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Il Protovangelo di Giacomo: Il Mito della Natività

Il Protovangelo di Giacomo, noto anche come Vangelo dell’Infanzia, è un Vangelo in lingua greca scritto intorno al 140-170 d.C, quasi sicuramente originario o della Siria o dell’Egitto; l’autore rimane ignoto nonostante la tradizione voglia che sia attribuita a Giacomo il giusto, il fratello di Gesù. La contraddizione a questa asserzione è presentata dal fatto che Giacomo è venuto a mancare nel 62 d.C., quindi molto prima rispetto alla redazione del Protovangelo. Esso deve il suo nome all’umanista francese Guillaume Postel nel XVI secolo ed è relativo all’antecedenza cronologica degli eventi in esso narrati rispetto al materiale contenuto nei quattro vangeli canonici.

Il testo si presenta suddiviso in 25 capitoletti, molto più brevi rispetto a quelli canonici, a loro volta suddivisi in tre macro argomenti:
dal capitoletto 1 a 8 si raccontano la nascita di Maria, la sua infanzia e la presentazione al Tempio della stessa;
dal capitoletto 9 a 16 viene invece narrata la scelta di Giuseppe come sposo verginale, l’annunciazione dell’angelo a Giuseppe circa la gravidanza di Maria ad opera dello Spirito Santo;
dal capitoletto 17 a 24 viene trattato l’affascinante nascita di Gesù, la strage degli Innocenti e l’uccisone di Zaccaria, padre di Giovanni il Battista.

L’importanza del Protovangelo di Giacomo nella tradizione cristiana

Si tratta di un’opera che seppur non riconosciuta canonica resta di grande importanza poiché molte delle informazioni in essa contenute sono state accettate e assunte dalla tradizione cristiana “ufficiale”. In particolare, le informazioni su Anna e Gioacchino, genitori di Maria, e la tesi della verginità di Maria, prima, durante e dopo la nascita di Gesù, la grotta quale luogo della nascita e di manifestazione di luce.

La rappresentazione artistica del Protovangelo di Giacomo

Questo testo ebbe un’enorme influenza nella storia dell’arte: memorabili sono ad esempio le scene interne al ciclo delle storie di Gioacchino e Anna affrescate da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova.

L’Incontro di Anna e Gioacchino alla Porta d’Oro è un affresco (200x185cm) di Giotto, databile al 1303-1305 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova. La scena in particolare è l’ultima raffigurata facente parte delle Storie di Gioacchino e Anna nel registro più alto della parete destra verso l’altare.

Dopo essere stato cacciato dal Tempio di Gerusalemme per essere ritenuto sterile (perciò non benedetto da Dio), Gioacchino si rifugiò in ritiro presso i pastori delle montagne. Nel frattempo Anna, convinta di essere rimasta vedova, aveva avuto un miracoloso annuncio da un angelo che le aveva rivelato che presto avrebbe avuto un bambino. Nel frattempo anche Gioacchino aveva sognato un angelo, che lo confortava come Dio avesse ascoltato le sue preghiere e dovesse tornare a casa dalla moglie.

La scena mostra dunque l’incontro tra i due, che secondo il testo apocrifo avvenne davanti alla Porta d’Oro o Porta Aurea (She’ar Harahamim) di Gerusalemme, dopo che entrambi erano stati avvisati da messaggeri divini.

Da sinistra proviene infatti Gioacchino, seguito da un pastore, e da destra Anna, seguita invece da un gruppo di donne diversificate per classe sociale, studiate accuratamente nelle acconciature e negli abiti. I due consorti vanno incontro l’uno all’altro e, subito fuori dalla porta, su un ponticello, si scambiano un affettuoso bacio, che allude alla procreazione (senza macchia): infatti Anna rimase subito dopo incinta.

Il mito come motore del testo

Il Protovangelo di Giacomo è concentrato di miracoli che appaiono spesso plateali, tratto più conforme al genere mitico o fiabesco che al genere storico che traspare nei Vangeli canonici. In tali opere, quando in particolare Gesù compie miracoli, lo fa con una certa ritrosia, imponendo a volte di non divulgare il fatto, e sempre con l’intento di suscitare la fede nel suo insegnamento, a differenza di quanto avviene nel protovangelo.

