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L’Arte interpreta Dante

“E quindi uscimmo a riveder le stelle.”

Così termina la Divina Commedia, così Dante sancisce il termine del suo viaggio ultraterreno e l’ottenimento della redenzione tanto sperata. E con la fine del 2021 si chiudono le celebrazioni per il Settecentesimo Anniversario della morte di Dante Alighieri, un uomo, un poeta, un genio immortale che ci ha lasciato in eredità un elemento fondativo della nostra identità nazionale: la lingua italiana. A chiusura di questo significato anno, è doveroso celebrare ancora una volta Dante, simbolo italiano che ci unisce nell’orgoglio per un Paese, il nostro, ricco di storia e cultura, ricordando gli artisti che nei secoli successivi alla sua morte gli hanno reso omaggio con i loro lavori, collaborando a rendere immortale la Commedia e il mito del poeta fiorentino.

Sandro Botticelli: vita

Sandro Botticelli nasce a Firenze nel 1445. Il soprannome Botticelli deriva dal soprannome dato al fratello di lui, Giovanni, che viene poi esteso a tutta la famiglia. All’età di 19 anni entra a bottega da Filippo Lippi, dove lavora principalmente a dipinti di Madonne. A 26 anni apre la sua prima bottega personale, ispirato soprattutto dai principi dell’Accademia Neoplatonica, fondata da Cosimo de’ Medici. Riprendendo elementi del classicismo come la mitologia e una concezione dell’uomo come fulcro dell’Universo, Botticelli riesce a produrre opere che gli consentono di entrare alla corte di Lorenzo il Magnifico per cui produsse, fra le altre, L’ Adorazione dei Magi, dove oltretutto si autoritrae.

Sono degli anni Ottanta del Quattrocento i suoi lavori più famosi: La Nascita di Venere e la Primavera. Cosa rende speciali i capolavori di Botticelli è la ricerca di una bellezza sempre perfetta, un mondo ideale ben lontano dalla realtà. Nel 1480 si trasferisce temporaneamente a Roma per lavorare alle decorazioni della Cappella Sistina, inerenti alla vita di Mosè e di Cristo.

Con la caduta dei Medici e Savonarola al potere nel 1494 l’artista fiorentino lascia i soggetti mitologici e si dedica all’arte sacra, spinto anche da un impellente fervore religioso. Vasari racconta che Botticelli arrivò a distruggere alcune sue tele del periodo precedente nei cosiddetti “falò della vanità” dove si distruggevano opere ritenute sacrileghe o lesive della moralità.

Negli ultimi anni di vita l’artista cade in disgrazia, anche a causa dell’arrivo sulla scena artistica di personaggi rivoluzionari come Michelangelo e Leonardo. Botticelli muore nel 1510, in solitudine e povertà, dimenticato per secoli fino alla sua riscoperta nell’Ottocento.

Il Dante di Botticelli

Tra il 1480 e il 1495 Lorenzo Pier Francesco de’ Medici, cugino del più famoso Lorenzo, commissiona a Botticelli la decorazione di un manoscritto della Divina Commedia. Il pittore fiorentino realizza 92 disegni per il testo poetico, disegni che rimarranno nell’ombra fino alla loro riscoperta nei secoli successivi. Nel 1632 il manoscritto viene smembrato e 7 disegni finiscono nella Biblioteca Vaticana, ereditati dalla libreria di Cristina di Svezia. Altri fogli entrano a far parte della collezione privata del Duca di Hamilton fino a che non sono messi all’asta da Sotheby’s nel 1882. Friedrich Lippmann, del Gabinetto Reale di Stampe e disegni di Berlino, fa saltare l’asta e acquista la collezione che finisce così in Germania.

I disegni erano consultabili dal basso verso l’alto e fanno parte di una serie non completa. Solo 4 di questi sono a colori e non è sicuro che sia stato applicato da Botticelli, mentre certo è il lavoro dell’artista fiorentino nel disegnare i soggetti con punta d’argento, ripassati poi a penna. Nei disegni dell’inferno Botticelli riproduce scene strazianti e atroci, un caos infernale sottolineato anche dall’assenza di spazi vuoti nelle rappresentazioni che diventano invece più armoniche e idealizzate per quelle riferibili al Purgatorio e al Paradiso. Il sovraccarico di personaggi infernali lascia quindi il posto successivamente ad una più chiara suddivisione spaziale che perde però dell’accentuata emotività dei primi canti.

