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Leonardo e l’arte pittorica: tra scienza e bellezza

Leonardo fu un artista poliedrico, dai mille interessi, nella sua vita si approcciò anche alla pittura creando opere immortali, e lasciando al mondo esempi della sua immensa capacità di adattarsi con capacità ed impegno a qualsiasi ambito di studio.

Prospettiva aerea e tecnica dello sfumato

Da Vinci apportò grandi innovazioni nel mondo dell’arte. Compì molti studi scientifici compiuti sull’atmosfera e in particolare come questa sia pari ad un velo che diminuisce e sfoca la nostra percezione delle forme e dei colori man mano che aumenta la loro distanza da chi li osserva.

Questo gli permise di rendere in modo perfetto l’idea della profondità nei suoi dipinti andando ad utilizzare la prospettiva aerea, in modo tale che il primo piano risultasse molto dettagliato mentre lo sfondo si perdesse in una sorta di velatura che diminuisce la precisione dei contorni e delle immagini.

Un’altra tecnica pittorica molto utilizzata da Leonardo fu quella dello sfumato, un modo di dipingere che conferisce volume e tridimensionalità all’ immagine. I contorni delle figure sono resi tramite un graduale passaggio chiaroscurale, così da non risultare troppo netti compenetrandosi perciò con l’atmosfera circostante in cui sono inseriti i personaggi dei suoi lavori.

Eterna indecisione e tecniche complesse

Non sempre però il suo grande genio riuscì a portare a compimento i lavori ai quali si stava dedicando, dovuto in parte alla sua eterna indecisione, in parte all’ostinazione nell’utilizzare tecniche particolari e spesso complesse che gli crearono problemi di realizzazione.

Un esempio è il suo approccio alle opere murali. Sia per il Cenacolo che per la Battaglia di Anghiari Leonardo si trovava a dover lavorare su una grande superficie muraria, ma invece di utilizzare la tecnica dell’affresco che necessitava di un chiaro e definito progetto visivo e di una velocità di esecuzione elevata optò in entrambi i casi per una tecnica mista, costituita dall’utilizzo di tempere stese su una superficie impermeabilizzata in modo da consentirgli la possibilità di continui ritocchi e cambi nella visione della scena.

Se questa tecnica funzionò in parte per l’Ultima Cena, che subì comunque presto i danni del tempo, lo stesso non si può dire per la sua Battaglia d’Anghiari che doveva abbellire una parete della sala del Consiglio Maggiore di Firenze.

In questo caso Leonardo utilizzò della pece greca per l’impermeabilizzazione del muro, ma la sua pittura non attecchiva, il disegno non rimane fissato a lungo. Questo demoralizzò a tal punto Leonardo da costringerlo ad abbandonare il progetto che rimase perciò incompiuto. Questi suoi continui ripensamenti facevano sì che per il compimento di una singola opera il genio vinciano potesse metterci anche degli anni.

San Girolamo

Tra le prime opere pittoriche di Leonardo vi è il San Girolamo, tra le più criptiche di Leonardo, anche per il fatto che sia incompiuta e quindi pervenuta a noi nello stato di abbozzo.

Nel dipinto è rappresentato San Girolamo nel ruolo di eremita penitente nel deserto. La figura del Santo è inginocchiata, nella mano destra il sasso usato per battersi il petto mentre la mano sinistra in atto di umiltà è rivolta a se stesso.

Il viso volto verso l’alto dovrebbe rivolgersi verso un crocifisso che in realtà rimane solo abbozzato nell’angolo in alto a destra. Nello stesso luogo si può notare lo schizzo di un edificio che molti studiosi hanno voluto identificare con la facciata di Santa Maria Novella, famosa basilica di Firenze.

Quest’opera datata intorno al 1480 dimostra il precoce interesse di Leonardo per l’anatomia umana, San Girolamo è raffigurato con muscoli scattanti ed asciutti ed i tendini sono messi in evidenza. La resa plastica del braccio disteso che sembra esplorare la scena circostante, le zone d’ombra create dalle clavicole dell’eremita e la gamba tesa creano una forte tensione narrativa.

La testa nella sua torsione verso sinistra è ricca di espressività e sentimento e l’intera figura del Santo affiora prepotentemente dallo sfondo scuro, le cui rocce dalle forme arcane ricordano quelle della “Vergine delle Rocce”, dipinto pochi anni dopo. L’intera composizione finisce così per esprimere una forte carica di devozione e naturalismo.

Nella parte bassa della tavola troviamo un leone, animale a cui il Santo avrebbe tolto una spina dalla zampa e perciò da allora diventato suo fedele compagno.

