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FRIDA KAHLO: l’arte che colora il dolore

Le vicende che accendono l’arte di Frida

Nel 1925, il 17 settembre Frida Kahlo è vittima, insieme al fidanzato dell’epoca, Alejandro Gomez, di un incidente dovuto allo scontro fra l’autobus su cui si trovava e un tram. L’urto non è particolarmente violento, ma causa comunque gravi danni ai due mezzi e alle persone trasportate. Frida viene ferita in modo grave da un corrimano, trafitta da parte a parte. Dopo un anno dall’incidente riceverà la prima seria diagnosi che constaterà la frattura di due vertebre lombari, del bacino in tre punti, del piede destro, insieme ad un gomito lussato e una profonda ferita all’addome. I dottori le prescrivono l’uso di un busto di gesso per un minimo di nove mesi, e riposo assoluto per due.

È nel periodo della convalescenza che la Kahlo inizia a produrre i suoi primi lavori artistici. La madre le fa prima costruire un cavalletto da poter usare stando sdraiata, poi trasforma il letto creando un baldacchino con un grande specchio permettendo a Frida di vedersi. Questo è il periodo degli autoritratti, famosi per gli occhi sovrastati da sopracciglia drammatiche diventate poi un’icona di femminismo e di liberazione rispetto ai canoni di bellezza imposti da una società maschilista. La Kahlo si sottrae ai tabù culturali del tempo rileggendo anche quelli legati alla sessualità femminile. La pittura di Frida legata al suo periodo di riposo forzato è una pittura fatta di pazienza e piccole dimensioni, un’arte che diventa man mano più consapevole e ricca nella produzione.

Nel 1927 la pittrice messicana torna a vivere, conducendo una vita che quanto più vicina alla normalità, nonostante la fatica e il dolore provocato dai busti e dalle cicatrici degli interventi. Dal 1928 entra a far parte degli artisti legati alla corrente artistica del mexicanismo, un movimento che sostiene un’arte messicana più legata agli usi e costumi popolari e meno costretta nello stile accademico imposto, un’arte prevalentemente murale, una pittura dallo scopo anche educativo per la maggior parte degli analfabeti messicani.

L’arte della Kahlo: tra tradizione e modernità

La Kahlo dà vita ad un suo specifico modo di rendere emozioni e idee, un personalissimo ed unico linguaggio figurativo che trae ispirazione in particolar modo dalla cultura precolombiana e dall’arte popolare messicana. Nei suoi lavori è possibile ritrovare raffigurazioni di Santi della Cristianità, martiri e riproduzioni votive popolari; Frida si rappresenta inoltre con abiti di campagna o costumi della storia indio; il Messico è poi sempre presente grazie all’inserimento della flora e della fauna locali.

Las Dos Frida

https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=88953112

Las Dos Frida è un quadro realizzato dall’artista messicana nel 1939, dove ella stessa si rappresenta in una doppia versione, come se avesse subito uno sdoppiamento. L’opera rappresenta la sofferenza di Frida causata dal divorzio dal marito Diego Rivera.

Sulla destra una Frida in abito tradizionale, il Tehuana, ritratta con in mano la foto dell’amato marito, a sinistra una Frida vestita di bianco, con abiti dalla foggia europea, una donna nuova, senza Diego Rivera. Le due donne sono protagoniste della scena senza però rivolgendosi neanche uno sguardo. L’artista messicana raffigura così il dissidio interiore che sta vivendo, il suo sentirsi anima divisa fra le tradizioni del suo paese e di riflesso da Rivera e la sua nuova sé, donna emancipata, divorziata, pronta a vivere intensamente il suo soggiorno europeo.

Le due Frida sono nello stesso dipinto, unite dall’ unica essenza che condividono, ma irrimediabilmente separate dalle vicissitudini della vita. Cosa che più colpisce del quadro sono i due cuori che sono originalmente posti sopra il petto delle due donne, come se potessimo vedere la sua interiorità. Il cuore della Frida messicana è di un bel rosso vivo, intenso, integro nelle sue parti, come alimentato da nobili sentimenti, dalla felicità della vita coniugale e dall’amore per il compagno. La Frida europea presenta invece un cuore rotto, danneggiato, dal colore quasi sbiadito, sofferente per il dolore del divorzio e del tradimento subito dal marito e dalla sorella. Un’ unica arteria li unisce, un unico pulsante collegamento, che viene interrotto irrimediabilmente dalla Frida di sinistra con un paio di forbici.

Il taglio netto fra i due cuori è per la pittrice simbolo e trasfigurazione del dolore profondo e sconvolgente che sta investendo la sua vita, un taglio con il passato, una rinascita dalle ceneri dell’infelicità per vivere un presente nuovo, irrimediabilmente lontano da quello che sono le sue origini. Frida è devastata, ma riesce nella sua pittura ad esprimere tanto dolore quanto speranza per il futuro, raffigura un’interiorità vera, umana, si apre allo spettatore e al mondo esponendo la sua fragilità senza remore e vergogna alcuna.

Autoritratto con collana di spine

Opera realizzata nel 1940, Autoritratto con collana di spine presenta la pittrice posta frontalmente allo spettatore, immersa in un fogliame fitto, che presenta un’unica foglia gialla, proprio dietro il capo di Frida, come ad incorniciarlo. A farle compagnia alcuni animali, come la scimmia ragno, il gatto nero e il colibrì sul petto. Questi esseri sono usati in modo simbolico e suggeriscono lo stato d’animo dell’artista, così come l’espressione di Frida, che si rappresenta con uno sguardo solenne e calmo, suggerendo la sua grande forza interiore che le fa sopportare il dolore, concentrata nel suo mondo interiore.