Se nel Purgatorio Dante è accompagnato da Virgilio, nella terza Cantica è rappresentata sempre al suo fianco Beatrice, legati da un profondo gioco di sguardi. Queste figure si ripetono nell’intero racconto, facendo si che in una scena sia raccontati momenti diversi del canto, riprendendo in parte lo schema scenico già utilizzato nei suoi affreschi della Cappella Sistina.

Botticelli crea quindi un sensazionale mondo immaginario, una visione che nulla ha di reale, il racconto di un viaggio dal duplice significato: quello prettamente letterale, del viaggio di Dante attraverso i tre regni ultraterreni e quello più allegorico del cambiamento interiore del poeta fiorentino, che si libera del peccato tornando nella Grazia di Dio.

William Blake: vita

William Blake nasce nel quartiere londinese di Soho nel 1757 da un’umile famiglia. Sviluppa già in giovane età un’inclinazione verso la poesia e l’arte. Va a scuola dal famoso incisore James Basire e nel 1779 entra alla Royal Academy of Arts. Come incisore apre nel 1784 una tipografia, dove sviluppa anche una rivoluzionaria tecnica definita relief etching. Illustra dal 1780 la serie illuminated books, libri miniati con bellissime decorazioni, tra i quali i famosi Songs of Innocence del 1789 e Songs of Experience del 1793. Muore nel 1827 con accanto la moglie, compagna di una vita.

La sua produzione artistica e letteraria, come pittore, incisore e poeta, si concentra su tematiche apocalittiche, fondate su una sua personale e peculiare mitologia. Tra visioni angeliche e la cruda realtà di Lambeth, quartiere popolare dove risiedeva, l’arte di Blake assume colorazioni stravaganti, universi immaginifici nascono dalla sua, talvolta farneticante, fantasia, un visionario che non verrà compreso dai contemporanei e troverà il giusto riconoscimento solo all’inizio del XX secolo.

Il Dante di Blake

Nel 1824 il pittore e naturalista John Linnell, comprendendo il potenziale espressivo di Blake, chiede all’artista di realizzare una rappresentazione grafica della Divina Commedia. Già alla fine del Settecento in Inghilterra si ritrovavano alcune incisioni riguardanti il racconto dantesco legate all’interpretazione gotica dell’opera dell’Alighieri. La prima vera traduzione in inglese si ha però solo nel 1814 ad opera di Francis Cary. Questa è sicuramente la versione su cui si è basato Blake per il suo lavoro, insieme ad una versione in italiano, un’edizione in folio del 1564 stampata a Venezia e commentata da Alessandro Vellutello, lo stesso che aveva voluto fosse decorata con 87 xilografie, che molto probabilmente hanno ispirato l’artista inglese per la struttura del suo lavoro.

Il progetto assorbì completamente Blake che purtroppo non riuscirà a completarlo a causa della sua improvvisa scomparsa. Rimangono ai posteri centodue disegni, settantadue per l’inferno e 20 ciascuno per paradiso e purgatorio, quasi tutti realizzati ad acquarello tranne qualche bozzetto eseguito a matita, e solo 7 incisioni realizzate secondo la tecnica dell’acquaforte a rilievo, già sopraccitata. Il relief etching, a differenza della tradizionale incisione dove l’inchiostro finisce nei solchi incavati nella lastra, prevede che siano le superfici rialzate ad essere inchiostrate e quindi a rivelare il disegno finale permettendo così la stampa simultanea di testi ed immagini. Blake colora poi a mano ogni esemplare realizzato rendendole opere uniche e artisticamente di grande valore.

Artisticamente possiamo notare influenze soprattutto michelangiolesche: Blake utilizza nell’opera dei tipi umani universali senza dei veri e propri caratteri distintivi. La vera originalità della sua opera è la gestualità dei protagonisti: accentuata, evidente scenica, derivata dai modelli del teatro inglese dell’epoca.

Le illustrazioni di Blake ripercorrono il racconto dantesco rileggendolo attraverso prospettive insolite che nascono da una visione creativa e poetica molto personale. Le immagini quindi rivedono in chiave pittorica la Divina Commedia, riformulandola con l’utilizzo di un ricco universo immaginativo. Nonostante Dante e Blake abbiano una chiara affinità intellettuale, derivata da una comune radice letteraria nella poesia allegorica e simbolista, l’artista inglese critica al fiorentino l’assenza di misericordia nel suo Dio ed una visione materialistica dell’Universo. Sebbene siano quindi messi in discussione i presupposti politici e teologici su cui la Commedia si basa, Blake sposa il concetto dantesco della poesia come profezia e riprende nel suo lavoro artistico l’espressività figurativa tipica del poeta fiorentino emendando il testo dantesco dei collegamenti con il mondo terreno e donandogli una dimensione più trascendente e universale.

