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La Gioconda. Un capolavoro non finito

La Monna Lisa è un dipinto realizzato dal genio Leonardo Da Vinci tra il 1503 e il 1510/13 ed oggi conservato al museo parigino del Louvre dove circa trentamila visitatori al giorno ammirano quest’opera dal fascino universale.

Identificazione del soggetto: Lisa Gherardini

La maggior parte dei critici sono concordi nell’identificare la donna del dipinto con Lisa Gherardini del Giocondo, da qui il nome Monna Lisa, moglie del fiorentino Francesco del Giocondo. Nata nel 1479, all’età del dipinto avrebbe avuto 25 anni età che ben si adatterebbe alla giovane donna rappresentata, ipotesi confermata anche dal fatto che Vasari data l’opera posteriormente alla Battaglia di Anghiari. Leonardo accetta la richiesta del Giocondo poiché tra il 1502 e il 1503 non aveva per le mani grandi commissioni che avrebbero invece impegnato l’artista negli anni successivi.

Non era così inusuale per l’epoca commissionare ritratti di dame, ma erano soprattutto i nobili a farlo, cosa che ha spinto gli studiosi a ritenere che Francesco del Giocondo fosse stato spinto da ambizioni sociali al fine di riuscire ad avere un nome nell’ambiente fiorentino e darà alla seconda moglie Lisa uno status sociale che non poteva derivare dai suoi natali, non essendo di origine nobile. Non tutti però sono concordi con l’identificazione del soggetto femminile con Lisa Gherardini e già nei secoli successivi diversi autori avevano negato il legame con la donna, come l’Anonimo Gaddiano che non è d’accordo con il Vasari e riferisce che Leonardo aveva realizzato un ritratto del Giocondo e non di una donna. Nel 1584 Giovanni Paolo Lomazzo scrive di due distinte opere di Leonardo una Gioconda e una Monna Lisa mentre nel 1590 viene citata una Monna Lisa napoletana, anche se non vi è nessun vero riscontro che questa sia mai esistita.

Nei primi del Novecento André Charles Coppier mette in dubbio che il soggetto leonardesco sia Lisa Gherardini, come già in passato era stato suggerito da Enea Irpino che nel 1520, nel suo Canzoniere, sostiene che la donna sia Costanza d’Avalos, Duchessa di Francavilla, identificata in questo per il suo velo nero sopra il capo. Quest’opzione viene avversata da Adolfo Venturi nel 1925, sostenendo che il velo nero era d’uso fra tutte le donne fiorentine e ricordando, fra l’altro, che la Gherardini aveva perso non molto tempo addietro un figlio, per cui il velo nero sarebbe segno di lutto.

Teoria interessante è quella di Antonio de Beatis, che nel 1517 afferma che il committente della Gioconda non era Francesco del Giocondo bensì Giuliano de’ Medici, protettore di Leonardo a Roma fra il 1513 e il 1515. La donna raffigurata sarebbe perciò Pacifica Brandano, amante di Giuliano, che avrebbe voluto per sé un ritratto della dama. Probabilmente de Beatis non vide la Gioconda, ma un ritratto di una cortigiana nuda, cosa che lo trasse in inganno e lo portò ad asserire una speculazione sbagliata.

Realizzazione dell’opera

Incontestabile è sicuramente l’attribuzione della realizzazione del dipinto a Leonardo, una fra le poche opere del genio vinciano che siamo sicuri derivare dalla sua sola mano. Leonardo utilizza una tavola di legno di pioppo tenero, inusuale per le opere della maturità per cui preferiva utilizzare tavole in legno di noce che aveva consigliato nei suoi scritti insieme al cipresso e al sorbo. Sulla tavola era stato poi applicato un fine strato di gesso duro che conferisce al dipinto quel particolare reticolo di screpolature chiamato in gergo tecnico craquelé o crettatura. Anche le vernici protettive e le velature in passaggi successivi influenzarono la formazione delle crettature così come è possibile notare nella differenza di craquelé tra le parti in ombra del viso e quelle illuminate che presentano un reticolo più largo.

