Pietro Perugino

Pietro Perugino, al secolo Pietro di Cristoforo Vannucci, nasce a Città della Pieve tra il 1445 e il 1452 da una benestante e facoltosa famiglia; noto pittore e maestro d’arte italiano, è conosciuto anche con il vezzeggiativo di Divin Pittore. A Perugia viene in contatto con l’arte di nomi illustri quali Beato Angelico, Domenico Veneziano e soprattutto Piero della Francesca dal quale trae l’uso della luce e la monumentalità delle scene. 

Tra il 1467 e il 1468 si trasferisce a Firenze per poi frequentare la bottega del Verrocchio dove poté inoltre conoscere Leonardo da Vinci, il Ghirlandaio e soprattutto Sandro Botticelli che per alcuni può essere considerato maestro del Perugino.

In questi primi anni di formazione studia principalmente il disegno dal vero, che per la scuola fiorentina era alla base di tutte le pratiche artistiche, l’aspetto grafico era fondamentale nei dipinti di artisti come il Verrocchio.  Nel 1472 termina il suo apprendistato, un percorso lungo ben nove anni, che lo porta ad iscriversi alla Compagnia di San Luca a Firenze, divenendo così ufficialmente un “dipintore”.

Fino al 1478 non gli è attribuita alcuna opera certa; la prima della quale abbiamo certezza di essere stata realizzata dalla sua mano è un murale dipinto su una superficie ad intonaco usando pigmenti sciolti in acqua presso la chiesa parrocchiale di Cerqueto vicino a Perugia. L’opera rappresentava San Sebastiano e ad oggi ne rimane solamente qualche frammento. Fu tale la fama dell’opera che il Perugino viene chiamato a Roma da Papa Sisto IV affinché lavorasse in Vaticano. 

A Roma il Perugino si trova ad affrescare le pareti della Cappella Sistina insieme ad altri illustri artisti fra cui Botticelli, Il Ghirlandaio e Rosselli. Decidono di determinare delle linee pittoriche comuni in modo tale da rendere la narrazione delle Storie di Mosè e di Cristo quanto più omogenea.

 

Viaggio di Mosè in Egitto viene realizzato dal Perugino intorno al 1482. Il pittore umbro riceve l’aiuto di molti collaboratori tra cui spicca il nome di Pinturicchio. Delle sei scene che con ogni probabilità dipinge il Perugino oggi ne possiamo ancora ammirare tre. Nell’affresco ritroviamo Mosè in procinto di partire per l’Egitto dopo l’esilio nella terra di Madian.

In primo piano sono rappresentati due gruppi divisi in modo simmetrico dall’angelo posto al centro sullo sperone roccioso. L’angelo è dipinto nell’atto di chiedere a Mosè di circoncidere il suo secondo genito, scena che poi sarà rappresentata sulla destra dell’affresco.

L’intera composizione è inserita in un paesaggio bucolico i cui contorni, più sfumati in lontananza, permettono di percepire visivamente la profondità della scena e le figure dei pastori in secondo piano a sinistra sono da richiamo per l’ambientazione agreste. Dallo stile fiorentino sono riprese invece le donne vestite abiti svolazzanti che portano vani ed altri oggetti, vestite di abiti svolazzanti che richiamano le figure dipinte da Botticelli o da Ghirlandaio.

Per quanto riguarda invece le storie della vita di Cristo il Perugino dipinge ben due scene: il Battesimo di Cristo e la Consegna delle Chiavi. 

Il Battesimo di Cristo che riprende l’episodio del Vangelo in cui Giovanni Battista battezza Gesù sulle rive del fiume Giordano. L’opera, realizzata dal pittore umbro insieme ad alcuni aiuti nel 1482, è la prima della parete destra dell’Altare.

L’evento è ricostruito rispettando una rigida simmetria, tipica del lavoro del Perugino. In primo piano troviamo Cristo e il Battista immersi nelle acque del fiume Giordano che scorre direttamente verso lo spettatore, dividendo la composizione in due parti. In alto è rappresentato Dio, circondato da serafini e cherubini e da due angeli ai lati, poco più sotto la Colomba dello Spirito Santo discende su Gesù a rendere concreto il sacramento.

