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Margherita Luti: Musa e Madonna di Raffello

L’arte non fu la sola passione che in vita assorbì l’interesse di Raffaello. L’amore fu un elemento essenziale nell’esistenza dell’artista, un elemento imprescindibile ed inseparabile dal suo percorso artistico. Il pittore sì innamorò perdutamente di una popolana, figlia di un fornaio di Trastevere. La donna amata era Margherita Luti, rappresentata da Sanzio in molti suoi dipinti. Raffaello cultore della bellezza in ogni sua forma, s’innamorò di questa avvenente ragazza non appena la vide, un’unione che perdurò fino alla morte dell’artista e che influenzò e arricchì di significati nascosti le sue opere.

Chi era Margherita Luti?

 Uno dei primi ad identificarla come la donna amata dal pittore umbro è Vasari che la collega alla modella del dipinto “La Velata”. Famosissimo il suo soprannome: la Fornarina, titolo anche di un altro lavoro di Raffaello. Sappiamo per certo che in quegli anni lavorava come fornaio a Roma un senese d’origine, dall’inequivocabile cognome Luti. Questi aveva una figlia dall’età simile alla ragazza ritratta nella “Fornarina” e la sua bottega si trovava a Trastevere, non lontano da Villa Farnesina dove Raffaello stava lavorando. Si racconta che Sanzio abbia addirittura minacciato di interrompere il suo intervento sull’affresco di Galatea se l’amico Agostino Chigi non gli avesse permesso di avere Margherita come sua modella al posto della cortigiana che era stata scelta per il ruolo. Sempre per amore il pittore umbro rimanderà sempre il suo matrimonio con la promessa sposa Maria Bibbiena, nipote del cardinale Bernardo Dovizi, che non arriverà mai all’altare a causa degli impegni sempre improrogabili del Sanzio.

Come si conobbero Raffaello e Margherita?

La tradizione vuole che l’incontro sia avvenuto per caso: Raffaello si stava recando al cantiere quando vide la ragazza che si spazzolava i capelli alla finestra rimanendone folgorato. Il Vasari ci offre invece una versione diversa, ci disegna un Raffaello sfrontato a tal punto da fissare lo sguardo su Margherita intenta a immergersi nelle acque del Tevere del tutto svestita, lasciandosi guardare dal pittore. Nonostante questa prima storiella dai toni non aulici, il Vasari racconta poi che Raffaello affida al suo garzone, il Baviera, il compito di prendersi cura della donna amata, donna che amerà intensamente per tutta la vita, lasciandole anche un’ingente somma di denaro alla sua morte.

L’amore del Sanzio non fu a senso unico, Margherita ricambiava il sentimento in modo appassionato e fedele tanto che, nonostante non l’avesse potuto vegliare sul letto di morte perché era stata allontanata, al momento del corteo funebre raggiunge il feretro lanciandosi sopra, disperata e piangente. La donna rimane talmente provata dalla scomparsa di Raffaello che pochi mesi dopo la sua dipartita decide di ritirarsi nel convento di Sant’Apollonia a Trastevere.

Margherita nell’arte di Raffaello

La Fornarina

Il dipinto più celebre in cui compare rappresentata Margherita Luti è senz’altro La Fornarina, dipinto nel 1520 e conservato oggi a Palazzo Barberini. L’opera realizzata poco prima di morire, era conservata nello studio del Sanzio tanto da far pensare che l’avesse realizzata per se stesso, non essendoci neppure nessun disegno preparatorio, sarebbe stata completata di getto nelle giornate passate in compagnia della Luti.

La donna è rappresentata senza vesti, colta nel momento in cui tenta di coprire i suoi seni, in un gesto di pudicizia che però attira lo sguardo dello spettatore. Il corpo etereo risalta sullo sfondo scuro e si può notare in alto una pianta di mirto simbolo di Venere e di fedeltà matrimoniale. La Fornarina indossa un bracciale che reca il nome di Raffaello e sulla fronte porta una perla, che in greco antico era indicata nientemeno che con il nome di Margherita.

In seguito al restauro del dipinto è stato scoperto all’anulare sinistro della donna un anello che potrebbe rappresentare una fede nuziale. Tale particolare era stato nascosto dagli allievi del pittore umbro per paura di ripercussioni da parte dell’ambiente ecclesiastico che avrebbe potuto anche far distruggere l’opera. Questo dettaglio suggerisce ci sia stato un matrimonio segreto fra Raffaello e Margherita e questa teoria sarebbe supportata anche dalla notazione del monastero di Sant’Apollinare che definisce la Luti una vedova.

Margherita modella di Madonne

Margherita Luti non fu solo la protagonista de La Fornarina, ma servì da modella per molte altre opere di Raffaello: fu il volto della Madonna Velata conservata presso Palazzo Pitti a Firenze, della Madonna Sistina conservata a Desdra e della Madonna delle Seggiola esposta anch’essa a Palazzo Pitti. In ognuna di queste Madonne si può ammirare l’eleganza pittorica dell’artista urbinate: tutte presentano una bellezza quasi sovrannaturale, la bellezza fisica si fonde con la bellezza dell’anima facendo trasparire la grazia insita in queste figure, l’equilibrio compositivo è ai massimi livelli, una forte sensazione di serenità viene trasmessa a chi fruisce dell’opera, una serenità legata alla religiosità del soggetto rappresentato che trasmette un sentimento tenero e di benevolenza.

La Velata

Il Vasari, nella biografia dell’artista umbro, parla di un dipinto dove Raffaello aveva ritratto la donna amata ed acquistato dal Fiorentino Matteo Botti, portando la tradizione ad identificare quindi la donna con Margherita Luti.