Da constatare che il dipinto presenta due colori di base distinti: sulla parte superiore troviamo il blu, in quella inferiore il rosso applicato a sua volta su una base bianca. La base rossa è una costante nella pittura di Leonardo che otteneva il colore con una mistura di ocra, minio e biacca. Il dipinto presenta poi differenti tonalità, sia per l’utilizzo di diversi pigmenti, lacche rosse per il viso mentre le mani presentano una più alta percentuale di terre, come l’ocra, sia per l’ingiallimento dovuto all’ossidazione dei colori che ha portato all’ingiallimento degli incarnati e ai paesaggi tendenti fortemente al verde. Il volto tende ad essere più luminoso perché gli strati di biacca sottostanti tendono a riflettere la luce che trapassa i sottilissimi strati di colore.

Opera non finita

Il lavoro leonardesco sul dipinto continuerà per diversi anni consegnando alla storia uno dei più famosi mai finiti. Anche se a prima vista possono non notarsi, molti sono gli elementi approssimativi che indicano un lungo lavoro di ripensamento dell’opera da parte di Da Vinci. Le colonne ai lati del parapetto mancano di solidità ed elementi essenziali, il paesaggio a sinistra presenta ancora la base rossastra di preparazione, come se Leonardo non avesse completato quello spazio. Le mani presentano una struttura non finita e dimostrano i cambiamenti continui di impostazione dell’immagine, evidenziabili in questo caso negli interventi di modifica sulla posizione delle dita della mano sinistra e in quello di larghezza e disegno sul dito indice della mano destra.

Le radiografie a cui è stata sottoposta l’opera nella fase di restauro hanno permesso di scoprire un volto totalmente diverso sotto quello che conosciamo tutti noi. La figura in questo caso non presentava il velo, un volto più magro e mancava delle ciocche di capelli sulla sinistra. Ma il particolare che salta all’attenzione è sicuramente la mancanza del famoso sorriso su questo primo soggetto, tanto che si è pensato fosse questa la versione vista da Raffaello ed emulata nel modello dal pittore urbinate nel ritratto della Dama con liocorno e ne la Muta. Tutto questo conferma ancora una volta i rimaneggiamenti successivi compiuti da Leonardo sul dipinto che ne precisa forme e dettagli grazie ad un serie di velature ad olio, non percepibili ai raggi X perché mancanti del colore bianco, e che hanno permesso di rilevare la figura originaria sottostante e la sua trasformazione in un volto quanto più idealizzato.

Queste velature sono molto importanti anche per comprendere come Da Vinci applica i suoi studi sull’atmosfera nel suo lavoro artistico: la trasparenza che le caratterizza, prive della solidità materica delle pennellate, serve a creare un effetto acqueo al fine di rendere l’atmosfera di un’ambientazione umida, carica di aria grossa. La naturale ossidazione delle vernici protettive porta poi ad accentuare questa presenza del medium atmosferico, è infatti possibile notare sotto la cornice un cielo originario molto più intenso e vivace nei colori. Il celeberrimo sorriso deriva anche da questa particolare condizione dell’aria, il movimento delle labbra è suggerito da vibrazioni sottilissime di luce che animano la figura donandogli la vita.

Il retro della tavola è altrettanto interessante e presenta, oltre ai numeri di inventario e timbri in ceralacca, una H di colore rosso, posta intorno al XVI o XVII secolo. Questa lettera potrebbe essere l’incipit della parola Honda, una trascrizione fonetica che si avvicinerebbe al termine toscano per Gioconda.

Innovazione artistica

L’innovazione portata dalla Gioconda in campo artistico è rilevante per i secoli successivi al punto che cambierà il modo di realizzare ritratti. Leonardo, infatti, raffigura la donna in posizione frontale e non di profilo come erano soliti fare tutti gli artisti precedenti. Anche la dimensione della tavola (77×53 cm) su cui fu dipinta è sicuramente senza precedenti nell’arte leonardesca, è molto più grande di tutti i ritratti realizzati in precedenza dall’artista, conferendo alla Gioconda un fasto monumentale e di grande potenza scenica.