È nel capitolo 18, la Visio Joseph, che veniamo catapultati in questo contesto, vedendo l’affermarsi del racconto della natività e della configurazione del mito all’interno di un racconto tradizionale, che avrebbe dovuto avere validità permanente, influente all’interno della storia e sulla collettività.[1] È quindi possibile determinare echi[2] dal mondo antico funzionali non solo alla rappresentazione del parto e della nascita ma anche intrinsecamente alla costruzione del racconto della natività come mito, categoria debitrice al mondo classico. Con questa categoria viene determinata la collocazione fuori dal tempo e dello spazio umano creando in questo modo l’incontro divino-umano.


[1] R.Barcellona, Echi dal mondo antico nel racconto della natività: il Protovangelium Jacobi e il Liber de Nativiitate Salvatoris, in Studia Philologica Valentina, Vol.20, n.s.17 (2018)pag. 27;

[2] R.Barcellona, Echi dal mondo antico nel racconto della natività: il Protovangelium Jacobi e il Liber de Nativiitate Salvatoris, in Studia Philologica Valentina, Vol.20, n.s.17 (2018)pag. 30

L’opera e i suoi usi

Negli ultimi decenni i Protovangeli sono stati riconosciuti, rivalutati e utilizzati come fonti per ciò che concerne la ricerca del Gesù storico sul cristianesimo dei primi secoli. Qui, non interesserà utilizzare il tema della natività, per poter “dire qualcosa” sulla figura del Gesù storico o del Gesù “reale”[1] e tanto meno si utilizzerà l’intero Apocrifo per strutturare quel tipo di ricerca o per procedere ad una svalutazione degli scritti come testi documentali a tal fine.[2] Ciò che preme fare è analizzare le peculiarità del Protovangelo, in particolar modo il capitolo 18,2.: la pausa cosmica momento concomitante alla nascita di Gesù e raccontato da Giuseppe in prima persona.

Capitolo 18.
“E trovò là una grotta e (ve) la condusse e fece restare con lei i figli suoi e andò a cercare una levatrice ebrea nella regione di Betlemme. (18,1)
Ma io Giuseppe camminavo e non camminavo, guardai la volta del cielo, la vidi ferma e guardai l’aria, la vidi stupita: immobili gli uccelli del cielo; guardai sulla terra e vidi un recipiente abbandonato e operai sdraiati, con le mani nel recipiente, coloro che masticavano non masticavano, coloro che lo prendevano non lo sollevavano, quelli che lo portavano alla bocca non lo portavano; ma la faccia di ognuno era rivolta verso l’alto. Vidi pecore spinte innanzi, stavano ferme: il pastore alzò la mano per percuoterle, la sua mano restò in alto e guardai la corrente del fiume, vidi capretti con la bocca poggiata sull’acqua senza bere e tutte le cose per un istante furono sospinte fuori del loro corso[3]. (18,2)”


[1] (a cura di) E.Prinzivalli, L’enigma di Gesù. Fonti e metodi della ricerca storica, C.Gianotto, E.Norelli, M.Pesce, Carocci, 2008, pag.22;

 per approfondire l’argomento si veda: [2] (a cura di) E.Prinzivalli, L’enigma di Gesù. Fonti e metodi della ricerca storica, C.Gianotto, E.Norelli, M.Pesce, Carocci, 2008; R.Barcellona, Echi dal mondo antico nel racconto della natività: il Protovangelium Jacobi e il Liber de Nativiitate Salvatoris, in Studia Philologica Valentina, Vol.20, n.s.17 (2018)

[3] G.Marconi, La nascita del Messia. Indagine sul Protovangelo di Giacomo 17-21, EDB, 2017, pag.33-34;

La grotta

Apriamo l’analisi del Protovangelo di Giacomo dal capitolo 18.1 ovvero il ritrovamento di un luogo di fortuna in cui far partorire Maria: la grotta. È un particolare del mondo moderno molto familiare, non solo per gli insegnamenti che sono stati impartiti attraverso le lezioni di catechismo, ma anche perché tradizionalmente, le famiglie cristiane si riuniscono nella costruzione del presepio che vede per l’appunto una grotta, o una stella, al centro del suo fulcro.