A sinistra è raffigurato il Battista che predica alle folle e, parallelamente dal punto di vista dottrinale, troviamo sulla destra Gesù che parla ad una moltitudine di gente. Nel paesaggio è possibile riconoscere lo stile della scuola umbra, mentre insolita per un lavoro di Perugino è la presenza dei ritratti di alcuni personaggi contemporanei del pittore, inserimento probabilmente dovuto alla volontà di dare una certa continuità pittorica al dipinto rispetto a quelli adiacente opera del Ghirlandaio.

 La Consegna delle Chiavi, dipinta fra il 1481 e il 1482 sempre dal Perugino, è simbolo dell’universalità del potere papale originariamente trasmesso da Gesù a Pietro con la consegna delle chiavi.

La scena è organizzata su due fasce orizzontali: uno sfondo architettonico, richiamo all’ ideale della perfezione tipico del Rinascimento, e un primo piano in cui è rappresentata la Consegna delle Chiavi del Paradiso a Pietro, successore designato di Gesù in Terra. Gesù è circondato dagli apostoli mentre S. Pietro è inginocchiato di fronte a lui, pronto ad accogliere le responsabilità del ruolo che Cristo gli sta assegnando. Anche Giuda è presente, rappresentato di spalle, è vestito con una veste blu e un mantello giallo, colori opposti a quelli delle vesti di Pietro.

Tra i personaggi della scena troviamo anche alcuni contemporanei del Perugino e lo stesso pittore è riconoscibile nell’uomo vestito di nero che rivolge il suo sguardo allo spettatore nel gruppo alla destra di Pietro. Il dipinto presenta una forte costruzione prospettica, le scene sono inserite in una cornice scenografica fatta di monumentali edifici, al centro il tempio a piante centrale con cupola, che doveva richiamare il tempio di Gerusalemme, ai lati degli archi di trionfo simili a quello di Costantino, per sottolineare l’amore rinascimentale per l’antico.

Anche il pavimento aiuta la prospettiva grazie alle grandi piastrelle quadrate che permettono una corretta fuga prospettica. Vi sono però alcune imprecisioni nella realizzazione spaziale delle figure: quelle che si trovano vicino al tempio sono troppo grandi rispetto alle figure in secondo piano. I movimenti delle figure in primo piano sono collegati da un ritmo sottointeso, come se avessero una certa musicalità e continuità realizzazione.

Le vesti degli astanti presentano una tecnica molto simile a quella dei panneggi dall’effetto bagnato del maestro fiorentino Verrocchio che sicuramente aveva influenzato il Perugino nella loro realizzazione. Il paesaggio che si intravede sullo sfondo è tipico dello stile dell’artista, derivato dalla scuola umbra, tra le più rinomate in quel periodo, la vista a perdita d’occhio è favorita dall’uso della prospettiva aerea nella resa atmosferica del dipinto.

Queste scene è possibile ritrovarle raffigurate sui valori filatelici contenuti della preziosa Bibbia Filatelica di Patrimoni d’Arte insieme al bellissimo foglietto filatelico che riproduce in dettaglio la Pala della Resurrezione, emesso il 9 giugno 2005.

La “Resurrezione di San Pietro al Prato” è originariamente realizzata per la Chiesa di Perugia da cui trae il nome. Commissionata nel 1499 da Giovanni da Orvieto, membro di una importante famiglia umbra, la Pala vede la luce in tempi molto brevi grazie al lavoro congiunto del Perugino e dei suoi collaboratori.

La “Pala della Resurrezione” non è annoverata dalla critica tra i capolavori del Perugino poiché opera di bottega, chiaramente determinabile dall’uso dei cartoni preparatori tipici della bottega del Perugino, che era solita utilizzare questi cartoni per facilitare e velocizzare il lavoro. Troviamo infatti lo stesso schema rappresentativo in altre Pale realizzate dal pittore umbro, unica differenza la posizione variata del braccio sinistro e della mano destra di Cristo. Cartoni preparatori sono stati utilizzati anche per la realizzazione dei due angeli, simili a quelli dipinti dal Perugino negli affreschi della Cappella Sistina. 