Significato del dipinto

La Monna Lisa è dunque un esempio non solo di bellezza quanto un simbolo della perfetta donna rinascimentale. Nella sua figura si riuniscono tutti i pregi riconosciuti alle vere dame dell’epoca che dovevano essere esempi di virtù, castità, moralità e religiosità. Già nel Ritratto di Ginevra Benci di Leonardo, troviamo la formula “virtute forma decorat”, ossia “la bellezza adorna la virtù”, a sottolineare come la bellezza era solo un accessorio inutile senza la virtù che rendeva una donna non solo rispettabile, ma anche desiderabile.

La Gioconda rappresenta quindi la virtù che vince il tempo, la donna in primo piano è contrapposta quindi al paesaggio sullo sfondo dove l’acqua che scorre equivale allo scorrere del tempo. L’elemento naturale non è quindi vero, ma assume un significato simbolico che va a rafforzare la virtù della dama, trasformando la dama in un archetipo della donna virtuosa, perdendo così il valore di ritratto individuale. I due paesaggi non collimano in un’unica rappresentazione, sono posti su due paini differenti come se rappresentassero due metà differenti, a sinistra un paesaggio lombardo e a destra uno aretino. Questo vezzo raffigurativo sottolinea una continuità tra passato, presente e futuro rafforzando il valore della virtù che è atemporale, non conosce fine e rimane imperituro come segno tangibile di aristocrazia e grazia.

La Monna Lisa in Francia

La Gioconda pur essendo stata realizzata da uno dei geni dell’arte italiana è da cinquecento anni di proprietà francese. Nel 1516 Leonardo, ormai anziano, si trasferisce in Francia e soggiorna presso il castello di Clos-Lucé, vicino ad Amboise, donatogli dal suo grande estimatore Francesco I, che negli anni successivi comprerà per 4000 ducati d’oro la Gioconda, non si sa se direttamente da Leonardo oppure con la mediazione del Salai, allievo del genio vinciano. Il dipinto è conservato presso gli appartamenti reali a Fontainebleau per poi essere spostato nel 1695 nella Petite Galerie du Roi a Versailles per volere di Lugi XIV. Dopo la Rivoluzione francese viene collocato al Louvre nel Salon Carré fino a che Napoleone non lo richiede, nel 1801, per la stanza da letto della moglie Josephine. Nel 1804 ritorna al Louvre dove è tuttora conservato.

Il furto presunto e quello vero

Falso è il mito del furto della Gioconda da parte di Bonaparte, pensiero errato che probabilmente deriva dal fatto che durante la campagna d’Italia furono molte le opere trafugate e che vennero poi esposte, insieme alla Monna Lisa, nell’allora Museé Napoléon. Questa leggenda è causa scatenante del vero furto della Gioconda, avvenuto nel 1911, prima volta che un’opera d’arte veniva trafugata da un museo. Tra i possibili sospettati sono inseriti gli operai che avevano lavorato al museo il lunedì precedente durante la chiusura settimanale del museo. Scagionati, vengono interrogati anche personaggi illustri come Apollinaire e Picasso, quest’ultimo è anche arrestato, poiché avevano dichiarato la volontà di svuotare i musei al fine di riempirli con le loro opere. Un’accusa fu anche fatta alla Germania, che era in lotta con la Francia su territorio africano per le colonie e avrebbe così tentato di rubarne anche il patrimonio artistico.

Due anni dopo il fatto criminale, nel 1913, l’antiquario fiorentino Alfredo Geri riceve una lettera, firmata Leonardo V. dove veniva dichiarata la volontà di far tornare la Monna Lisa in Italia. Geri contatta immediatamente il direttore degli Uffizi, Giovanni Poggi, e insieme incontrano il ladro, prima presso il negozio, per poi spostarsi presso l’albergo dove risiedeva l’autore del furto. Qui scoprono che il malfattore si chiama Vincenzo Peruggia, imbianchino italiano che ha rubato il dipinto perché riteneva fosse stato trafugato da Napoleone ed ingiustamente conservato presso il museo parigino. Una volta constato che il quadro era autentico Poggi e Geri contattano le autorità e Peruggia viene arrestato e processato nel 1914 ricevendo, per infermità mentale, una condanna di appena un anno e mezzo di prigione. Dopo 28 mesi in una valigia sotto il letto della residenza parigina dell’imbianchino italiano e una breve permanenza in Italia la Gioconda viene restituita al Louvre e fa così ritorno in Francia.

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