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Epifania: solidarietà e carità nel boom economico

Terminologia

Il termine epifania, dal punto di vista etimologico, significa “apparizione”, “rivelazione al mondo” del soprannaturale. In età classica, infatti, ogni volta che il dio entrava in contatto con l’essere umano si manifestava l’epifania. Queste manifestazioni potevano essere indirette (guarigioni prodigiose, visioni, segni e miracoli).

Questa terminologia vien ripresa dalla dottrina cristiana nel momento in cui si è reso necessario descrivere l’apparizione di Gesù ai re Magi evidenziando il rapporto tra il primo con i più potenti della Terra che, secondo la tradizione, ebbero una grande influenza religiosa e politica nelle vicende dell’antica Persia.

Successivamente il termine si tramutò in linguaggio popolare, cioè Befana, subendo influenza da reperire nelle tradizioni magiche dei tempi precristiani. Per gli antichi romani, infatti, la dodicesima notte dopo il solstizio d’inverno si celebrava la rinascita della natura credendo che delle figure femminili, in inverno, volassero sui campi coltivati per propiziare la fertilità.

Nella storia, l’epifania è stata una festa, di grande importanza che è stata festeggiata nelle maniere più disparate (si pensi solo alla tipica tradizione romana che si diffuse in tutta Italia capillarmente e a cui si deve lo scambio tradizionale di doni). È stata, tuttavia, anche una festa attraverso cui far circolare campagne propagandistiche, la befana fascista, e riflessioni sulla contemporaneità, la campagna contro il comunismo e il socialismo da parte della Chiesa.

Il tema si presta a diverse argomentazioni n quanto dietro queste festività si muovono moltissimi attori, ha una storia millenaria e molteplici manifestazioni. ciò chi si reputa interessante, però, e leggere questa festa attraverso le lenti della solidarietà, della Carità Rievocando ciò che molti hanno rimosso, ma che potrà strappare un sorriso facendo riemergere meravigliosi ricordi: la Befana aziendale e la Befana dei Civich. la prima era una tradizione ben radicata in tutta Italia. Nacque nel 1946, subito dopo la guerra, e si protrae per 20 anni fino alla fine degli anni Sessanta, quando il tutto andò scemando. le aziende che si astennero dall’omaggiare i figli dei dipendenti il giorno di Natale recuperavano il 6 di gennaio. si organizzavano dei veri e propri eventi a cui Partecipavano celebrità (a Torino ci fu uno spettacolo con Silvio Noto) uomini politici utilizzando ambienti non solo lavorativi, ma anche ambienti che si rendevano disponibili, ad esempio il cinema Ideal di Torino, che si occupava di trasmettere film di Walt Disney per intrattenere i bambini.

Curiosa è anche la tradizione della Befana dei vigili, famosa in tutta Italia, testimoniata principalmente attraverso dei video dell’Istituto luce, per Torino, Roma e Milano. Anche questa ricorrenza nacque dopo la guerra, con lo scopo di aiutare quei vigili in difficoltà economiche. Funzionava così: gli automobilisti porgevano loro dei doni che venivano appoggiati sulle pedane su cui normalmente i vigili compivano il loro lavoro molti guidatori dovettero fermarsi per aiutare a sistemare meglio i doni perché questi intralciano il traffico; Inoltre c’era uno stop delle multe. Era un modo per riconciliarsi.  A Torino, per esempio, contribuivano alla tradizione la Gazzetta del Popolo, famoso giornale di sinistra che poi entrerà nelle sfide della Democrazia Cristiana, e l’Automobile Club.  i vigili a loro volta organizzarono cene per i bambini poveri; sempre sulla linea della solidarietà la Croce Verde organizzava cene per i dimenticati. la Befana come festa e manifestazione della solidarietà.

Cos’è una festa? perché proprio durante i festeggiamenti emerge e risuona forte la solidarietà nei confronti dei più deboli?

Cos’è la festa?

Prima di addentrarsi nel tema specifico è interessante fare una piccola introduzione sulla feta che può aiutare comprendere meglio come veniva vissuta l’Epifania durate il Novecento. Ci si è interrogati spesso sulla utilità o sulla pericolosità della festa; ma è pratica contemporanea fare considerazioni sulle trasformazioni che questa ebbe nella società industriale denunciando la scomparsa della dimensione comunitaria.