Il corpo della belva risulta scattante, le linee del disegno lineari e nette, molto diverse dallo stile pittorico leonardesco, il che fa supporre che l’artista non vi avesse ancora applicato le tecniche dello sfumato e della pittura aerea per rendere meno definiti i contorni. L’animale è posizionato sulla diagonale che dal Santo finisce all’angolo di sinistra del dipinto, dove ritroviamo il tipico paesaggio roccioso vinciano.

Se la realizzazione dell’opera è avvolta nel mistero, non sappiamo infatti chi ne fosse il committente né la sua destinazione ultima, ancora più particolare è la vicenda con cui viene riportata alla luce dopo secoli dalla sua realizzazione.

Il San Girolamo viene nominato per la prima volta nel testamento redatto a fine Ottocento dalla pittrice svizzera Angelica Kauffmann, dove ne è attribuita la paternità proprio a Leonardo. Alla morte della donna non se ne hanno nuovamente più notizie fino a quando non viene acquistato dallo zio di Napoleone, il Cardinale Joseph Fesch.

Si racconta che il cardinale abbia rinvenuto la tavola divisa in due, la parte superiore nella bottega del suo calzolaio, utilizzata come sgabello, mentre quella inferiore sembra sia stata ritrovata presso un rigattiere di Roma che ne aveva fatto un coperchio per una cassetta.

Nonostante questo racconto sia più una leggenda che una verità storica accertata, il dipinto è concretamente diviso in cinque parti poi riassemblate, e alla morte del Cardinale è stato venduto più volte per essere infine acquistato da Pio IX per la Pinacoteca Vaticana.

La Vergine delle Rocce

Altro capolavoro pittorico di Leonardo è la Madonna col Bambino, San Giovannino e un angelo, conosciuta ai più come Vergine delle Rocce, realizzata tra il 1483 e 1485 per la Basilica di San Francesco il Grande, su commissione della Confraternita dell’Immacolata Concezione.

Nata dall’idea di produrre una pala d’altare con la collaborazione di due artisti milanesi, i fratelli de’ Predis, la Vergine delle rocce presenta più versioni, tra le quali la più famosa è quasi certamente la copia esposta al museo del Louvre di Parigi. Quest’opera non verrà mai consegnata ai committenti sia per la sua realizzazione poco ortodossa rispetto ai modelli di pittura sacra del tempo, sia per problemi relativi alla somma da pagare per la sua realizzazione.

La scena rappresenta un tema molto utilizzato all’epoca, la Madonna con Gesù e san Giovannino, inserendo però elementi di novità e di rottura con la tradizione. Maria si trova al centro della composizione e poggia la mano destra sul Battista bambino che congiunge le mani in gesto di preghiera verso il Cristo fanciullo.

La mano sinistra della Vergine è posta al di sopra del capo di Gesù, come gesto di affetto e protezione, mentre il figlio è catturato nel gesto di benedire San Giovannino. A destra troviamo l’Arcangelo Gabriele che guarda direttamente lo spettatore e con la mano destra indica il Battista.

I quattro personaggi sono legati fra loro da un muto dialogo di gesti e sguardi ed inseriti in uno schema piramidale che vede la testa di Maria come vertice della composizione.

L’originalità dell’opera deriva dall’aver inserito la scena in un paesaggio roccioso, con i protagonisti riuniti in una grotta, metafora del grembo materno ad evocativa del mistero dell’Immacolata Concezione.

Anche il corso d’acqua sullo sfondo avrebbe un significato legato alla Vergine, richiamerebbe infatti la sua purezza mentre la sua posizione fra le rocce simboleggerebbe la sua intatta verginità come intatta è la roccia, non toccata da mano umana.

L’uso della luce è precipuo di tutto il lavoro vinciano, il gioco di luci e ombre nelle opere di Leonardo è ottenuto grazie alla tecnica del chiaroscuro, senza contrapposizioni troppo violente di colori brillanti e saturi scegliendo invece un passaggio progressivo dalle luci alle ombre, privilegiando gli sfumati e le zone grigie.

Nell’opera in questione vi sono due principali fonti di luce: la prima illumina il fondo della grotta filtrando dalla spaccatura fra le rocce, dando così maggiore profondità, la seconda è posta esternamente alla scena e mette in luce i personaggi rappresentati. Rilevante anche l’utilizzo della prospettiva aerea e dello sfumato che rendono la tridimensionalità e la profondità del paesaggio insieme al volume delle figure e il loro perfetto inserimento nella scena.