Nonostante opera di bottega la Pala presenta comunque un’iconografia particolare ed originale che la distingue dalle altre opere del tempo che trattano lo stesso tema. Cristo non è rappresentato nell’atto di uscire dal sepolcro, ma bensì è inserito in una “mandorla” compositiva posta al di sopra della tomba in parte già aperta, mentre regge la bandiera “crocesegnata del vincitore”. Ai piedi del Sepolcro sono raffigurati quattro soldati alcuni addormentati, un altro stupefatto dal fatto al quale sta assistendo. Il paesaggio, tipico della scuola umbra, è ispirato molto probabilmente all’ambiente lacustre del lago Trasimeno.

Per quanto riguarda la tecnica pittorica i colori risultano molto equilibrati, le figure sono armoniche e curate nei minimi dettagli, l’anatomia del Cristo è anatomicamente dettagliato mentre il panneggio è reso perfettamente dal gioco di chiaroscuri quasi scultorei. Alcuni critici ritengono che la Pala sia stata realizzata per essere vista ed ammirata da lontano e questo sarebbe il motivo per cui alcune parti della tavola, come il paesaggio, sembrano non finite e solamente abbozzate. 

Dopo il suo periodo romano il Perugino torna a Firenze dove lavora ad alcune opere nel Palazzo della Signoria per poi entrare a far parte del comitato per i lavori al Duomo di Firenze.

Sono di questo periodo la Crocifissione, affresco realizzato per il convento fiorentino di Santa Maria Maddalena dei Pazzi; l’Apparizione della Vergine a San Bernardo conservata oggi a Monaco; il Polittico dell’Annunziata ora esposta alla Galleria dell’Accademia a Firenze. Questi dipinti presentano figure plastiche, aggraziate, le cui fisicità rimandano a fisici scultorei. A fare da sfondo quinte rinascimentali che incorniciano la scena e ne evidenziano i particolari. Il primo e secondo piano hanno spazi ben circoscritti, lo sfondo invece risulta andare all’infinito perdendosi in una natura che richiama la scuola umbra.

L’avidità che per il Vasari lo ha sempre contraddistinto è forse il motivo che spinge il Perugino a viaggiare per l’Italia, lavorando per diverse committenze nelle più importanti città della Penisola. Ottiene in questi anni l’appellativo di “maestro singolare, et maxime in muro” arrivando per alcuni ad essere anche il miglior maestro d’Italia. Famosissime le sue due botteghe: quella di Firenze nata negli anni settanta del Quattrocento e dove si formò tra gli altri anche Raffaello, e quella di Perugia inaugurata nel 1501, punto di raccolta della cosiddetta scuola umbra.

Con l’inizio del XVI secolo la notorietà dell’artista umbro va scemando, la ripetitività dei suoi schemi compositivi insieme al presentarsi sulla scena di nuovi artisti lo porta ad essere sempre meno considerato per lavori di decorazione e realizzazione di dipinti.

Torna a Roma per un breve periodo, nel 1508, chiamato per ridipingere il soffitto di una delle stanze vaticane che erano stata danneggiata da un incendio. Delle pareti se ne sarebbe occupato un allievo del pittore umbro, Raffaello Sanzio che a quel tempo aveva già una grande fame di abile artista. Il maestro terminerà al posto di Raffaello gli affreschi nella chiesa di San Severo nel 1521.

Il Perugino muore a Fontignano, nel comune di Perugia, mentre stava lavorando all’affresco della Natività nella chiesa del paese; spira, infatti, tra il febbraio e il marzo del 1523 colto dalla peste bubbonica. Tutt’oggi viene ricordato per essere uno dei più valenti rappresentanti dell’Umanesimo, nonché il più grande artista umbro del XV secolo. 