La festa è diversa dal rito, ma spesso i due termini sono confusi. La festa è un vissuto collettivo che ha fare con la sfera delle emozioni in un determinato contesto determinando due esperienze: quella della comunità e quella del tempo. Si può dire ce la festa sia proprio una esperienza del tempo che interrompe il quotidiano. Mentre, il rito è una sequenza formalizzata di azioni, è un qualcosa che si fa distinguendo officianti e partecipanti.

Durkheim, Rousseau furono tra i più grandi studiosi circa la festa; ragionarono sulla sua dimensione pedagogica, patriottica, sulla sua relazione con il sacro in contrapposizione al profano i tutti i giorni. È da attribuire a loro la identificazione tra festa e unità sociale: la festa è il luogo della rappresentazione del sacro che è a sua volta la base fondante della collettività. Nella sua versione positiva è un’esperienza della comunità. Caillois aggiunge al tema l’aggregazione dell’esistenza pubblica, il fondamento ultimo di una società e della sua coesione fragile donando alle riflessioni una punta di negatività.

La festa, quindi, ha una valenza ri-fondativa perché in essa esiste la violenza sacrificale che libera e rinnova l’ordine culturale, ripetendo appunto l’esperienza rifondatrice, riproducendo un’origine.

La festa, in Italia, diventa sia una categoria culturale (Lanternari) che come istituzione storica e culturale (Gallini). Valeri aggiunge, che la dimensione trasgressiva che ha da sempre “identificato” le feste, si pensi al carnevale, non è una dimensione necessaria, una categoria vincolante di festa.  Questo perché? Perché ci sono delle categorie che sono irrinunciabili: la totalità della comunità, tempo unitario che sono le ragioni ultime. Se la festa non è comunitaria in primis e non è ugualitaria non si può definire festa.[1] Ciò che dalla nozione di festa comunitaria appare è la condivisione di valori comuni, un’appartenenza unica. Gadamer scrive proprio che la “festa è sempre di tutti[2]. Ciò che è nascosto è il potere che si identifica con la comunità. Questo potere ha una interpretazione produttiva, in quanto, “è un agire in comune e stare insieme che confina sempre più nello sfondo la relazione comando/obbedienza[3]. Turner provò a ridurre la dimensione del potere attraverso la nozione di communitas. Cosa significa? Una comunità rudimentalmente strutturata e relativamente indifferenziata di cui prevalgono le forme più consuete di struttura, differenziato, gerarchico di posizioni politico- giuridico- economiche. Nel momento in qui la communitasi rompe, purifica la struttura perché gli individui, anche quelli che hanno una posizione predominante, si prendono “una pausa” dal ritmo di vita quotidiano imposto proprio dalla struttura; quindi, emerge un bisogno di communitas. Chi regola questo bisogno?[4] Il bisogno individuale è regolato dal ritmo sociale. Come si è già accennato la comunità non può prescindere dal tempo, in quanto la prima si deve muovere all’interno di un insieme sociale si deve muovere in un’unica alternanza: la distinzione tra tempo profano e sacro è condiviso; esiste un tempo comunitario che è “candelizzato”. Non sempre la festività candelizzata si incastra bene con il “tempo “individuale” che può invece vere cadenze diverse, ritmi diversi anche nella partecipazione; altre volte la festa istituita si aggrega con le conduzioni strutturali in cui si realizzano le feste contemporanee, i tempi dei media e quelli dell’industria e delle pubblicità.

Con l’avvento della rivoluzione industriale, la festa ha conosciuto un eclissamento del sacro e dell’alienazione; ma comunque continuano a praticare, anche se in forme diverse, non olistiche, comunitarie. La festa dell’individuo moderno[5] è una festa i cui egli è estraneo, ma allo tesso tempo partecipe; oscilla tra partecipazione e distacco. Ma sono proprio gli attori a dare significato alla festa attraverso alle azioni sociali, danno identità. Delimitano uno spazio attraverso tre elementi: in primis, l’umore festoso[6], un ethos che non può essere modificato né dal singolo né organizzato, se non a rischio di una censura sociale; per l’individuo è un vincolo, per il gruppo una scelta; sempre più difficile quando si istituzionalizza. In secundis[7] la decisione collettiva di utilizzare il simbolo come metodo comunicativo accrescendo le possibilità di ulteriori letture. È possibile che non si sia concordi sul significato del simbolo, ma si può essere d’accordo sul riconoscergli un potere semiotico.