Il primo a menzionare il luogo in cui avvenne la nascita di Gesù fu il terzo evangelista che aveva determinato la stalla come posto designato. Può sembrare peregrino iniziare l’analisi del testo da questo particolare, in realtà è una questione fondamentale:
l’ignoto autore è solito nel testo fare riferimento al testo di Luca ma qui no: perché parla di una grotta anziché riproporre la stalla, già citata in Luca? Il riferimento sembrerebbe ben più antico e la motivazione teologica, naturalmente.

Da dove le attinse? Da diverse fonti: Gen 19,30 Lot e le sue figlie si riparano all’interno di una grotta per sfuggire alla distruzione di Sodoma e Gomorra; in Gdc 6,2, 1 Sam 13,6 e 2, Mac 10,6 vi trovano rifugio gli ebrei; in Sal 57 e 142 è il rifugio di David e in Gen 49,29, 30, 32 vi trovarono riposo nella morte Abramo, Sara, Isacco, Rebecca, Giacobbe e Lia.

Nella grotta, insomma, giace la storia di Israele e da lì si dà spazio alla memoria e al futuro del popolo ebraico.

Successivamente l’attenzione si sposta all’episodio della ricerca dell’ostetrica da parte di Giuseppe: questo momento è di fatto successivo al ritrovamento del luogo (la grotta), in cui ha lasciato Maria in procinto del parto con i figli di Giuseppe (anche se una versione tradotta ammette alla scena un solo figlio). Egli, quindi, parte alla ricerca di una levatrice e l’autore tiene a specificare che quest’ultima è ebrea.

Il riferimento permette di richiamare a Es 1, 15-21 in cui “il timore di Dio e la disobbedienza ai comandi del faraone da parte delle osteriche Sifra e Pua permettono la crescita del popolo eletto, nonché benefici alle loro famiglie.[1] In verità non si vedrebbe la necessità di specificare la provenienza dell’ostetrica, dovrebbe essere ovvia: il fatto che Giuseppe, provvidenzialmente, la trovi nei pressi di Betlemme, dovrebbe far intuire l’origine della donna. Probabilmente per l’autore è importante che il lettore ricordi quanto la disobbedienza proprio da parte delle ostetriche abbia fatto la differenza per il popolo ebraico; un secondo richiamo alla memoria.


[1] ibidem, pag. 35;

In prima persona

Nella prosecuzione dell’analisi si può notare che nel testo avviene un cambiamento di registro: infatti dalla terza persona singolare si passa alla prima persona singolare.

Il passaggio improvviso, naturalmente, non passò inosservato e diede adito a diverse inserzioni successive; la più importante è quella del teologo Harnack, il quale insinuò la presa a modello dello stile autobiografico da parte dell’autore già presente negli Atti degli apostoli. La questione mandò in confusione anche gli amanuensi antichi, i quali cercarono di ovviare al problema in diversi modi: ad esempio nella fonte SBILMN si continua la narrazione in terza persona; mentre la fonte FbG omette direttamente la visione.

Ciò che si può affermare, grazie all’assunzione formale e tematica da modelli antico e neotestamentari che attestano un procedimento omogeneo e costante nel Protovangelo, è l’utilizzo da parte dell’autore di racconti già formati che ha provveduto a riscrivere. L’unico passo che non ha trascritto è proprio questo attingendolo comunque da una fonte altra.

La meraviglia dell’immobilità

Con il cambio di registro ci si concentra su ciò che si vede e la direzione di ciò che si vede. Il motivo del racconto, la meraviglia di Giuseppe suscitata dalla staticità momentanea dell’universo intero, le negazioni ripetute, sono mezzi attraverso cui costruire la vicenda.

L’articolazione è molto complessa e la posizione di Giuseppe all’interno del quadro narrativo è particolare, di cui testimone è il movimento ondulatorio dei suoi occhi. Egli rivolge lo sguardo verso gli uccelli, alla volta celeste, all’aria, per poi abbassarlo in modo da mettere a fuoco la terra e i suoi abitanti; per poi rialzare di nuovo lo sguardo verso la corrente del fiume. La narrazione assume un carattere armonioso e il “basso” è da attribuire all’uomo che nella sua immobilità ha comunque lo sguardo rivolto verso l’alto; mentre la natura di per sé è rivolta verso l’alto, quindi, egli deve per forza di cose alzare lo sguardo.

