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Michelangelo e Leonardo: due nemesi dell’arte

Il periodo storico: il Cinquecento

Il Rinascimento Maturo si apre in una fase storica fatta di scontri politici tra le grandi potenze europee, Francia e Spagna, e una certa inquietudine religiosa che porterà in quegli anni alla riforma protestante e alla risposta della Chiesa Cattolica con il Concilio di Trento. La ricerca estetica è al suo apice, portando a maturazione i principi e le conquiste teoriche del Quattrocento. Il centro dell’azione artistica passa da Firenze a Milano e in prima istanza a Roma, dove convogliano tutte le più grandi personalità del Cinquecento. L’artista non è più visto come un semplice artigiano, ma assume il ruolo di vero e proprio intellettuale, un maestro che conosce a fondo la sua disciplina e ha pieno controllo sulle tecniche artistiche.

Le innovazioni artistiche

Nascono in questo periodo soluzioni formali che saranno universalmente riconosciute dal mondo artistico anche nei secoli a venire. L’uso della prospettiva insieme a nuovi modi di concepire la luce e il colore porteranno a compimento gli studi e gli ideali tramutati dalla classicità, creando un’armonia e un equilibrio che sfioreranno la perfezione. La grande libertà di interpretazione tipica di questa età rinascimentale porterà ad un periodo di sperimentazione sia nell’ambito dell’espressività, sia per quanto riguarda le regole compositive e le scelte cromatiche applicate alla pittura. Dalla ricerca della perfetta armonia di Bramante e Raffaello, all’osservazione della natura di Leonardo e dei veneziani Tiziano e Giorgione, fino alla rappresentazione dell’essere umano nella perfezione del corpo e del movimento attuata da Michelangelo, il Rinascimento risulta essere lo spartiacque che introduce un nuovo di pensare e fare arte, rompendo con il passato e innovando la scena artistica per i secoli futuri.

Leonardo e Michelangelo: personalità contrapposte

Tra coloro che hanno rivoluzionato il panorama artistico rinascimentale vi sono sicuramente i già citati Leonardo e Michelangelo. Mai potevano esistere due personalità più diverse: Da Vinci dall’animo riflessivo e pacato, Buonarroti dal temperamento impulsivo e irrequieto. Leonardo eclettico e uomo razionale, spinto da un’intensa necessità di scoprire, conoscere e sondare tutti i campi del sapere fu pittore, architetto, ingegnere e scienziato tanto che la sua produzione artistica sarà quasi esigua se rapportata alla mole di scritti che egli produrrà in vita. Una superiorità, quella di Da Vinci, che lo avvicina più alla saggezza, un’artista-mago, si potrebbe definire. Di personalità totalmente differente Michelangelo: la drammaticità dell’esistenza disegna la figura di un uomo tormentato, dove la vita assume i tratti della solitudine e della sofferenza forgiando quello che potremmo definire l’artista-uomo che sublima in arte le ansie e i timori di una vita umana. Un genio che supera, forse, anche quello vinciano, perché più concreto, con produzioni che spaziano dalla pittura e dalla scultura all’architettura e persino alla poesia.

Due diversi modi di concepire l’Arte

Due concetti di vita differenti per due visioni artistiche agli opposti: Leonardo uno scienziato che applica ai suoi lavori la sperimentazione derivata dallo studio dei fenomeni della natura e della relazione causa ed effetto, Michelangelo un perfetto rappresentante di quella che fu la scuola neoplatonica di Cosimo il Vecchio a Firenze, portandolo a pensare il tempo in termini antropomorfici, mettendo al centro della scena l’uomo, eroe solo, sul campo dell’eterna lotta che è la vita umana.