In ultimo, l’eventuale presenza o la centralità di un orientamento autorevole del modo simbolico non costringe tutti gli autori ad assumere come esclusivo riferimento simbolico ciò che è al massimo prevalente; punto nevralgico nella distinzione tra rito e festa.  

queste analisi inerenti alla festa possono essere utili per fare alcune considerazioni sul nostro tema.  In questo frangente non si prenderà in considerazione la sacralità della festa, lo si farà successivamente, si vuole prendere in considerazione l’aspetto sociale e di coesione di questa.

Un articolo della Gazzetta del popolo, di martedì 7 gennaio 1964, dice che […] “fin qui la cronaca della befana ufficiali e importanti: moltissime altre, sia pure in tono minore, si sono svolte nei locali della periferia, negli oratori e anche delle famiglie: per riferirle tutte non basterebbe un’intera pagina di giornale; segno, tutto sommato, della grande generosità dei torinesi.” ciò che si può dedurre da questo paragrafo è che l’intento sociale  è proprio quello di coinvolgere  e unire la comunità dai grandi ai piccini attraverso valori comuni, costruendo un appartenenza unica che coinvolge tutti, sia chi effettivamente partecipa, sia chi invece viene toccato anche solo attraverso queste tipologie di articolo di cronaca. È la festa di tutti come effettivamente sostiene Gadamer, perché la comunità si adopera affinché lo sia e che tutti si adoperino a fare il bene.

il fatto che la comunità si muova affinché la pratica del dono e della solidarietà sia una questione che riguarda tutti nasconde dietro di sé il potere identificato con la comunità e che si manifesta attraverso le forme più consuete di struttura indifferenziate di cui prevalgono le forme gerarchiche di posizioni politico giuridico ed economiche. si manifesta quella comunità di cui parlava Turner.

l’individuo si trova pienamente coinvolto al di là che abbia effettivamente voglia di esserlo; è pienamente influenzato dal gruppo che utilizza la propria scelta di comunicare attraverso simbolismi su cui la società in sé è pienamente concorde sul potere semiotico. questo lo si può evincere non solo dai numerosi articoli di giornale che trattano la tradizione della Befana dalle sue origini pagane passando per la corte del Re Sole fino alla argomentazione della tradizione dei Re Magi, in qualche modo davano informazione; ma anche attraverso episodi di totale disinteresse; il caso più eclatante è stato la rivolta delle carceri di Torino pochi giorni prima della festa della befana.  O se si vuole accennare a un discorso prettamente più religioso, attraverso le omelie della Messa, il fedele veniva coinvolto nella diatriba tra la Chiesa e il Partito Comunista e Socialista.


[1] Durkheim e Rousseau sono i fautori di questa asserzione e si può dire che la loro visione di festa è autoritaria. Per saperne di più si veda: Treccani.

[2] Pag.9;

[3] ibidem;

[4] ivi, pag. 10

[5] Ivi, pag.14

[6] ibidem;

[7] ivi, pag. 16;

La solidarietà

Emerge il bisogno di communitas, ma questo bisogno è necessario tutto l’anno. La festa è solamente l’occasione in cui la solidarietà è sotto le luci della ribalta. Questa è costruita da enti di assistenza laici e religiosi per poter riequilibrare le sperequazioni sociali sia in ambito istituzionale che fuori di esso. essa implica una componente di aiuto e di una rinuncia da parte di un soggetto a favore di altri.

La solidarietà implica una componente di aiuto; c’è una rinuncia da parte di un soggetto in favore di altri. Dal punto di vista psicologico, dono e solidarietà sono accomunati da una componente altruistica antiutilitaria in opposizione ad un sistema economico fondato sulla ricerca del profitto. Questi sono espressione di autentici valori umani e spirituali contrapposti all’avidità egoistica di un’economia volta al profitto.