Cristoforo Colombo

Difficile è dire chi fu veramente Cristoforo Colombo.

Numerosi nel corso dei secoli sono stati i giudizi assegnati alla sua affascinante e misteriosa figura. Sebbene il suo personaggio sia conosciuto a livello mondiale, la sua vita è in parte tuttora immersa in un’atmosfera di dubbio e cospirazioni. 

Conoscere i dettagli della sua esistenza è ancora oggi complicato. Nato nel 1451 a Genova, primogenito di Domenico Colombo e Susanna Fontanarossa, discendeva da una famiglia di lanaioli. Curioso il fatto che nel corso dei secoli alcune teorie abbiano sostenuto che la famiglia dell’esploratore genovese fosse di origine sefardita, dunque originaria della Spagna e che fosse scappata dal suo paese natale in seguito alle persecuzioni dell’Inquisizione spagnola.

Poco sappiamo della sua infanzia e della sua giovinezza, poiché molti furono i documenti che il figlio Fernando distrusse per nascondere le umili origini del padre. Le prime notizie certe risalgono al 1470 quando Colombo abitava già da qualche tempo a Savona con la famiglia che all’epoca gestiva un’osteria. Fu sempre lo stesso Fernando a compilare una biografia paterna lavorando molto di fantasia e risultando perciò questa poco affidabile. 

Colombo fu sin da piccolo affascinato dal mare e dalla navigazione e giovanissimo salpò a bordo di navi mercantili che percorrevano le più disparate rotte. È lo stesso navigatore che in una lettera racconta di come sia partito per mare per la prima volta all’età di quattordici anni.

Tra il 1473 e 1475 viaggiò per il Mar Mediterraneo e navigò lungo le coste delle Fiandre e del Portogallo. Successivamente compì alcuni viaggi nelle regioni nordiche d’Europa arrivando nel 1477 persino in Islanda. Nel 1480 conosce e sposa Filipa Moniz Perestrello, figlia del navigatore portoghese Bartolomeo Perestrello divenuto tempo prima governatore di Porto Santo.

Dopo qualche anno, trascorso con la moglie a Madera, l’esploratore genovese raggiunge il fratello Bartolomeo, che lavorava come cartografo, a Lisbona.

Durante il suo soggiorno nella città portoghese poté leggere e studiare le teorie di Paolo dal Pozzo Toscanelli che aveva studiato la geografia di Tolomeo ed in base ad essa disegnato un planisfero dove si evidenziava la facilità con cui si sarebbero potute raggiungere le Indie attraverso l’Oceano Atlantico.

Colombo era rimasto talmente affascinato dalle supposizioni del matematico toscano che in uno dei suoi scritti trascrisse di suo pugno una lettera che Toscanelli aveva inviato ad Alfonso V del Portogallo. Purtroppo per il navigatore genovese il matematico aveva sbagliato a calcolare la distanza fra l’Europa e quelle che al tempo erano considera le Indie e questo influì in seguito sul suo progetto di navigare verso Ovest.

Alcune fonti narrano che, sempre nel periodo della sua permanenza a Lisbona, Colombo conobbe un naufrago che raccontò di alcune terre situate oltreoceano e delle quali, prima di morire, disegnò una carta geografica.

Questa notizia sembrerebbe però falsa, si suppone che abbia iniziato a circolare durante il periodo in cui i Reali di Spagna pretesero che il merito della scoperta ricadesse interamente su di loro, dichiarando di fatto la malafede di Colombo.

Una spiegazione più logica è sicuramente quella che teorizza che sulle coste europee arrivassero via mare resti di piante, legname e forse persino qualche corpo e ciò facesse supporre l’esistenza di Terre ad ovest di Madera e delle Canarie.

Tutte queste suggestioni portarono il famoso esploratore ad ideare un viaggio che dalle coste dell’Europa lo avrebbe portato, navigando verso ovest, verso le Indie. Non è assolutamente veritiera infatti l’idea che nel Medioevo ci fosse la convinzione che la Terra fosse piatta, ma al contrario era ben nota la sua sfericità già dai tempi antichi, per questo Colombo pensò di poter evitare di circumnavigare l’Africa per raggiungere i paesi orientali, arrivandoci invece da occidente. 

