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Celestino V: il grande rifiuto

Natali e vocazione monastica

Celestino V nasce Pietro del Morrone nel 1209/10 in Molise ed intraprende la vita monastica spinto dalla madre e si trasferisce nel monastero di Faifoli, vicino a Sulmona. Successivamente si avvicina ad uno stile di vita di tipi eremitico e diventa anche sacerdote.  Fonda un ordine religioso che sarà riconosciuto nel 1263 da Urbano IV, con il nome di Ordo Spiritus Santus, e confermato da Papa Gregorio X. Per tale conferma Pietro si recherà a piedi dall’Abruzzo a Lione per paura delle nuove restrizioni nate con il Concilio di Lione del 1264, che limitavano la nascita di nuovi ordini e ne sopprimevano parecchi di quelli già esistenti. Morrone arriva a Concilio finito, ma il suo ordine è comunque confermato e si espanderà in Abruzzo, Molise e in Francia rimanendo attivo fino al XIX secolo. La congregazione seguiva la regola benedettina sancita dal IV Consiglio Lateranense e modificherà il suo nome nel corso del tempo diventando prima Ordine dei Morronesi e poi Ordine dei Celestini.

Il futuro Papa conduce vita monastica ed eremitica: molti erano i fedeli che accorrevano da lui per assistere alle sue celebrazioni o per chiedere una guarigione. Tutto questo poco si confaceva al carattere di Pietro che spesso rifuggiva questa popolarità per ritirarsi in qualche luogo isolato come eremita. Qui seguiva un rigido schema si vita dedicato all’ascesi e alla meditazione, corroborate da una dietra ferrea e l’uso di strumenti come il cilicio. Questo modo di vivere la vocazione in modo rigido era poco in linea con la nuova spiritualità che si stava diffondendo grazie all’ordine francescano e faceva parte di un vecchio modo di vivere il monachesimo.

L’elezione di Pietro del Morrone

L’elezione di Pietro del Morrone a Papa è effetto di un periodo di grande incertezza all’interno del mondo ecclesiastico romano, che al suo interno viveva di contrasti e rivalità fra due grandi famiglie romane, quella degli Orsini e quella dei Colonna. Si era verificata una pericolosa instabilità nella gestione della Chiesa e delle sue amministrazioni che aveva portato a conclavi inconcludenti. Alla morte di Niccolò IV nel 1292, primo francescano ad essere eletto Papa, l’ostilità dei due grandi casati romani aveva fatto fallire la prima votazione del 14 aprile 1292 e la morte per peste di uno dei cardinali causa il 2 agosto una sospensione dell’elezione. I successivi scontri a Roma tra gennaio e luglio del 1263 prolungano ancora i lavori del Conclave che si trova costretto a spostare la sua sede a Perugia. Nella città umbra i pochi porporati, erano solamente nove, subiscono varie pressioni prima fra tutte l’ingerenza politica di Carlo II d’Angiò che necessitava di una figura papale amica per vincere e primeggiare nella Guerra del Vespro ancora in corso. Importante è anche la preoccupazione dei fedeli che vedono una Chiesa allo sbando, senza una guida e proclamano a gran voce l’elezione di papa riformatore. Così il Re di Sicilia decide di mettersi in contatto con Pietro recandosi poi presso il Conclave per far sentire il peso della sua figura. Da parte sua del Morrone scrive una lettera ai Cardinali indicando la necessità di eleggere un “pastore” per la Chiesa e la missiva viene letta e resa nota ai porporati dal cardinale Malabranca. Dopo più di due anni dalla morte del suo predecessore, Pietro del Morrone viene eletto papa il 5 luglio del 1294.

L’elezione al soglio pontificio di questo monaco eremita non era stata dettata da un’ispirazione divina né dal volere di avvalorare le richieste dei fedeli, ma fu principalmente vista come un compromesso. Un papa di ottant’anni sarebbe stato il perfetto pontefice di transizione e avrebbe permesso di ritrovare un equilibrio all’interno della curia per nuovi accordi nel futuro. Essendo un uomo lontano dai giochi di potere e dalla politica romana si prevedeva che Pietro sarebbe stato un papa facile da condizionare, che si sarebbe fatto guidare senza troppe opposizioni dal collegio cardinalizio.

Così Pietro arriva a L’Aquila per l’incoronazione, dopo averla scelta come sede per via dell’età e del caldo opprimente della stagione estiva che non gli permetteva di viaggiare fino a Roma o Perugia, entrando in città su un semplice asino, non tanto per sottolineare l’umiltà della sua figura quanto per ricordare l’entrata di Cristo a Gerusalemme. Il 15 o il 16 agosto riceve il pastorale e l’anello pontificio e sceglie come nuovo nome quello di Celestino V. Nella precedente storia papale il nome non aveva molto rilievo, ma era più una volontà di legarsi in modo istituzionale ad una profezia popolare che vent’anni prima aveva annunciato l’arrivo di un papa “angelice vite”.

La politica pontificia: l’influenza di Carlo II

Con l’elezione inizia l’ingerenza politica di Carlo II d’Angiò nelle decisioni papali. Il pontefice era l’alto signore del Regno di Sicilia secondo gli accordi di Menfi del 1059 ed era stato Clemente IV a sancire come legittimo Re di Sicilia Carlo I contrapponendolo a Manfredi, figlio di Federico II. Così facendo il regnante angioino sperava di avere un Papa dalla sua parte, in grado di condizionare la politica della penisola oltre che quella religiosa. Celestino V prende quindi la decisione di instaurare la sede del papato a Napoli presso la corte di Carlo II a Castelnuovo.