La diatriba fra scultura e pittura

Pittura o scultura, una diatriba che divide ancora una volta i due geni che avevano idee totalmente contrapposte sulla questione: Da Vinci proclama la pittura regina delle arti, perché con essa si può rappresentare quello che c’è in natura e anche quello che non esiste, mentre Buonarroti è convinto della superiorità della scultura tanto che la sua produzione pittorica presenta quelli che si possono definire rilievi scultorei, le figure michelangiolesche infatti mostrano una volumetria possente dove il movimento regala una tensione drammatica non rilevabile nelle opere leonardesche. La scultura per Michelangelo consta di una caratteristica fondamentale che manca invece alla pittura: l’immediatezza che permette di tradurre la creatività in arte. Per realizzare un dipinto l’artista deve impiegare tempo nella scelta dei colori, delle tonalità e dei materiali di supporto perdendo così quella scintilla creatrice che subito traduce il marmo in scultura, ecco perché Michelangelo non produceva modelli di grandi dimensioni per i suoi lavori, ma bozzetti in cera o disegni così da non poter dare un’immediata impressione al materiale marmoreo.

La contrastante visione sulla pittura

Leonardo applica in pittura i suoi studi sui fenomeni atmosferici e sull’uso della prospettiva lineare, avviato dal Brunelleschi, traducendoli nella tecnica dello sfumato e nella prospettiva aerea che coinvolgevano la messa a fuoco degli oggetti e la tridimensionalità della scena, emancipandosi dalla tradizione fiorentina che era tutto movimento e massa. Tradizione che invece Michelangelo fa sua e continua con l’accentua plasticità delle figure tramutata dalle importanti forme volumetriche di Masaccio e Giotto. A questo modo diverso di concepire l’arte pittorica e prova quindi della rivalità fra questi due grandi geni è la condanna, senza citare però mai Michelangelo, che Leonardo proclama nel suo Trattato della Pittura, dove appunto critica “eccessi anatomici e la retorica muscolare” della moda dell’epoca, ma soprattutto elementi base nello stile di Buonarroti.

Leonardo e la collocazione del David

Anche sulla collocazione del David di Michelangelo l’inimicizia fra i due artisti toscani la fece da padrona: nel 1504 Leonardo, insieme ad altri nomi illustri come Botticelli, Ghirlandaio e Perugino, solo per citarne alcuni, fu chiamato a decidere la collocazione del David michelangiolesco. Da Vinci propose che la scultura fosse inserita in una nicchia della loggia della Signoria, a suo dire per salvaguardarla dagli agenti atmosferici e perché non sia di impedimento durante le cerimonie ufficiali, ma per i più malpensanti fu spinto dalla gelosia verso il rivale nella scelta di una posizione così nascosta. L’idea avanzata da Leonardo non ebbe seguito e prevalse invece l’ipotesi di Filippino Lippi di posizionare il David davanti a Palazzo Vecchio dandogli l’importanza che meritava.

Confronti in quel di Firenze

Un esempio ancora più eclatante lo ritroviamo nell’Anonimo Gaddiano o Magliabechiano dove si racconta che alcuni cittadini fiorentini stessero discutendo su alcuni versi danteschi e visto avvicinarsi Leonardo lo abbiano interpellato in merito. Da Vinci sembra stesse per rispondere quando vide sopraggiungere Michelangelo e, spinto dal comune pensiero che ogni fiorentino avesse amore e dedizione per l’Alighieri, suggerì di chiedere al Buonarroti la risposta. Il burbero artista non la prese però bene ed inveì contro Leonardo, aggredendolo verbalmente ed invitandolo a spiegare il perché non avesse portato a termine il lavoro del cavallo bronzeo per Ludovico Sforza dopo ben quindici anni. Accusò poi Leonardo di fare solo chiacchiere e di non poteva perciò prender in giro i fiorentini, uomini pratici e pragmatici, come faceva con i milanesi “capponi”.

La Battaglia delle Battaglie

L’evento che però metterà in aperta contrapposizione i due grandi del Rinascimento sarà quello delle commissioni per la decorazione della Sala del Gran Consiglio di Palazzo Vecchio. Nel 1502 fu eletto Gonfaloniere di Giustizia Pier Soderini che si prodigò per l’incremento dell’arte e l’abbellimento della città affinché se ne accrescesse il prestigio. Il Gonfaloniere Soderini decise quindi di decorare la Sala del Gran Consiglio con opere di carattere celebrativo che avrebbero dovuto riproporre storiche battaglie vinte dai fiorentini nei tempi passati. Il progetto vide il coinvolgimento dei due grandi artisti toscani dell’epoca: Michelangelo e Leonardo.