Gustave Doré: vita

Nel 1832, il 6 gennaio, nasce a Strasburgo Gustave Doré, la cui fama raggiunge vette altissime nel tardo XIX secolo anche grazie alla quantità enorme di lavori prodotti. Sebbene Doré nasca come pittore, molte opere dell’artista sono conservate a Londra presso la Galleria di Bond Street, la notorietà la raggiunge grazie alle sue incisioni e illustrazioni.

“Le fatiche d’Ercole” sono il suo primo lavoro: pubblicato a soli 15 anni nel 1847, questo fascicolo preannuncia nei suoi tratti tutta la maestria che contraddistinguerà il disegno dell’artista francese. A Parigi lavora per il “Journal pour rire”, dove settimanalmente vengono pubblicate sue caricature litografiche, mentre lavora a raccolte personali.

Dopo essere stato convinto nel 1869 da Blanchard Jerrold a lavorare insieme per un progetto che illustrasse la città londinese in tutti i suoi aspetti, Doré firma un contratto della durata di cinque anni con l’editore Grant & Co, vivendo per tre mesi l’anno a Londra. L’opera finale viene pubblicata nel 1872 con il titolo “London: A Pilgrimage”, ottenendo il consenso del pubblico, ma non quello della critica che ne contestò le troppe immagini di povertà e disagio. Fu comunque un tale successo che permise all’artista di ampliare il suo laboratorio arrivando ad avere quaranta incisori alle sue dipendenze e una produzione di oltre novanta libri illustrati.

Tra le produzioni più note La Divina Commedia, l’Orlando Furioso; il Paradiso Perduto di Milton e le Favole di La Fontaine. Tutti questi capolavori sono realizzati con la tecnica della xilografia, tavole di legno sono incise con particolare virtuosismo, riprendendo atmosfere romantiche e donando alle opere una tensione vibrante e vitale.

L’incisore francese muore a Parigi nel 1883, sepolto nel cimitero di Père Lachaise.

Il Dante di Doré

Parte della serie “Capolavori della Letteratura”, Doré realizza nel 1855 le incisioni ad illustrazione della Divina Commedia, spinto anche dalla notorietà che il letterato fiorentino ha acquisito nell’ Ottocento. Diverse sono le traduzioni della Commedia, un tema che sarà di grande attualità fino agli anni Trenta del Novecento.

Per questo versione in-folio Doré non riesce a trovare finanziatori per cui decide di pagare da sé la stampa dell’opera. L’inferno sarà dato alle stampe nel 1861 dalla casa editrice Hachette e in poco tempo raggiunse un tale successo che negli anni successi l’Hachette comprerà i diritti e stamperà il Purgatorio e il Paradiso.

L’opera è composta da 136 tavole, tra cui un bellissimo ritratto dell’Alighieri, 136 xilografie che raccontano il viaggio dantesco tra Inferno, Purgatorio e Paradiso, prevedendo per la prima delle tre cantiche anche 2 tavole per canto. Soprattutto nelle rappresentazioni infernali Doré regala una forte suggestione sapendo combinare alla perfezione la sua abilità di incisore con l’universo immaginifico di Dante.

Tra i più famosi disegni Paolo e Francesca e il Conte Ugolino. L’attinenza testuale alla Commedia non è sempre rispettata, l’artista francese tradisce più volte lo scritto dantesco: nei consiglieri fraudolenti non vi è traccia di Ulisse, al canto decimo dell’Inferno è dedicata una sola tavola e la figura di Cavalcanti è eliminata, così come Gerione è rappresentato con ali di drago, mai citate da Dante. Nonostante la non totale aderenza al racconto dell’Alighieri la tragicità del tratto, insieme alle atmosfere cariche di drammaticità, riportano nel disegno ogni sentimento e sensazione che accompagna Dante nel suo viaggio ultraterreno.

Salvador Dalì: vita

Salvador Dalì nasce a Figueres nel 1904, esponente di spicco del Surrealismo, fu non solo pittore, ma anche scrittore, scultore, designer e sceneggiatore. Nelle sue opere è centrale il ruolo dell’inconscio che domina e sovverte le leggi razionali, dando vita a mondi onirici, astratti e atipici.