Chi sono gli attori di questa pratica solidale? Quali sono le variabili di cui tenere conto?

Diversi studi recenti hanno dimostrato un intreccio tra mercato, socialità e solidarietà. Non tutte le pratiche utilitarie e gli scambi di mercato si danno in una forma pura e al loro interno si possono affacciare varie forme di dono e di economia morale. Per funzionare all’interno di una società complessa il volontariato deve venire a patti con le istituzioni economiche e politiche e proprio la sua crescente strutturazione economica può allontanarla dalla originaria disinteressata solidarietà.

A questo si aggiungono molteplici aspetti quali la quotidianità ad esempio. Infatti, bisogna analizzare le diverse relazioni interne alla famiglia e al vicinato, i rapporti di lavoro, le reti di parentela e di amicizie. Bisognerebbe studiare le diverse forme di condivisione. Intrecciando questi temi a quelli della Cooperazione dei valori civici

Quando l’Italia esce dalla Seconda guerra mondiale si trova in una situazione di disgregazione sociale, diretta conseguenza dei progetti fascisti che smantellarono le reti dell’associazionismo e della società civile tentando di portarle sotto lo stretto controllo statale. Con la resistenza e con la successiva liberazione si crearono delle esperienze di communitas e nuove forme di solidarietà. La ricostruzione post bellica aveva definito questo nuovo moto come impegno volontario di impresa cooperativa e di fiducia comunitaria. In questo periodo storico, tuttavia, è difficile trasformare queste esperienze in un “qualcosa” di istituzionalizzato; lo stato, infatti, non di rado di costruire un sistema moderno di welfare in grado di alimentare momenti di solidarietà organizzata. Durante il dopoguerra scompaiono o vengono riassorbite le correnti della solidarietà assistenziale laica, liberale e massonico. Se vengono riassorbite, vengono riassorbite nelle iniziative dei partiti di sinistra. Tra il 1946 e 1947 le pubbliche assistenze e le misericordie tengono i loro primi congressi azionali, con la principale preoccupazione di riconquistare l’autonomia e soprattutto i beni confiscati durante il fascismo. Queste due, nei primi anni Cinquanta, sottoscrissero un accordo con la Croce rossa e il governo. Questo accordo prevedeva un reciproco riconoscimento l’istituzione di forme di coordinamento in relazione a missioni di soccorso in uno spirito di reciproca amicizia. Tuttavia, la situazione è molto più complessa di quanto traspare da questi accordi. Comunque, in questo periodo di guerra fredda si costruisce un legame forte tra il volontariato delle pubbliche assistenze e la militanza politica e sindacale. Ciò rispose al progetto dei partiti comunisti e socialisti di creare un’iniziativa egemonica e dei veri e propri servizi popolari paralleli a quelli statali. Del resto vigeva l’assenza delle politiche governative nel settore giustificativa. I volontari supplivano un’assenza dello Stato.[1]

Quindi, nei decenni del primo dopoguerra il volontariato organizzato si sviluppi tramite associazioni nate nello Stato preunitario che per certi versi mantengono la stessa struttura e finalità. Sono certamente centrate sulle comunità locali.

Le tre tipologie del volontario post unitario trovano una dicotomia tra le organizzazioni cattoliche con riferimento nelle parrocchie e nella DC; quelle laiche si appoggiavano principalmente alla sinistra. Questo fino alla fine degli anni Sessanta, quando il modo di essere la società economica è messo in discussione. La società civile si mostrò attraverso movimenti collettivi di operai, studenti e altre categorie sociali che non si sentivano rappresentate a sufficienza nella società economica e nelle sue forme di organizzazione. Un momento di effervescenza della società civile in contrapposizione a quella istituzionale e politico-economico. L’associazionismo si è consolidato in forme istituzionali grazie appunto ai movimenti del Sessantotto, che erano fortemente comunitari, il Concilio Vaticano II che ha spinto il mondo cattolico al di là di pratiche sociali di carità e beneficenza, verso forme di impegno civile, di solidarietà e condivisione con gli strati più svantaggiati della popolazione.

