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Dante: non solo il pellegrino della Divina Commedia

Il Padre della Lingua Italiana

Dante è considerato il padre della lingua italiana e molti sono i cosiddetti neologismi da lui creati. Dovendosi mettere in relazione con un argomento delicato e quasi inesplorato come la narrazione di un viaggio attraverso l’aldilà, che finisce nel Paradiso, luogo di beatitudine e santità il poeta fiorentino si trovò a coniare termini nuovi che gli servissero come mezzi appropriati per descrivere la sua esperienza ultraterrena. L’espediente più utilizzato dall’artista era quello di creare nuovi verbi ricavandoli da nomi ed aggettivi, non escludendo di derivarli anche da pronomi ed avverbi. La maggior parte di questa terminologia non è passata nell’uso dell’italiano corrente poiché erano verbi quasi ad esclusivo uso letterario, necessari a spiegare esperienze non umane e visioni divine. È comunque possibile riscontrare diversi neologismi danteschi in uso nella nostra lingua italiana: fu Dante a usare per primo il termine fertile, dal verbo latino ferre=produrre, per descrivere la terra di origine di S. Francesco nel IX canto dell’inferno. Anche il termine mesto nasce con la Divina Commedia; deriva dal termine latino maestus che significava essere triste ed è utilizzato da Dante per descrivere la misera condizione dei dannati.  Un altro termine, inurbarsi è utilizzato dal Sommo Poeta nel canto XXVI del Purgatorio. Sebbene per Dante volesse dire entrare in città, mentre nel significato moderno indica più un trasferimento dalla campagna alla città, questa parola si è sedimentata nel nostro vocabolario, nel nostro modo di parlare, nella nostra memoria linguistica. Quisquilia è un ennesimo neologismo che il Sommo Poeta utilizzò nel canto XXVI del Paradiso con il significato di inezia, bazzecola. Un altro famoso termine che tutti noi abbiamo incontrato nel nostro percorso scolastico iniziando ad approcciarci allo studio della Divina Commedia è Trasumanare. Il neologismo è stato creato da Dante per spiegare l’esperienza metafisica che ha provato entrando nel regno dei Cieli. Il Poeta necessitava di un termine che potesse spiegare ai suoi lettori le sensazioni e l’emozione provate dallo spirito nell’entrare nel Paradiso sede dei Beati e di Dio. Il termine trasumanare si trova una sola volta nell’ opera dantesca ed attorno ad esso si snoda tutto il primo canto del Paradiso, Dante vuole con questo neologismo rendere l’idea di passaggio ad una realtà superiore, oltre i limiti della natura umana, spera di trasmettere cioè l’estasi che ha invaso il suo animo a contatto con la divinità.

Non solo la Commedia

Sicuramente il Sommo Poeta è noto ai più per la sua Divina Commedia. L’opera lo ha reso tra i più famosi poeti e letterati al mondo, collocandolo nell’olimpo degli immortali. La Divina Commedia è il viaggio di un fedele verso la conoscenza di un Bene superiore, il peregrinare dall’ Inferno al Purgatorio per giungere infine al Paradiso deve essere concepito come un percorso di espiazione delle proprie colpe tramite la consapevolezza delle debolezze umane e dei peccati che conseguono, solo così si potrà esser degni di accedere al Vero Bene e godere della grandezza di Dio che illumina gli animi e dona la beatitudine eterna. Dante però non è solo Divina Commedia, Dante è molto altro, un letterato con conoscenze eclettiche, dalla politica, all’arte dello scrivere, fino agli stili letterali. Diverse sono le opere che compone da quelle di stampo prettamente amoroso e sulla scia del dolce stil novo, agli scritti di carattere politico, evidenziando una grande cultura e capacità critica di Dante per questo argomento.

La Vita Nuova

La Vita Nuova, composta tra il 1292 e il 1293, racconta dell’amore di Dante per Beatrice, ne descrive l’intensità e la vividezza con cui egli vive questo sentimento, arrivando alla conclusione di voler dedicare alla donna amata una futura opera ancora più meravigliosa. Lo scritto si compone di testi poetici inseriti in una prosa che li spiega e fornisce il substrato narrativo per una più organica fruizione dell’opera.

La narrazione si snoda in 42 capitoli dove il poeta narra del suo profondo sentimento d’amore nei confronti di Beatrice incontrata per la prima volta a nove anni. Dante ci racconta di averla rivista nove anni dopo e di come il saluto di lei lo abbia fatto innamorare. Seguono una serie di vicende alla figura della donna, dal saluto tolto a Dante, alle lodi da lui intessute alla morte di Beatrice stessa e all’apparizione successiva che questa fa al poeta.

La Vita nuova è il primo lavoro organizzato in modo organico di Dante ed è anche e soprattutto l’opera che crea le fondamenta della prosa in lingua volgare, ossia l’italiano. Dante ricerca ed utilizza un lessico nuovo, studiato, non rinunciando però all’uso di alcuni latinismi. La prosa è limpida, il ritmo equilibrato, un perfetto bilanciamento fra capacità di trasmettere chiaramente il significato delle parole e il loro procedere soave ed armonico.

Il Convivio

Dante concepisce ed elabora il Convivio come un sunto di tutte le conoscenze della sua epoca, raggruppate in un testo che doveva essere composto di quindici trattati a commento e spiegazione di canzoni introduttive per ogni capitolo. Quest’opera dantesca è rimasta però incompiuta e noi sono giunti solo i primi quattro trattati, uno introduttivo e gli altri ad accompagnare le relative canzoni.

