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Ferrante d’Este: Il condottiero della congiura

Nascita e infanzia

Ferrante d’Este nasce a Napoli il 19 settembre 1477 dal duca di Ferrara Ercole I d’Este e di Eleonora d’Aragona a sua volta figlia del Re di Napoli Ferrante I. Noti fra i suoi fratelli, Alfonso d’Este, che succedette al padre, e Ippolito, famoso cardinale, non dimenticando Isabella d’Este che andrà in moglie a Francesco II Gonzaga. Ferrante nasce nella città partenopea durante una visita della madre presso la corte di Castel Capuano dove si sarebbe dovuto svolgere il matrimonio del padre di lei con la principessa spagnola Giovanna di Trastamara. Il bambino cresce alla corte napoletana finché nel 1489 guida il corteo nuziale di Isabella d’Aragona che deve raggiungere lo sposo Gian Galeazzo Sforza a Milano, fermandosi poi presso Ferrara alla corte del padre.

Alla corte francese

Quattro anni dopo il padre lo manda alla corte di Carlo VIII sovrano di Francia. L’esercito francese invade poco dopo l’Italia, arrivando fino a Napoli, ma Ferrante non è con loro poiché si è fermato a Roma, dove vive in modo dissoluto sperperando il denaro che il padre gli invia. Ercole I rimprovera il figlio e lo invita a riunirsi con le truppe francesi affinché non perda il favore di Carlo VIII. Ferrante combatte con i francesi per poi tornare in Italia nel 1497.

In Italia

Partecipa alla guerra di Pisa nel 1498, dopo che Venezia gli ha concesso una condotta per essa, combattendo nella città toscana fino agli inizi del 1499. Torna a Ferrara e viene licenziato da Venezia, così sempre nel 1499 parte per Milano, insieme al fratello Alfonso, al fine di conoscere Luigi XII di Francia. Dal re francese non riceve i favori sperati a causa dei debiti contratti con la corte di Francia durante il regno del predecessore. Nel 1502 è colui che prende possesso della Pieve e di Cento, lasciate ai duchi d’Este da Alessandro VI.

La lite su Don Rainaldo

Ferrante partecipa ad una lite avvenuta fra il fratello Ippolito e il figlio naturale di Ercole I, Giulio d’Este. Al centro del litigio un musicista, Don Rainaldo, al servizio di Giulio, ma richiesto da Ippolito per la propria cappella. Il cardinale ritorna a Ferrara nel 1504 per la malattia del padre e porta con sé il musicista rinchiudendolo nella Rocca del Gesso. Giulio, insieme a Ferrante e un nugolo di persone armate, trova il nascondiglio e si riprende Rainaldo. Alfonso d’Este, spinto dalle lamentele di Ippolito esilia Ferrante e Giulio, rispettivamente a Modena e a Brescello. Convinto da Lucrezia Borgia, Isabella d’Este e Francesco II Gonzaga, Alfonso perdona i fratelli e li libera.

L’ideazione della congiura di Giulio e Ferrante

Dopo un’altra furiosa disputa fra Giulio e Ippolito, questa volta per l’amore di una donna, nella mente del primo si affaccia un desiderio di vendetta, soprattutto nei confronti del fratello Alfonso che non aveva punito il cardinale per non perderne l’appoggio. Giulio racconta la sua idea di una congiura contro il fratello a Ferrante che sposa in pieno la sua cospirazione poiché questa favorirebbe le sue mire al governo del Ducato. La congiura prende piede anche fra diversi signori ostili ad Alfonso e prevede l’uccisone non solo del duca, ma anche del cardinale Ippolito. I due fratelli trovano appoggio grazie al fatto che in quel momento la politica gestionale di Alfonso era criticata dal popolo e dalla corte e a Roma era appena stato eletto papa Giulio II che non aveva una grande stima della famiglia estense. Tra i congiurati anche il cantante di corte Gian Cantore, il favorito di Alfonso, ma che conosceva Giulio e forse mirava di entrare nelle sue grazie quale appassionato di musica.