Il socio volontario si preoccupava delle esigenze della socialità, dell’aggregazione, di espressione personale. Le attività volontarie a cultura e leisure avevano fatto capo per lo più a organizzazioni strettamente organiche ai due soggetti politici maggiori del dopoguerra: Chiesa e DC da una parte e partiti comunista e socialista dall’altra. Tra le più famose ACLI e AC: le prime hanno attraversato i cambiamenti di fine anni Sessanta in modo diametralmente opposto rispetto ad Azione Cattolica: con un netto rifiuto del collateralismo rispetto alla Democrazia e con una svolta a sinistra portano forti contrasti con la Chiesa culminati nel 1971 con una sconfessione di Paolo VI.

La carità e la battaglia della Chiesa

Dal punto di vista sociale si è discorso, ma dal punto di vista prettamente religioso cosa si può invece affermare? per poter dare una puntuale argomentazione sul rapporto chiesa e solidarietà bisogna fare un passo molto più indietro rispetto al dopoguerra. infatti il fulcro ha origine dalla pubblicazione dell’enciclica Rerum novarum che avrà autorità fino alla vigilia della del Concilio Vaticano II. il nucleo del documento era relativo ai poveri sia dal punto di vista dottrinale che teologico punto nel linguaggio dell’epoca il povero faceva rima con un operaio di fabbrica mentre la figura del sottoproletario sparisce degli eventi dell’epoca contribuirono a creare una frattura tra chiesa e operaio; in quanto la prima era accusato di trasmettere un senso di rassegnazione ai poveri. Chi provò a colmare il divario fu Leone XIII che invitò il mondo cattolico ad andare incontro al mondo operaio. proprio in questo frangente iniziò la campagna di critica al socialismo e al comunismo.  La carità aveva un campo di intervento molto ampio: la fedeltà al vangelo non si esauriva nella Individua individualità, ma doveva essere rapportato ai bisogni complessivi della società; veniva esaltata la funzione sociale della proprietà privata; il lavoro veniva indicato come mezzo attraverso cui sviluppare la propria personalità. la carità ci faceva sociale e la chiesa usciva dal sacro e dal corporativismo medievaleggiante riconciliandosi al mondo moderno. L’intento era andare tra il popolo, Infatti venne istituzionalizzata la figura del cappellano del lavoro che trovò spazio durante il boom economico, certo non senza problemi. Tra i cattolici si formò una divisione sul significato da attribuire alla dottrina sociale e su come attuare le direttive della Chiesa era necessario; In questo frangente era necessario realizzare la Democrazia Cristiana intesa come l’ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperare sono proporzionalmente al bene comune. il cattolicesimo dovette confrontarsi con diverse problematiche portate dai maggiori eventi storici, quali la prima guerra mondiale il fascismo è la seconda guerra mondiale. conobbe la concorrenza della Beneficenza pubblica, conobbe l’incoraggiamento del clero ad una migliore condizione di vita lavorativa e legittima il sindacalismo operaio Cristiano contrapponendo lo sa quella socialista è comunista, conobbe lo spiegamento di un’economia associativa a metà strada tra quella capitalista e quella collettivistica come un’ora denuncia radicale al socialismo collettivista e al comunismo. Dopo la seconda guerra, pio dodicesimo non fece mai una vera e propria enciclica, ma l’approccio era sempre lo stesso: il povero era Cristo nostro Signore e durante il radiomessaggio del 1952, per l’occasione del Natale, spiego che Gesù era il modello ideale da seguire. non ci si deve chiedere le ragioni della povertà, ma semplicemente si deve soccorrere dove la necessità è forte. Nessuna organizzazione può esentare il Cristiano dal suo dovere.

A quei tempi era convinzione diffusa e vasta che la miseria potesse favorire i nuovi adepti al comunismo.

la fine della guerra pone in evidenza la drammaticità del rapporto tra il cristianesimo e la società industriale, risaltando il processo di scristianizzazione delle masse operaie. 