Nel 1504 viene commissionata a Leonardo la Battaglia di Anghiari del 1440 dove Firenze risultò vittoriosa contro i Visconti. Nella delibera del Comune fu deciso che Da Vinci aveva il permesso di iniziare i lavori anche senza aver terminato il cartone preparatore. Sebbene l’artista avesse un’idea chiara di come voleva realizzare l’episodio, fatto di più momenti distinti che dirigevano l’attenzione al centro, dove era rappresentata la “Lotta per lo Stendardo”, solo quest’ultima fu rappresentata sul cartone preparatore e poi sulla parete della Sala. Leonardo lavorò alla Battaglia fino al maggio 1506, quando si recò a Milano e lì vi restò fino al suo rientro a Firenze nel 1507. Se di cartoni preparatori ne furono ancora prodotti, riguardanti questa volta le scene laterali prima messe da parte, il dipinto vero e proprio non fu mai più toccato da Leonardo e per proteggerla, anche se incompleta, il Comune fece costruire nel 1513 una struttura lignea per proteggere ad armare l’opera.

È nell’Anonimo Gaddiano che viene descritta la tecnica utilizzata da Leonardo per realizzare la Battaglia di Anghiari, una tecnica sperimentale con la quale i colori applicati alla parete venivano fatti asciugare con un “gran fuoco di carboni”. Da Vinci l’avrebbe provata prima su una tavoletta e avrebbe avuto esito positivo tanto da spingere l’artista ad utilizzarla anche per l’opera murale. Purtroppo, l’altezza della parete non permise al calore di raggiungere le zone più alte del dipinto che non si asciugarono, ma anzi colarono in modo rovinoso sulle zone sottostanti. Il dipinto fu visibile per non oltre cinquant’anni e fui poi coperto dall’intervento del Vasari che vi dipinse sopra la Vittoria di Cosimo I a Marciano. L’opera fu certamente coperta, ma non cancellata ed è forse a questo che allude la scritta “Cerca Trova” che è dipinta su un vessillo verde posto sullo sfondo dell’affresco.

A Michelangelo, nell’estate del 1504, fu invece commissionata la Battaglia di Cascina combattuta il 28 luglio 1364 e che vide i fiorentini trionfanti contro la nemica Pisa. Buonarroti ebbe a disposizione la parete est della Sala del Gran Consiglio, opposta a quella che sarebbe stata dipinta da Leonardo. Di quest’opera fu prodotto solo il cartone preparatorio poiché Michelangelo sarà richiamato a Roma nel 1505 per volere di Papa Giulio II. La magistrale innovazione del genio michelangiolesco fu quella di rappresentare, non un momento della battaglia, ma un episodio che trova i soldati fiorentini a bagnarsi nell’Arno a causa del caldo estivo. Michelangelo raffigurò l’esatto momento in cui gli armigeri si rivestono e riprendono le armi sorpresi da un attacco a sorpresa dei pisani.

Centrale, come in tutta l’arte michelangiolesca, l’anatomia pronunciata e il nudo come sublimazione dei canoni classici. Le pose, come descritte anche dal Vasari, sono enfatizzate nelle loro torsioni impossibili, sono artificiose, quasi irreali nella loro perfetta descrizione fisica, scorci mai visti arricchiscono la sperimentazione dell’artista toscano. Innovazione che, grazie alle copie del cartone preparatorio, andato distrutto, plasmò la nuova generazione di artisti, tra i quali Raffaello, Pontormo e Rosso Fiorentino. Ma la popolarità dell’opera raggiunse anche Venezia: Tiziano inserì in un suo dipinto per il camerino del duca Alfonso d’Este una figura che molto ricorda una di quelle raffigurate nella Battaglia di Cascina.

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