Il colibrì, di solito colorato è qui rappresentato di colore nero, senza vita, a raffigurare la sofferenza interiore della Kahlo, che convive con il dolore perenne provocato dall’incidente che l’ha vista coinvolta all’età di soli 18 anni. Per la tradizione del popolo messicano i colibrì morti sono anche utilizzati come amuleti porta fortuna nelle relazioni d’amore. La stessa collana di spine a cui è appeso l’animale riprende la vita sentimentale dell’artista: il collo di Frida è ferito e sanguinante, simboleggiando il grandissimo dolore che subì a seguito del divorzio da Rivera. Ulteriore richiamo della collana è quello alla corona di spine del Cristo, così da figurare come una moderna martire.

Sulla spalla destra, simbolo del demonio è posta una scimmia ragno, regalo di Rivera, che stringe la collana di spine fra le sue zampe. In dubbio se la voglia aiutare a togliersela oppure la stia stringendo ancora, aumentandone la sofferenza. La scimmia potrebbe essere semplicemente il suo animale da compagnia o forse raffigurare il suo bambino mai nato, a causa dei numerosi aborti subito dall’artista. Come contraltare sulla spalla sinistra troviamo un gatto nero, dalle orecchie abbassate, simbolo di sfortuna e morte, acquattato come se stesse per catturare il colibrì. I due animali sono immagini figurative che raccontano due lati della complessa personalità della Kahlo. Anche le farfalle che volano tra i capelli della donna assumono un preciso significato, sono infatti simboli di resurrezione, così come il foulard viola tra i capelli assume una forma ad otto orizzontale come il simbolo dell’infinito.

Interessante sottolineare come questo autoritratto fu dipinto da Frida per il suo amante, il fotografo americano Nickolas Muray per sostituire il precedente che la pittrice aveva dovuto vendere per raccogliere denari in seguito alla causa di divorzio da Diego Rivera. Il pittore messicano è però sempre presente nelle sue opere, anche in questa, nella figura della scimmia ragno, ed insieme agli altri animali e agli elementi della tradizione messicana rappresentano l’universo in cui si muove con maestria la Kahlo.

Autoritratto con collana di spine è un quadro dal forte impatto sentimentale: facile è immedesimarsi nella sofferenza profonda della pittrice messicana, toccante e struggente la sua vita piena purtroppo di dolore e tragedie. Una figura che ci entra nel cuore per la grandezza con cui sopporta le difficoltà della vita, disinteressata e anzi fiera del suo aspetto e dei suoi difetti.

La colonna rotta

Nel 1944 Frida dipinge La colonna rotta, in seguito alle ripetute operazioni chirurgiche ne avevano di fatto limitato la mobilità e incapace di sopportare le fatiche dell’insegnamento. La pittrice messicana si autoritrae frontalmente, dal mento all’inguine scorre una profonda ferita, uno squarcio, un busto bianco è l’unico elemento che sembra mantenere unite le due parti di Frida. Una colonna metallica percorre l’intera figura: è rotta in più punti a sottolineare le fratture subite, la sua sofferenza fisica e i problemi di salute che ne conseguono. Una colonna vertebrale bionica che non riesce però più a reggere Frida, causandole infiniti dolori che la costringono a ripetuti periodi di degenza, bloccata a letto.

Il paesaggio che circonda la figura ne riflette le ferite: la pittrice è circondata dalla triste desolazione di un panorama deturpato, desolato e solcato da profonde spaccature. Un modo per sottolineare come la nostra sofferenza ci condizioni nella percezione del mondo esterno.

Nel dipinto è presente una forte carica simbolica, elementi del Cristianesimo sono utilizzati dalla pittrice per sottolineare ed accentuare il proprio martirio esacerbato e nato dal dolore fisico, una sofferenza non nella grazia di Dio, ma simile ai martiri cristiani come è possibile riconoscere nei chiodi che punteggiano il corpo della donna, iconografia che riprende il martirio di San Sebastiano, oppure nel corpetto bianco, che riprende i sudari antichi. Nonostante la sua professione di ateismo e anticlericalismo Frida è nata e cresciuta nella cultura cattolica messicana che al tempo era ancora forte nelle famiglie del paese. La pittrice, dunque, fa proprio il linguaggio figurativo della Fede per portare il mondo a conoscenza del suo dolore e della sua sofferenza fisica e spirituale.

Viva la Vida

Viva la Vida viene dipinto da Frida probabilmente nel 1952 nonostante la scritta “Viva la Vida – Coyoacán 1954 Mexico” sia stata aggiunta nel 1954 dalla pittrice stessa, otto giorni prima di morire. A prima vista potrebbe apparire una semplice natura morta, con angurie rossissime e succose, mature e rigogliose. Il messaggio che si vi può leggere è molto profondo in realtà: un grido di dolore, l’esprimere l’intensa voglia di vivere dell’artista. Il cielo è azzurro, limpido, le angurie esprimono un senso di pienezza e fecondità, come tra le difficoltà lo è stata la vita dell’artista. Un messaggio a tutti coloro che potranno ammirare la sua opera: vivere la vita che è meravigliosa nonostante tutto.

L’anguria è un elemento simbolico presente in molte culture, persino in quella egizia. Gli antichi egizi pensavano che derivasse dal seme di Seth, dio del deserto e della siccità, della tempesta e dei morti. Nelle tombe l’anguria era spesso posta come cibo per l’aldilà, un nutrimento per la vita dopo la morte, un succoso aiuto per rafforzarla e trarne forza nella nuova esistenza ultraterrena.

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