La stagione successiva al Concilio Vaticano II e invece una stagione fervida di utopie ed i progetti riformatori in una chiesetta concepita ancora come una società perfetta. si desidera va una riforma che arrivi vedesse il rapporto con i popoli e i lontani; un in particolare è una rivoluzione Cristiana che trasformasse le condizioni materiali della gente comune un servizio della comunità che permettesse di cambiare la società e di garantire un lavoro è una dignità punto con papa Roncalli il tema della povertà Si ripresento anche  perché la situazione sociale presentava una crescita economica, mutata era la speranza media di vita, la povertà è un fenomeno di massa e non espressione di alcune classi sociali. Il modello cui questa volta si faceva riferimento era Paolo il quale disse che lui non avendo né oro né argento non si esimeva a dare in nome di Gesù Cristo. invece con Paolo Sesto, nel 1963, il modello di riferimento tu invece il buon samaritano; il Cristiano è l’uomo della compassione. la nuova ecclesiologia si fondò sulla prossimità ai poveri; sulla denuncia del carattere discriminatorio della borghesia e di molte istituzioni sociali e politiche. se convinti che l’accettazione della prospettiva marxista esaspera la vocazione di questo movimento a risolvere i problemi dei poveri e degli emarginati attraverso riscatto politico.

Un esempio concreto fu padre Ruggero. egli era un frate che cercò di incarnare in ogni situazione gli insegnamenti di San Giovanni Bosco e l’occasione gli si presentò durante il periodo fascista quando egli accompagnava alla morte coloro che erano condannati. 

con la fine della guerra, tuttavia, il suo impegno non si arrestò; anzi, continuò il suo operato all’interno delle “carceri nuove” di Torino luogo in cui portò conforto ai detenuti e a tutte le persone che lavoravano al suo interno. Se gli capitava occasione di poter portare una ventata di gioia, sicuramente non si tirava indietro; infatti la Gazzetta del Popolo del 5 gennaio del 64 riporta un articolo in cui padre Ruggero in compagnia di Babbo Natale, dottor Bono direttore del carcere offriva doni ai bambini degli agenti di custodia punto questa manifestazione era motivo di riconoscere all’autorità gratitudine per un lavoro duro, in grado ingrato e molteplice di sacrifici. padre Ruggero incitava anche in occasioni di messe pre epifania l’amore, l’invito alla bontà e al perdono nonostante fosse osteggiato proprio da chi lui voleva aiutare.


[1] pag. 21-22;

L’epifania e l’omelia

Si è discorso brevemente su quanto l’omelia possa essere stato canale di propaganda da parte della chiesa; infatti era un momento in cui non solo si rifletteva sul dogma o sulla dottrina teologica, ma anche in cui si facevano delle riflessioni circa la contemporaneità. l’omelia della messa dell’epifania non faceva eccezione. 

possono essere utili come esempi le omelie esposte dal vescovo di Milano dal 1957 al 1961 per poterci rendere conto non solo come veniva concepita, spiegata la rivelazione, ma anche come poteva essere utile per leggere la società dell’epoca.

 è necessario fare una breve discorso sull’incarnazione del verbo Divino. Al di là del della solidarietà, della carità, al di là della tradizione della Befana e della festa come anello sociale non si dimentichi che l’epifania è la manifestazione di Gesù ai Magi. l’incarnazione del verbo Divino Infatti Era considerato nella festa odierna sotto l’aspetto del rapporto fra Cristo e gli uomini grazie l’apparizione nel mondo e alla scoperta che esso ne fa. nonostante l’apparizione possa sembrare estremamente chiara in realtà il dramma dell’uomo è proprio quello di aver bisogno di Dio e di non poterlo mai comprendere pienamente. Infatti due aspetti sono molto importanti da tenere in considerazione: Gesù si manifesta storicamente e si manifesta umilmente; questo è il modo attraverso cui Dio è posto nel mondo.  l’epifania si basa proprio sulla speculazione del Miracolo quanto su quello di una figura umana unica degna di interminabile contemplazione. ai temi della ricerca naturale il nome di Dio era mistero all’inizio della storia evangelica il suo nome è Gesù. Gesù fece una rivoluzione silenziosa il suo fu un fenomeno spontaneo E semplicissimo. Due aspetti sono ancora da tenere in considerazione Con l’apparizione si ha l’universalità del messaggio cristiano e il movimento delle anime intorno a tale messaggio. non solo si guarda Gesù ma si va verso lui e questo si può apprendere grazie al viaggio dei Re Magi, in primis, poi attraverso l’evangelizzazione Apostolica del bacino Mediterraneo, in ultimo alla predicazione missionaria. punto