 Successivamente, la pressione del sovrano si fa sentire nelle nuove nomine del collegio cardinalizio che vede 12 nuovi porporati, sette sono francesi. Favorisce anche i membri del suo ordine ponendone due a capo di due importanti abazie, quella di Montecassino e quella di San Vincenzo del Volturno. Non bisogna pensare che il rapporto tra Carlo II e Celestino fu utile solo al sovrano; infatti, se il papa favorì il re e i suoi funzionari, due furono eletti cardinali, l’ordine del Santo Spirito ricevette non pochi benefici dall’angioino, dimostrando quindi quanto la relazione fra i due fosse un’alleanza basata su mutevoli scambi di favori politici più che un gioco di potere dell’angioino sul pontefice.

L’indulgenza plenaria

Celestino precede di qualche anno quello che sarà il primo Giubileo, proclamato nel 1300 dal suo successore Bonifacio VIII, con un provvedimento che prevedeva la possibilità di un’indulgenza plenaria, un perdono per i propri peccati per tutti coloro che avessero compiuto un pellegrinaggio a Collemaggio, luogo della sua incoronazione. Tale provvedimento sarà poi abolito, insieme a tanti altri da Bonifacio che in tale modo ne voleva cancellare le tracce e denunciarne le sue incompetenze alla guida del papato.

Il gran rifiuto

È evidente che Pietro del Morrone non fu un papa competente, non aveva la giusta preparazione per sopportare le pressioni esterne dei cardinali e della corte angioina e non ebbe vicino neanche consiglieri onesti per guidarlo nelle scelte di governo. Il 14 novembre del 1294 Celestino si ritira in una celletta di legno per meditare, spinto dalle difficoltà sempre manifeste nel gestire il suo ruolo di pontefice. Voci diffuse al tempo raccontano che Caetani, avesse fatto installare un serie di tubi che collegassero la celletta a una sala sottostante, tubi che gli avrebbero permesso di far credere a Pietro che una voce naturale lo spingesse alla rinuncia, quando in realtà era il Caetani stesso a generarla.

Ed è proprio al futuro Bonifacio VIII, illustre canonista, che Celestino si rivolge per saper delle conseguenze di una sua possibile dimissione. Rincuorato dalle parole del Caetani, che prepara per lui anche la formula della rinuncia, Pietro si spoglia delle vesti papali il 13 dicembre, davanti al concistoro riunito, tornando a fare il monaco eremita, ruolo che sentiva suo. Dieci giorni dopo, nella serata del 23 dicembre, Caetani viene eletto papa a Napoli con il nome di Bonifacio VIII. La prima decisione che prenderà sarà quella di riportare la curia a Roma abbandonando la corte angioina e la sua influenza che tanto era costata a Celestino.

Complotti e morte di Celestino V

Subito dopo l’elezione iniziano i primi tentativi di screditare il nuovo pontefice sia da parte dei Colonna, di cui Bonifacio aveva deposto due cardinali, sia da parte dei francescani spirituali che avevano trovato in Celestino un alleato e il cui ordine invece era stato abolito dal Caetani. Queste fazioni sostenevano l’illegittimità dell’elezione di Bonifacio poiché consideravano la rinuncia non valida perché non contemplata dal diritto canonico, dando vita ad una fervente discussione teologica sul ruolo del papa che per alcuni era legato al suo ruolo da un vincolo simile a quello matrimoniale, riceveva l’anello di Pietro oltre al pastorale, e quindi indissolubile.

Per porre fine a queste contestazioni ed eliminare ogni possibilità di un ritorno di Celestino sulla scena politica del papato, ordina la cattura di Pietro del Morrone, che viene fermato a Vietri durante la sua fuga verso la Grecia. Imprigionato nella rocca del Fumone, vicino a Fermentino, muore il 19 maggio 1296 e subito le voci di una morte violenta si spargono per la penisola e non solo. Sebbene le cause della morte sia quasi certamente naturale, complici l’età avanzata e la salute cagionevole, un coinvolgimento di Bonifacio nella morte di Celestino è per i contemporanei un fatto quasi certo, tanto che nel 1297 iniziano a svilupparsi teorie sulla colpevolezza di Caetani. Nel 1306 dichiarato che la morte di Pietro sia avvenuta per un colpo al cranio che ne reca ancora i segni, successivamente si pensa sia stato Teodorico da Orvieto insieme a due parenti del Papa a sferrare il corpo mortale per il monaco eremita.

Canonizzazione di Pietro del Morrone

Dopo la morte Celestino diventa una figura quanto mai amata e la venerazione nei suoi confronti fa sì che la sua figura trasli sul piano del mito diventando osannato come pastor o papa angelicus. Il re di Francia Filippo il Bello ne chiede la canonizzazione, soprattutto per sminuire Bonifacio VIII, e molti sono quelli che desiderano che sia fatto santo come papa e martire. Nel 1313 Clemente V emette la bolla di canonizzazione, ma non per papa Celestino V, ma per Pietro del Morrone, confessore, festeggiato il 19 maggio.

Il rifiuto nel diritto canonico

Il rifiuto di Celestino V è da considerarsi come atto volontario di un uomo che comprende i propri limiti e le proprie debolezze, sovrastato dalla difficoltà di bilanciare le richieste della corte angioina e la salvaguardia della dignità delle istituzioni ecclesiastiche. Erano inoltre forti le sue esigenze spirituali, schiacciate dalle prepotenze di Carlo II e dall’invadenza della Curia, che lo portano ad abbandonare le vesti di papa per riappropriarsi di quelle monacali più vicine alla sua vocazione e al suo carattere. La sua rinuncia fu contestata per secoli, il dibattito sulla legittimità della scelta impegnò canonisti e teologi fino a che il gran rifiuto è diventato un precedente acquisito nel diritto canonico sotto il pontificato di Giovanni Paolo II.

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