Queste modalità pittoriche, avanguardistiche per il periodo, insieme alla rappresentazione straniante di una scena religiosa in un contesto naturalistico così dettagliato fanno delle Vergini delle Rocce un’opera unica, che rompe con gli schemi tradizionali, abbandonando l’ideale dell’armonia platonica in favore di un’immagine della realtà in cui le forze della natura sono padrone del ciclo della vita.

Successivamente a questa versione ne fu realizzata un’altra, databile intorno al 1495 ed ora esposta alla National Gallery di Londra. La copia londinese è stata in gran parte dipinta da Giovanni Ambrogio de Predis, nonostante recenti analisi dell’opera abbiano appurato l’esistenza di sottostanti disegni di chiara mano vinciana, poi coperti dagli interventi successivi sulla pala. Comunque è quasi certo che Leonardo abbia messo mano solo al viso della Vergine e dell’angelo.

La Gioconda

La Gioconda viene realizzata da Da Vinci intorno al 1503 con la tecnica dell’olio su tavola. La donna rappresentata è stata per molto tempo al centro di numerose cospirazioni riguardanti la sua identità, ma il Vasari è chiaro nel raccontare che la dama in questione sia Lisa Gherardini, moglie del ricco mercante fiorentino Francesco del Giocondo, che commissionò a Leonardo il ritratto.

A causa dei continui ripensamenti e correzioni, tipiche del modo di procedere leonardesco, l’opera non sarà mai consegnata al committente e dopo ben quattro anni di lavoro rimarrà incompiuta.

Leonardo non smetterà mai di lavorarvici, sono parecchi gli interventi pittorici e di stile che modificheranno il dipinto, nell’arco di almeno una decina d’anni. Non se ne separerà mai e lo porterà con sé anche nel suo trasferimento in Francia, nella sua casa di Amboise. Probabilmente dopo la morte di Da Vinci il quadro è acquistato dal re Francesco I dall’erede dell’artista, Gian Giacomo Caprotti.

L’opera è il ritratto di una giovane donna, con capelli scuri e lunghi, rappresentata a mezza figura. La Monna lisa è posta di tre quarti, con il busto rivolto alla nostra sinistra, mentre il viso è direttamente indirizzato verso lo spettatore. Le braccia si appoggiano ad un bracciolo, probabilmente di una sedia, le mani incrociate in primo piano.

La veste che indossa è scura e presenta un’ampia scollatura; un velo praticamente trasparente le copre il capo e cade sulle spalle in un delicato drappeggio. L’espressione della donna è dolce, soave, accenna un lieve sorriso con le labbra, la sua bellezza è semplice, vera, naturale, non ha bisogno di gioielli e orpelli per splendere.

Alle spalle della donna una balaustra che permette di aprire lo sguardo su un paesaggio dai toni lievi e limpidi, che corre fino all’orizzonte.

Sulla sinistra una strada nel mezzo di una valle ricca di elementi naturali. Sulla destra invece un fiume scorre impetuoso, finendo in un lago rappresentato con fini giochi di luce a riproporre la superfice dell’acqua.

Ogni dettaglio è stato curato e attentamente studiato da Leonardo, l’utilizzo dello sfumato e della prospettiva aerea regalano profondità e tridimensionalità alla rappresentazione, la figura della donna si compenetra con il paesaggio circostante, grazie ai contorni che non presentano stacchi netti.

La cosa però che più colpisce lo spettatore è sicuramente la figura della Monna lisa che è sì composta nella sua posa, ma non immobile.

È possibile percepire il movimento del respiro dalla resa morbida delle carni; il volto non in asse con le spalle fa presumere una rotazione del capo. L’ovale del viso, ma ancor più la bocca, rese con una sfumatura percettibile, fanno pensare ad un cambiamento di espressione, come se la Monna lisa fosse colta nel momento in cui il sorriso nasce sulle labbra.

Così come la figura femminile anche il paesaggio non è statico, è quasi percepibile lo scorrere dell’acqua, il moto delle rapide del fiume, la vita che scorre perpetua nel mondo naturale.

 Nel corso dei secoli sono state tante le polemiche sulla collocazione della Gioconda in Francia. Nel 1911 un artigiano italiano, Vincenzo Peruggia, ruba il dipinto poiché erroneamente convinto che l’opera fosse stata sottratta ingiustamente da Napoleone all’Italia.

Per due anni il quadro rimane esposto nella cucina del ladro per poi venire recuperata nel 1913 quando il ladro tenta di venderla ad un antiquario fiorentino. Ritornerà così in Francia ed è tutt’ora conservata al Louvre di Parigi.

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