Il fatto che il padre putativo guardi la volta celeste permette di compiere un nuovo riscontro con la tradizione, in questo caso con Gen 1,1-2,4[1]. Se si meraviglia dell’immobilità è perché poco prima la concepiva mobile, andando così in contrasto con la Genesi e il mondo biblico in generale che invece la determina immobile. Tale immobilità, degli astri e della volta celeste, trova corrispondenza nella presenza divina.

La personificazione dell’aria

I motivi caratteristici non si esauriscono qui, in vero altrettanto singolare è l’attribuzione delle capacità estetiche dell’uomo all’aria che quasi sfocia nella poesia: l’aria è stupita.

Il contesto biblico antico e testamentario non dà personificazioni all’aria, si limita alla sua spazialità; solo in Sap 13,2 si rammenta la sua funzione divina presso alcuni popoli: si parla di aria veloce associata alla volta celeste. Alcuni studiosi hanno provato a supporre che nonostante la convergenza di contesto, comunque l’autore abbia attinto al testo sapienziale (un gruppo di libri dell’Antico Testamento, così denominati, in epoca cristiana, a motivo dell’argomento generico da essi trattato, il quale è la “sapienza ” secondo il concetto ebraico). 

Nel Protovangelo persino la natura si è stupita del mistero: Gesù è venuto al mondo. La nascita non è narrata, in quanto è sostitutadalla visione di Giuseppe; come se all’uomo fosse dato ciò che può comprendere.


[1] Ibidem, pag.43

La pausa cosmica

Fin qui è stata posta l’attenzione ai riferimenti biblici che come si è visto avevano lo scopo di dare riferimenti teologici; ciò su cui si pone l’attenzione ora è l’approfondimento del motivo della pausa cosmica.

È più noto, nelle ierofanie[1], una partecipazione attiva della natura, attraverso manifestazioni di sconvolgimenti e prodigi; tuttavia, non è strano trovare suggestioni letterarie per assonanza con la scena della natura immobilizzata offerta dal protovangelo di Giacomo, quindi con la sospensione del tempo.

Se fino ad adesso si è seguito un metodo di comparazione tra il protovangelo e l’antico testamento, per ciò che concerne i temi appena accennati va preso in considerazione il contesto greco classico rispetto a quello biblico.

Da cosa è giustificata questa anteposizione? La risposta viene da Di Nola: “Questo è giustificato dal tema silenzio—->immobilità che assunse un ruolo importante nella tradizione greco classica per poi sfociare nell’avvento del Cristianesimo stesso, laddove il motivo biblico trova una sua naturale continuazione[2]. I testi greco ellenistici che si possono prendere come riferimento essenziali sono:
L’Eneide di Virgilio: Enea arriva presso il Tevere, il luogo che gli è stato destinato dagli Dei e che dunque rappresenta una nascita, un nuovo inizio tanto che la natura saluta questo evento attraverso un attimo di pausa […] venti posuere omnisque repente resedit/ flatus […] (Eneide VII 27-28).

Il Frammento di Alcmane. Dal mondo greco proviene questo noto frammento[3] dove la rappresentazione della natura che dorme è catturata da uno sguardo che include varie dimensioni: dai monti alla terra, dai fondali marini alle dimore aeree dei volatili. Alcuni studiosi hanno accostato questa fonte al protovangelo di Giacomo perché entrambe presentano un importante ampio respiro del quadro narrativo: l’andamento ondulatorio in primis, di cui si è già discorso.

Più pregnanti, invece, sono i riferimenti a Le baccanti di Euripide (407-406 a.C.), l’Edipo a Colono di Sofocle (401 a.C.) e un Inno ad Apollo di Limenio (138-128 a.C.) In Euripide e in Sofocle è interessante notare che l’immobilità è posta in relazione al silenzio.


[1] Il senso della presenza o della manifestazione di qualcosa di «sacro», non necessariamente di un dio, che l’uomo avverte o può avvertire, a qualsiasi tipo di religione appartenga (da Enciclopedia Treccani);

[2] A.M.Di Nola, Sospensione della vita cosmica, in A.M. Di Nola Antropologia religiosa. Introduzione al problema e campioni di ricerca, Firenze, 1974, pag. 177-178;

[3] R.Barcellona, Echi dal mondo antico nel racconto della natività: il Protovangelium Jacobi e il Liber de Nativiitate Salvatoris, in Studia Philologica Valentina, Vol.20, n.s.17 (2018)pag. 33

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