Sin dall’infanzia Dalì vive esperienze a dir poco singolari: i genitori lo convincono di essere la reincarnazione di suo fratello Salvador morto nove mesi prima della sua nascita a causa di una meningite. Dalla più tenera età viene accostato al mondo dell’arte, tanto che a soli 16 anni il padre gli organizza una mostra dove esporre i suoi disegni a carboncino. Iscritto all’Accademia di Belle Arti di Madrid rifiuta di dare l’esame finale sostenendo che nessuno della commissione sia abbastanza competente per giudicarlo. Viene espulso dall’Accademia nel 1926.

Lasciata Madrid, si trasferisce a Parigi dove conosce Picasso, di cui è grande ammiratore, e sempre in quegli anni conosce il regista Luis Buñuel, con cui girerà il film surrealista “Un chien andalou”. Nel 1929 conosce una donna di dieci anni più grande, ex moglie del poeta e amico Paul Éluard, della quale si innamora perdutamente. Dalì sposa GalaÉluard nel 1934 con rito civile e nel 1958 rinsaldano il loro legame con una cerimonia religiosa. Legati da un profondo sentimento, Gala sarà una spalla anche professionale per Dalì, del quale curerà l’immagine pubblica e la promozione delle sue opere. La persistenza della memoria, dipinto nel 1931, è sicuramente l’opera più nota dell’artista spagnolo, diventata a tutti gli effetti simbolo del Surrealismo.

Con il perdurare della Seconda Guerra Mondiale, nel 1940 si trasferisce a New York con la moglie. Qui è una celebrità e intrattiene collaborazioni con importanti personaggi dello spettacolo, da Alfred Hitchcock a Walt Disney. Disegna anche diversi complementi d’arredo e il famoso logo dei Chupa Chups.

Con la morte dell’amata Gala nel 1982, Salvador Dalì smise di considerare la vita degna di essere vissuta e decide di smettere di mangiare e bere, conducendo da quel momento una vita solitaria, confinato nella propria casa. Muore all’età di 84 anni in seguito ad un attacco di cuore.

Il Dante di Dalì

In vista del 1965, settecentesimo anniversario della nascita di Dante Alighieri, l’Istituto Poligrafico di Stato, con la supervisione del Governo italiano, commissiona nel 1950, una serie di illustrazioni della Divina Commedia allo spagnolo Salvador Dalì. In nove anni l’artista produce cento acquarelli, una per ogni canto della Commedia, insieme a un ritratto del poeta fiorentino. Le opere vengono esposte nel 1960 al Museé Galliera di Parigi, ma vengono rifiutate dallo Stato italiano a seguito delle polemiche sorte nell’opinione pubblica, così come un’interrogazione parlamentare, che lamentavano dell’assegnazione del lavoro ad un’artista straniero.

Nonostante il diniego istituzionale, nel 1962 l’editore fiorentino Salani, con la casa editrice Arti e Scienza di Roma, decide di realizzare una Commedia in sei libri, due per ciascuna cantica ed illustrate con le tavole di Dalì. Gli acquerelli vengono così trasferiti su tavole lignee, ne saranno utilizzate circa 3000, per dar vita a xilografie dal grande valore artistico, per le quali sono usati anche 35 colori per ciascuna rappresentazione. Nella creazione di questo importante progetto sono coinvolti i migliori incisori e tipografi e la carta prodotta da cartiere storiche come la Enrico Magnani di Pescia e le cartiere francesi di Rives.

Di queste cartelle ne furono prodotte solamente cento copie al mondo, opere uniche perché colorate e firmate personalmente dall’artista. Le xilografie, di dimensioni 30×40, rappresentano ognuna un evento o un personaggio specifico, risultando una sintesi tra la visione artistica di Dalì, guidata dall’unione fra un’ottica psicanalitica e le rappresentazioni surrealiste, e la riproposizione di modelli presi in prestito dal classicismo e dalla mitologia greca. Le leggi prospettiche vengono in queste tavole ribaltate, rilette all’interno di una nuova dimensione spazio-temporale che supera i confini della razionalità umana. Dalì conduce una ricerca del soprannaturale portando nelle xilografie una versione audace e sperimentale della spiritualità, dialogando in modo personale e intimo con l’opera del poeta fiorentino. Si passa quindi dai toni spesso ironici e grotteschi dell’Inferno e del Purgatorio a visioni eteree e celestiali per le tavole del Paradiso. La sognante atmosfera dantesca vede così la concretizzazione del suo universo immaginifico nell’arte visionaria di Salvador Dalì.

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