Formulò così un ambizioso progetto, per partire però aveva bisogno di fondi e così iniziò il suo peregrinare presso le corti europee affinché qualcuno accettasse di fornirgli i denari necessari alla sua missione.

Nel 1483 presentò il suo piano al sovrano portoghese Re Giovanni II che respinse però l’iniziativa, anche in seguito ad un errore di calcolo del navigatore che aveva scambiato erroneamente le miglia arabe con quelle romane. Negli anni successivi provò a convincere sia il re di Francia che Enrico VII sovrano d’Inghilterra, ma da entrambi ricevette risposta negativa.

Finalmente nel 1492 i reali spagnoli Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia acconsentirono a supportare il marinaio genovese nella sua impresa e il 17 aprile dello stesso anno furono firmate le Capitolationes, o Convenzione di Santa Fe, in cui la corona di Spagna concedeva a Colombo una cospicua somma in denaro, una flotta composta da tre navi insieme ai titoli di Ammiraglio del mare e Viceré delle terre che avrebbe scoperto.

 La partenza fu stabilita per il 3 agosto da Palos, scelto perché gli altri porti spagnoli erano occupati dall’Inquisizione Spagnola che si stava occupando dell’espulsione degli Ebrei dalla Spagna decida con l’editto di Granada.

Alle sei di mattina Colombo partì al comando delle tre famose caravelle: la Niña, la Pinta e la Santa Maria. Non tutti sanno però che nella Spagna di quel periodo era d’uso appellare le navi con nomi di Santi perciò quelli passati alla storia erano solo i soprannomi che i marinai avevano dato alle imbarcazioni richiamando il nome di un proprietario, nel caso della Niña, o una caratteristica particolare, come per la Pinta che in castigliano significa dipinta.

Dopo aver superato molte traversie e difficoltà la flotta approdò il 12 ottobre 1492 sulle coste del paese che in seguitò sarà ribattezzato Bahamas. Colombo rimase sorpreso della terra che appariva davanti ai suoi occhi, non era l’Oriente che aveva immaginato. Dopo aver viaggiato nei Caraibi ed aver scoperto tra l’altro le isole di Juana (Cuba) e Hispaniola (Haiti) il marinaio genovese salpò per la Spagna il 16 gennaio del 1493 arrivando a destinazione nel marzo dello stesso anno.

Qui ricevette grandi onori e furono indetti festeggiamenti. Il bottino che però aveva portato con sé, soprattutto la scarsità d’oro, delusero la corona spagnola. Le avventure del navigatore genovese non finirono qui, nel corso degli anni successivi compì altri tre viaggi in cui esplorò nuove terre arrivando persino a toccare le coste del Venezuela.

 Purtroppo la fortuna di Colombo terminò presto. Durante il suo terzo viaggio dovette sedare una rivolta capeggiata da alcuni coloni spagnoli, delusi per le poche ricchezze dell’isola di Hispaniola, e successivamente farli incarcerare. Venuti a conoscenza del fatto, i sovrani spagnoli colsero l’accaduto come pretesto per privare Colombo di tutti i suoi titoli e farlo tornare in Spagna in catene.

Nel 1500 fu così messo sotto processo e dopo qualche tempo ricevette il perdono reale, ma perse definitivamente i suoi titoli e gli fu proibito di ritornare ad Hispaniola. Le colpe per cui Colombo era stato messo a giudizio erano in realtà uno specchietto per le allodole, la motivazione principale che aveva spinto i sovrani spagnoli a tradire il navigatore era stato il desiderio di avere il monopolio completo sulle nuove scoperte.

La Corona di Spagna si era sentita minacciata dai contatti di Colombo con alcuni genovesi e temeva che egli avrebbe consegnato l’isola ai suoi compatrioti. Quello che veramente interessava a Ferdinando ed Isabella non era punire il comportamento dell’esploratore quanto annullare le concessioni da lui acquisite con le Capitolationes. Il Genovese non dimenticò mai l’umiliazione subita: il figlio Fernando racconta nella biografia che il padre conservò le catene con cui era stato imprigionato e chiese di porle con lui nella tomba.