L’opera viene realizzata intorno al 1512, quando l’artista è a Roma, ma finisce presto per arrivare a Firenze dove nel 1619 entra a far parte delle Collezioni medicee in seguito ad un’eredità di uno dei componenti della famiglia Botti. Per molto tempo il dipinto non fu neanche considerato un lavoro del Sanzio fino a quando nel 1839 Passavant, pittore e storico dell’arte, lo attribuisce a Raffaello per via della somiglianza della donna ritratta con quella della Fornarina. Nell’Ottocento poi, per via dei successivi ritocchi che ne nascondevano la vera mano, il quadro era considerato appartenente alla scuola raffaellita fino al restauro che ne fa riscoprire l’autenticità.

La donna si staglia a mezza figura su uno sfondo nero, posta di tre quarti, girata verso sinistra. Nella ritrattistica di quel tempo il velo era associato alla figura della Vergine, ecco perché la scena è spesso descritta come un dipinto rappresentante la Madonna. Il velo, insieme al pendente con rubino e zaffiro, è anche simbolo di unione matrimoniale. Grande maestria si rileva nella camicia increspata e nell’ombra del velo che richiama un certo tocco di ispirazione leonardesca. L’intera opera presenta una tecnica libera dall’influenze fiorentine e un’organizzazione formale che rasenta la perfezione. Il capo velato evidenzia in modo ancora maggiore la bellezza della donna ritratta e l’intensità ammaliatrice del suo sguardo.

Madonna Sistina

Realizzata tra il 1513 e il 1514, durante il pontificato di Leone X, ha portato gli studiosi a pensare fosse stata realizzata come stendardo processionale poiché il supporto di tela è insolito per i lavori del Sanzio di questo periodo. Alcuni hanno ipotizzato potesse essere nata per la tomba di Giulio II, ma ad oggi è certo che venne dipinta per il Convento di San Sisto a Piacenza, tesi corroborata anche dai progetti michelangioleschi per il monumento funebre del Pontefice della Rovere che non prevedevano alcun tipo di pala d’altare. Nel 1754 l’opera finisce in mano di Augusto III di Polonia che, come elettore di Sassonia, porta il dipinto a Dresda. Nel 1945 viene trasferita a Mosca e farà ritorno a Desdra solo nel 1955.

Il dipinto presenta un’impostazione scenica che ricorda quella di rappresentazione teatrale. Al centro la Madonna che discende da un nugolo di nubi dove è possibile vedere volti di cherubini, in braccio il bambin Gesù che volge lo sguardo direttamente allo spettatore. Ai lati San Sisto e Santa Barbara, posti come mediatori fra i fedeli e la Maria Vergine.  Il movimento della Madonna è dato dal leggero moto della veste più che dalla rappresentazione di un moto dei personaggi. In basso un parapetto accentua la teatralità della scena con due angioletti appoggiati ad esso, divenuti molto popolari e ripresi nei secoli successivi come figure a sé stanti.

La particolarità dell’opera sta nel modo in cui il Divino si pone ai fedeli: Maria intercede per loro, il bambino è offerto alla vista degli spettatori; non sono i fedeli che ammirano Dio, ma è la Divinità che si presenta a loro. La Madonna è raffigurata con semplicità, una grande umanità traspare dalla sua persona, ma è la luce di purezza che ella emana che la rende perfetta, al di là di ogni possibile contestualizzazione umana.

Madonna della Seggiola

Quest’opera del Sanzio è datata dagli studiosi intorno al 1513-1514, successiva alla realizzazione della Stanza di Eliodoro in Vaticano, ed è stata dipinta probabilmente su commissione di Leone X che la spedì successivamente a Firenze ad alcuni suoi parenti. È conservata oggi a Palazzo Pitti, dopo aver soggiornato in Francia durante il periodo napoleonico dal 1799 al 1815. Le dimensioni della tavola sono modeste, 71 cm e il nome deriva dalla sedia camerale, in uso nel contesto papale, sulla quale siede la Madonna. Tutta la composizione richiama allo stile michelangiolesco, le figure hanno una concreta plasticità, la fisicità è massiccia, importante, anche se il tutto è calmierato e reso più equilibrato dall’evidente raffinato stile raffaellesco.

Il dipinto presenta solamente tre figure: al centro la Madonna tiene in braccio Gesù, tutti e due rivolgono lo sguardo all’esterno, ma mentre la Vergine guarda direttamente allo spettatore, il bambinello sembra volgere lo sguardo ad un punto più lontano, in una direzione a noi sconosciuta. Maria solleva un ginocchio per tenere meglio in grembo il figlio, questo fa spostare il baricentro della sua figura, spostandola in avanti e dando così la sensazione che stia cullando il bimbo, in un gesto di amorevole affetto materno. Le teste dei due si toccano, a sottolineare l’intimità della scena che viene equilibrata dalla figura di San Giovanni bambino, posto sulla destra, uscente dallo sfondo nero mentre rivolge una preghiera alla Vergine.

Le vesti di Maria non sono nulla di regale, rimandano ad un abbigliamento modesto, quasi quello di una popolana. In questa rappresentazione è chiara l’umanizzazione della Vergine, l’amore materno pervade tutta la raffigurazione donandole un’aura soave e dolce. Non manca però lo stile raffinato di Raffaello, un equilibrio compositivo che rende il dipinto un capolavoro di bravura ed ingegno, insito nel movimento circolare lo pervade e dal sapiente gioco di toni caldi e freddi che con contrasto danno risalto alle figure della Madonna e del Bambino.

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