Scritto in volgare, il Convivio fu probabilmente composto a partire dal 1304 per poi essere interrotto verso il 1308. Del titolo particolare è lo stesso Dante a darcene una spiegazione: egli si prefigge lo scopo di organizzare un banchetto (un “convivio”) metaforico alla cui tavola le genti si possano sedere ed assaporare tutte le conoscenze della cultura medievale, non importa del grado di cultura o dell’appartenenza sociale.

Il primo trattato svolge il ruolo di introduzione ed oltre a spiegare le motivazioni che hanno spinto Dante a comporre lo scritto funge da apologia e difesa della lingua volgare, essendo la prima opera composta non in latino di carattere dottrinario e non poetico amoroso. La lingua volgare è apprezzata da Dante in quanto è comprensibile a più persone rispetto al latino e possiede potenzialità dal punto di vista dell’espressività e capacità di donare equilibro e organizzazione compositiva ai testi in cui è utilizzata.

Il secondo e terzo trattato sono entrambi composti di 15 capitoli e si concentrano sull’ elogio alla filosofia. Dante sostiene che, dopo la morte di Beatrice, lo studio della filosofia e la lettura di filosofi come Cicerone e Boezio lo hanno consolato e riportato alla vita retta. La “donna gentile” è qui identificata con la Filosofia e anche la lode all’amata diventa momento di riflessione filosofica e teologica,

Il quarto trattato è formato da 30 capitoli e si articola intorno al concetto di Nobiltà. Per il Sommo Poeta la “vera nobiltà”, non deriva dalla nascita, ma è dono divino che l’uomo deve saper coltivare vivendo secondo virtù ed impegnandosi socialmente. Inoltre, è qui reiterata l’idea di una monarchia universale che guardi all’Impero come soggetto unificante e di potere.

De vulgari eloquentia

Il De vulgari eloquentia nasce dal continuo bisogno di Dante di dare una base teorica alle sue creazioni artistiche. L’opera è perciò una sorta di intervallo teorico, dedicato a ragionare sulle norme compositive e sul linguaggio più giusto da utilizzare. Ma non solo, questo testo edifica le basi per la critica letteraria e diviene fondamentale per la fondazione della storia della letteratura italiana.

L’opera è stata composta tra il 1303 e il 1304 nello stesso periodo in cui veniva scritto il Convivio, dove vi è anche riferimento al titolo del trattato sul volgare. Principalmente il testo cerca di fornire prestigio alla lingua volgare, definendola come una lingua naturale, spontanea e non artificiosa. Al contrario del latino, lingua invece artificiale, poiché creata dall’uomo secondo convenzioni grammaticali e di forma, il volgare viene appreso dalla nascita, in modo immediato, senza bisogno di maestri.

Nella sua apologia del Volgare, passando per la storia universale delle lingue, Dante giunge ad affermare che nessuna delle varie lingue volgari della penisola italiana è paragonabile al volgare illustre usato da poeti e scrittori, gli unici che possono in realtà utilizzarlo per comporre opere di carattere elevato come quelle incentrate su temi politici, morali o amorosi. Sottolinea anche come la forma compositiva ideale per sublimare tutte le caratteristiche del volgare sia la canzone, dallo stile drammatico e dalla metrica endecasillaba. Dante non demonizza però i vari volgari locali, ma sottolinea come potenzialmente essi possano identificarsi in quello illustre, però solo a condizione di eliminare tutti i provincialismi delle varie partale così come hanno fatto i più illustri scrittori della Penisola.

La Monarchia

La Monarchia organizza in modo organico gli ideali politici di Dante ed è l’unica opera teorica ad essere stata interamente portata a termine. Scritta probabilmente tra il 1310 e 1312, se non addirittura dopo il 1315, è suddivisa in tre libri.

Il primo libro sottolinea come la Monarchia universale sia l’unica forma di governo possibile per instaurare fra gli uomini pace e giustizia. Il monarca assoluto essendo proprietario di tutti i beni, non è sottoposto alla bramosia per gli stessi e al contempo l’uomo comune può liberamente esercitare il libero arbitrio in modo moralmente corretto perché non impegnato in guerre e lotte generate dal desiderio del possesso. Inoltre, è nella natura umana la necessità di una guida unica a capo di un sistema gerarchico, una guida che possa indirizzare l’uomo verso il sapere e un comportamento etico.

Il secondo libro è incentrato principalmente sulla narrazione storica. Dante rilegge la storia dell’Impero romano alla luce della sua visione provvidenzialistica e teologica della storia. L’Impero Romano è nato e ha proliferato grazie alla volontà di Dio, affinché la diffusione degli insegnamenti di Cristo fosse facilitata da un mondo unito sotto un’unica autorità.

Il terzo ed ultimo libro si sofferma invece sui rapporti fra Stato e Chiesa. Dante critica e confuta sia le tesi dei filoimperiali sia quelle dei filopapali, apportando motivazioni storiche ed argomenti filosofici. Nelle sue elucubrazioni il Sommo Poeta sostiene la nullità della Donazione di Costantino e perciò il Papa non può ritenersi detentore di qualsivoglia potere temporale. Inoltre, dichiara che sia il potere imperiale che quello pontificio derivino direttamente da Dio e quindi non possano essere subordinati l’umo all’altro. L’autorità imperiale deve essere finalizzata al consentire la felicità terrena degli uomini mentre quella papale deve prodigarsi per salvaguardare la natura spirituale degli esseri umani conducendoli alla salvezza della vita eterna.

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