 altra Argomentazione è sulla pigrizia religiosa che si fonda su un bisogno di verità che il progresso moderno impone e rende necessario; Non ci si può sottrarre da una  riflessione sulla secolarizzazione. il mondo è dotto dalla vanità delle superstizioni religiose proprie del mondo pagano o delle infermità delle posizioni dottrinali delle innumerevoli Scismatiche o eretiche, si affronti dalla suggestione dal fascino di religioni inconsistenti o insufficienti, si può capire, tanto il bisogno di verità a cui ci educa il progresso moderno. Deve emergere la profonda tristezza nell’osservare che proprio dove l’annuncio Cristiano si pronuncia, si fa forte la resistenza e si fa anche molto sorda questa Resistenza. questa esistenza avviene sia nel racconto dei magi sia nel tempo contemporaneo. Quali sono i motivi che determinano questa Resistenza? vi sono quelli che credono di aver già risposto e non si accorgono che la chiamata vorrebbe da loro più logica, più impegnativa corrispondenza; mi sono quelli che cercano di eludere la voce invitante di Cristo; altri che la soffocano con pretese o rivendicazioni laiciste; altre che pongono affermazioni decisamente contrarie, materialiste o atee. Molti vivono fuori della sfera religiosa e pensano di essere liberati, o esclusi, o incapaci di varcare le soglie; sono pensatori che si costruiscono sistemi ideologici, presumendosi impermeabili al raggio Cristiano; sono uomini pratici che credono di poter contenere la realtà nei limiti di calcoli economici; estranei valori spirituali; sono politici che pensano di dover addirittura difendersi dalla sovranità della religione, o che credono interpretare la storia e l’ordine sociale con principi dogmatici definitivi.

il ruolo dei magi è quello dei ricercatori; attraverso la loro ricerca consegnano all’uomo le leggi fondamentali sulle quali riposa il sistema delle relazioni dell’uomo con Dio. Le leggi fondamentali delle relazioni nostre con Dio sono il bisogno di cercarlo e per ciò che concerne la contemporaneità è l’ignoranza, l’indifferenza, la gnosticismo, il dubbio sistematico, la noia raffinata, lo spiritualismo pago delle sue interiori esperienze, la riduzione del sapere alla sola conoscenza del dato sensibile e di evidenza razionale, e tante altre espressioni della religiosità moderna sono accusate dai Magi come applicazione del pensiero umano al suo fine principale di conoscere Dio. la seconda legge è, dopo averlo cercato, il bisogno di studiarlo e pregarlo; la terza è accettare gli aspetti misteriosi della sua infinita trascendenza. chi cerca Dio già lo possiede e nessuno si avvicina tanto alla verità come colui che comprende nelle cose Divine che gli resta molto da cercare. si può sostenere che la festa dell’epifania sia la festa dei lontani, delle missioni, della Università del Cristianesimo, della vocazione delle genti, dell’invito generale gratuito per tutti al compito evangelico.

il vescovo pone una domanda interessante che si cita interamente: “vorremmo chiedere agli intellettuale che fino a ieri, e che ancora oggi con e stanno con la gravità delle loro sentenze, con il peso della loro cultura la inumana servitù comunista, se possono ancora affermare tranquillamente che il materialismo dialettico libera lo sviluppo delle conoscenze umane… “; e se” una cosa sembra storicamente fuori dubbio; e che il marxismo rappresente definisce il momento umanista dell’epoca contemporanea “? vorremmo pregarli di non commettere oltre peccati mortali e mortiferi di disonestà di pensiero; vorremmo supplicarmi di cedere nobilmente alle prove dei fatti, di non impugnare oltre la verità, conosciuta mediante esecrande stupende tragedie di popoli vittime di tale  barbaro umanesimo.

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