I falliti attentati e gli arresti

La prima mossa è quella di uccidere Alfonso, ma i primi attacchi, avvenuti con pugnali avvelenati, non sortiscono l’effetto desiderato, sia per la forza fisica del duca sia perché egli era solito indossare una cotta di maglia sotto gli abiti. Il cardinale Ippolito messo in allarme promuove una serrata ricerca, effettuata da diverse spie, per scoprire i mandanti e i partecipanti alla cospirazione. I colpevoli vengono trovati ed arrestati, costringendo Giulio, consigliato da Isabella e Lucrezia Borgia, a rifugiarsi a Mantova da Francesco II Gonzaga. Alfonso venuto a sapere della congiura che Giulio sia riconsegnato: inizia così una lunga contesa che finisce con il ritorno di Giulio a Ferrara solo dopo la minaccia di intervenire militarmente da parte di Alfonso.

Il processo e l’incarcerazione

Presso l’abitazione di Sigismondo d’Este ha inizio, a settembre 1506, il processo contro i cospiratori che vengono trovati colpevoli di alto tradimento e lesa maestà e condannati a morte. Gli unici che si salvano sono Giulio e Ferrante che vedono la loro pena commutata in carcere a vita e privati di ogni loro bene. Il menestrello Gian Cantore fu invece fatto sfilare per le strade della città, vittima di botte e insulti, per poi essere appeso alla torre dei leoni in una gabbia di freddo ed ivi lasciato morire di freddo.

Ferrante e Giulio sono rinchiusi in due piccole stanze all’interno della Torre dei Leoni che fa parte del castello estense. Vivono così, isolati e lontani dal resto del mondo, per diciotto anni fino a che non possono godere almeno della compagnia reciproca dopo essere stati collocati in una stanza comune. Ferrante muore nel 1524 dopo ben trentaquattro anni di prigionia in cui non ha avuto nessuna possibilità di essere visitato da un familiare. Giulio viene invece liberato dal nipote Alfonso II d’Este nel 1559, ben cinquantatré anni dopo la sua incarcerazione.

Condottiero Ferrante d’Este di Patrimoni d’Arte

Patrimoni d’Arte presenta l’incunabolo “Condottiero Ferrante d’Este” un’opera dedicata al nobile ferrarese e rientrante nella categoria dei libri d’ore. Le prime produzioni di codici miniati erano soprattutto di carattere religioso, i Vangeli erano fra i testi più riprodotti, ma anche storie di Santi e i famosi Libri d’Ore. I Libri d’Ore erano libri in cui venivano raccolte oltre che alle preghiere da recitare nella giornata, anche un calendario e spesso un salmerio, annotazioni musicali del canto liturgico; erano quindi raccolte delle giornate liturgiche che dovevano accompagnare il fedele nella sua quotidiana professione di Fede. Questi manoscritti erano decorati da miniature ed impreziositi da decori in oro e argento. La loro diffusione fu dovuta soprattutto alla loro grande bellezza, tanto che venivano spesso regalati a familiari ed amici nelle occasioni più importanti.

Cos’è un incunabolo

La particolarità di questo prezioso testo è il fatto di essere un incunabolo, ossia uno dei primi testi non manoscritti, ma stampati a caratteri mobili dopo l’invenzione della stampa da parte di Gutenberg. Il termine deriva dal latino umanistico incunabulum, forma singolare ricostruita per la nuova accezione del latino classico incunabula, soltanto plurale, che significa “in culla”. Erano imitati i caratteri amanuensi e il tipografo lasciava lo spazio del capolettera in bianco con una piccolissima lettera stampata che veniva poi riprodotta successivamente a mano da un rubricatore o copista. Questi esemplari si differenziano dai manoscritti poiché al loro interno è presente il colophon, con le note tipografiche e la disposizione del testo è su colonne. Inoltre, sono spesso utilizzate abbreviazioni e contrazioni e sono inserite note a margine.

La doppia lingua

Altra particolarità del testo è il fatto di essere composta in due lingue, quella francese e quella latina. Questo perché il latino, che era stato fino ad allora lingua dei dotti e della religione, inizia a perdere terreno, soprattutto dopo lo sviluppo delle corti europee e della loro burocrazia, in favore delle lingue volgari che acquisiscono risonanza e l’utilizzo sicuramente più facile e immediato ne permette uno sdoganamento anche ai livelli più alti della società.

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