 1508, realizzata su olio su tele originariamente per la Cappella Dei di Santo Spirito a Firenze. Ultima del periodo fiorentino del Sanzio è rimasta incompleta poiché Raffaello venne chiamato a Roma da Papa Giulio II.

Nel 1697 arriva nelle mani di Ferdinando de’ Medici che affida il suo completamento a Niccolò ed Agostino Cassana, sebbene gli interventi rimangano ad oggi individuali e limitati ad alcune aeree.

Il dipinto rappresenta una Sacra Conversazione, dove la Vergine Maria è rappresentata trionfante su di un trono, mentre degli angeli reggono il baldacchino. Tenera è l’immagine di Gesù Bambino, che gioca con il proprio piedino, lasciando intravedere la sua parte più umana. Dietro è raffigurato un’abside semicircolare, ai lati del baldacchino invece quattro Santi: Pietro, Bernardo da Chiaravalle, Giacomo Maggiore e Agostino.

La rappresentazione è scorciata, San Agostino indica con il braccio lo spazio semicircolare alla sua sinistra dando un senso di respiro all’intera opera; alla base del trono due angioletti leggono un cartiglio.

 La simmetria governa tutta l’opera, i personaggi sono legati da sguardi e gesti che donano una certa circolarità, accentuata dal turbinio degli angeli in volo. La luce proveniente da sinistra dona plasticità all’intera rappresentazione ed è in contrasto con la zona d’ombra creata dal baldacchino.

Il Magazine di Patrimoni d'Arte

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