Tornato dal suo quarto viaggio Colombo prese la decisione di rimanere in territorio castigliano, voleva riottenere i suoi titoli e i suoi onori e continuò a chiederne la restituzione ai reali. Sfinito dalle incessanti pressioni Ferdinando concesse al navigatore genovese il possesso di un’isola minore dei Caraibi. Colombo rimase però molto deluso dalla concessione e nel 1506 morì a Valladolid in seguito ad un attacco di cuore.

La salma fu seppellita prima a La Cartuja, all’interno di un monastero, per poi essere spostata nel 1509 a Siviglia. Nel 1537 i resti di Colombo furono portati, seguendo i desideri del figlio Diego, ad Hispaniola dove vi rimasero fino al 1795. In quella data infatti la Spagna cedette l’isola alla Francia e la salma fu spostata   a L’Avana per tornare in Europa, a Siviglia, nel 1898.

Partendo dallo studio della vita di Colombo è chiaro come la sua figura implichi una serie di contraddizioni. Numerosi sono i punti di criticità che possono essere trovati nell’avventura del navigatore genovese, molti dei quali sono legati al suo rapporto con gli Indigeni. Se originariamente Colombo fu identificato come un esploratore, uno scopritore di nuove terre, negli ultimi anni sono sempre di più coloro i quali ne contestano la figura, definendolo per lo più un conquistatore, colui che ha dato avvio all’invasione europea e allo sfruttamento e sterminio delle popolazioni native.

A seguito delle contestazioni sulla figura del genovese molto delle statue che lo rappresentavano sono state rimosse nei paesi del continente americano ed è fortemente cresciuta negli Stati Uniti l’avversione per il Columbus Day, ricorrenza festeggiata ogni 12 ottobre.

L’anniversario della scoperta dell’America fu celebrato per la prima volta nel 1869 a S. Francisco per volere di alcuni immigrati italiani; dopo che fu riconosciuta festa ufficiale dallo stato del Colorado, divenne festa nazionale nel 1937. Se prima era un modo di onorare il grande navigatore genovese, rendendogli onore per il coraggioso viaggio da lui compiuto, ultimamente la festa è stata vista come la celebrazione della dominazione europea e dei delitti commessi dai colonizzatori, disonorando la memoria degli stermini perpetrati.

Si è passati dal parlare di scoperta dell’America, in una visione altamente eurocentrica della vicenda, al discutere di conquista dell’America, dando al termine una connotazione negativa implicando le conseguenze disastrose che essa ha avuto per gli indios. 

Bisogna però sottolineare che all’epoca di Colombo scoperta e conquista erano la stessa cosa: lo scopo principale che muoveva gli uomini a salpare alla ricerca di nuove terre era il desiderio di acquisire ricchezze.

Si andavano ricercando vantaggi economici, luoghi da sfruttare per incrementare gli introiti personali e quelli degli stati che finanziavano i viaggi. Vi era poi sicuramente l’aspetto religioso, l’espansione della fede cristiana tramite la conversione di nuove genti.

Colombo perciò non differiva in nulla dall’uomo del suo tempo. L’avventura sognata era sì un modo di mettere alla prova se stesso e le sue convinzioni conquistando gloria e onori, ma era anche un viaggio per ottenere benefici economici personali e migliorare così la propria condizione sociale.

Dai racconti che ci sono pervenuti è chiaro che il genovese avesse una vera e propria ossessione per l’oro. Concentrò gran parte delle sue risorse nella ricerca di giacimenti di questo metallo prezioso, desideroso di convincere i reali spagnoli che la scelta di finanziare la sua impresa non era stato un errore.

 Purtroppo per Colombo la caccia all’oro non portò i frutti sperati poiché i nuovi territori scarseggiavano del minerale. Per rispondere così all’esigenza di creare capitali che giustificassero il viaggio, venne dato avvio al commercio degli schiavi.

L’idea del navigatore genovese non fu però mai quella di sterminare le popolazioni locali, il suo intento era quello di fare degli indios degli schiavi, ucciderli non avrebbe portato nessun profitto. Ovviamente la schiavitù è da condannare senza se e senza ma, bisogna però comprendere che nel periodo storico in cui viveva ed operava Colombo la condizione di schiavo di alcuni individui della società faceva parte del vivere comune, era accettata come una cosa naturale.

Ovviamente esistevano intellettuali che ne criticavano l’esistenza e ne chiedevano l’abolizione, i dibattiti in merito erano moltissimi, ma la schiavitù non cessava per questo di esistere. Anche la regina Isabella di Castiglia si pronunciò a sfavore della schiavitù ed è forse questo uno dei motivi che spinse la corona spagnola a criticare l’operato di Colombo nelle recenti terre scoperte.

In documenti dell’epoca è possibile ritrovare esempi della condotta poco limpida del navigatore genovese: noto è il fatto che catturò ed imprigionò circa cinquecento indigeni per poi trasportarli in Europa punendoli così della loro disobbedienza, così come accertati gli abusi che alcuni dei suoi uomini erano soliti perpetrare sulla popolazione locale.

Un episodio famoso avvenne nel 1494 in Giamaica: Colombo sbarcato sull’isola ricevette un’accoglienza ostile, per conquistare la loro collaborazione dichiarò che li avrebbe puniti facendo scomparire la luna. Il genovese era a conoscenza di un’imminente eclissi lunare e sfruttò la cosa a suo vantaggio. Quando i nativi videro la luna scomparire supplicarono Colombo di farla tornare promettendogli in cambio una piena obbedienza.

Sebbene questi episodi possano far credere che le critiche alla figura dell’esploratore siano giustamente fondate e che quindi la celebrazione dei questo personaggio non abbia ragione d’esistere, non dobbiamo dimenticare che la scoperta di Colombo ha cambiato la storia dell’età moderna.

Con il suo viaggio il marinaio genovese ha ispirato molti uomini alla ricerca di nuove terre, ha ampliato gli orizzonti dell’uomo medievale costringendolo a confrontarsi con una realtà nuova e diversa. Grazie a lui l’Europa ha potuto conoscere nuove culture, assaporare sapori esotici ed entrare in una nuova età dell’uomo. Colombo ha aperto la strada alla conquista del Nuovo Mondo, ma non possiamo e non dobbiamo assegnargli le colpe dei delitti deprecabili che la dominazione europea ha portato con sé. Egli non avrebbe mai potuto immaginare le conseguenze del suo viaggio: le malefatte, le uccisioni e gli abomini compiuti dai Conquistadores spagnoli sono il risultato di una campagna di colonizzazione ed evangelizzazione promossa dalla corona spagnola che voleva espandere i propri confini giustificando con la religione i propri comportamenti. Se vogliamo veramente onorare la figura di Colombo è giusto metterne in luce sia gli aspetti positivi che quelli negativi, ma non si deve mai dimenticare il grande dono che egli ha fatto all’umanità regalando un nuovo mondo al Mondo.

Per celebrare lo spirito di avventura dell’esploratore genovese, il suo coraggio nel tentare un’impresa mai compiuta prima, la sua fiducia inossidabile nelle proprie convinzioni sulla possibilità di raggiungere le Indie da Occidente, Patrimoni d’Arte ha realizzato, con la preziosa collaborazione dell’artista Maurizio Carnevali, un bassorilievo in bronzo dedicato a Cristoforo Colombo. L’opera descrive uno dei tanti incontri tra il navigatore genovese e i nativi. Colombo è rappresentato secondo l’iconografia tradizionale, con in testa il tipico copricapo.

Dell’esploratore non abbiamo nessun ritratto autentico poiché quelli che oggi noi conosciamo sono stati tutti eseguiti dopo la sua morte perciò anche in quest’ opera è rappresentato con le stesse caratteristiche che sono oggi entrate nel nostro immaginario collettivo. Sullo sfondo, in alto, una delle caravelle veleggia verso le coste del Nuovo Mondo. Al centro della composizione troviamo alcuni indigeni raffigurati nudi, secondo i loro usi tradizionali, mentre presentano alcuni doni al navigatore, che regge nella mano destra un crocifisso a richiamare l’idea di Colombo non solo come esploratore, ma anche come un uomo di fede impegnato nel diffondere la parola del Cristianesimo.  Nella parte bassa della scultura è rappresentato un soldato con indosso la tipica armatura dei Conquistadores spagnoli per sottolineare come la scoperta di Colombo fece la fortuna della Spagna, ma fu l’inizio di terribili soprusi per i nativi.  

L’opera evidenzia il carattere avventuroso di Colombo, vuole dimostrare che inizialmente non vi era malvagità nelle intenzioni del navigatore genovese. Se pensiamo a quanto da lui raccontato nell’ epistola “De insulis nuper inventis”, scritta il 14 febbraio 1493 a bordo della Niña ed indirizzata al tesoriere della corte spagnola Gabriel Sanchez, il primo incontro con gli indigeni fu pacifico, gli uomini della flotta furono ben accolti e molti furono i doni che ricevettero dai nativi.

Tutto questo fu possibile anche grazie al fatto che gli indios non conoscevano l’uso del ferro e perciò erano privi di qualsiasi arma per difendersi. Vengono descritti come uomini miti e timorosi che guardano all’uomo bianco con una sorta di ammirazione molto simile alla venerazione. Sempre nella lettera Colombo racconta di come abbia punito taluni dei suoi uomini che si erano approfittati dell’ingenuità degli indigeni: essi infatti non capivano il valore dell’oro e lo barattavano in cambio di quisquilie e cianfrusaglie che però ai loro occhi dovevano apparire tesori inestimabili. Questa testimonianza offre la possibilità di valutare in modo positivo la figura dell’esploratore genovese: egli era affascinato dai nuovi uomini, ne ammirava la gentilezza e la capacità di stupirsi delle cose del mondo, rimaneva colpito dalle loro credenze e stili di vita. Ne prese le difese quando i suoi uomini tentarono di usare a loro vantaggio il carattere sottomesso e pacato della popolazione autoctona. 

Dai personaggi del bassorilievo traspare tutta l’incertezza e la curiosità del primo incontro, la tensione di venire in contatto con il nuovo, la scoperta di un territorio inesplorato, la presa di conoscenza dell’esistenza di altro diverso da noi. È cristallina la differenza fra Colombo e gli indigeni, sono due culture diverse che entrano in contatto per la prima volta. Sono in gioco due diversi sentimenti: da un lato il timore per l’estraneo, il diverso da noi che sconvolge la nostra quotidianità; dall’altro il desiderio insito in ogni uomo di conoscere, di sfidare la paura alla ricerca del nuovo e dell’avventura.

L’opera è un invito a riflettere sull’incontro con l’altro, con il diverso, vuole invitare a non essere diffidenti dello scambio fra culture. Il contatto con il diverso non deve per forza essere negativo, ma può essere visto invece come opportunità di arricchire la propria vita facendo esperienza dell’altro. Tramite la conoscenza dell’estraneo è possibile anche arrivare a conoscere meglio se stessi, apprezzare le proprie radici e trasformarle in un’occasione di dialogo. 

Questo prodotto si trasforma in un monito per tutti noi: ci ricorda quanto nei secoli passati l’essere umano abbia toccato vette altissime, portando a compimento imprese che sembravano impossibili, per poi cadere nella tentazione della paura e della bramosia. L’esperienza di Colombo, il suo incontro con i nativi e le conseguenze che questo ha poi portato con sé devono insegnarci a coltivare il rispetto per l’altro, imparando ad accettare le differenze e a superare quel concetto di superiorità che come occidentali ci ha spesso condizionati impoverendo un po’ la nostra umanità.