Raffaello e le sue rappresentazioni della Vergine Maria

Raffaello Sanzio nasce ad Urbino il 28 marzo o il 6 aprile 1483, figlio del pittore Giovanni Santi e di Magia di Battista di Nicola Ciarda. Vasari indica come giorno della nascita il 28 marzo, ma una successiva voce darebbe Raffaello nato il 6 aprile nello stesso giorno della sua successiva morte. Giovanissimo inizia a lavorare nella bottega del padre, pittore di un certo livello, fino a quando quest’ultimo non muore quando Raffaello ha undici anni.

Il giovane Sanzio, che aveva già perso la madre all’età di otto anni, inizia a lavorare presso Pietro Vannucci, il famoso Perugino, e nella sua bottega muove i primi passi che gli consentiranno di divenire uno fra gli artisti più completi ed abili di tutta l’arte italiana. In questo periodo stringerà anche una profonda amicizia con il pittore Pinturicchio, che al tempo era già molto noto.

 A ventun anni si trasferisce a Firenze spinto dalla voglia di conoscenza per i lavori di Michelangelo, come dimostrano anche alcune delle opere eseguite da Raffaello in questo periodo dove è chiaramente riconoscibile l’influenza dell’artista toscano.

Di questo periodo famose sono le Madonne col Bambino, tra le quali la Madonna del Belvedere realizzata per Taddeo Taddei nel 1506, o la Madonna del Cardellino dipinta sempre nello stesso anno per il commerciante di lana Lorenzo Nasi.

Viene chiamato a Roma da Papa Giulio II per partecipare al progetto di rinnovamento urbanistico ed artistico della città nel 1508; molto probabilmente il suo nome fu suggerito al Pontefice dal conterraneo dell’artista, Bramante, anche lui impegnato con alcune commissioni papali. Trasferitosi nella città romana si ritrova a competere con Michelangelo per le assegnazioni delle commissioni papali, si accentua così la rivalità tra i due artisti.

Si creano due schieramenti avversi, uno a sostegno di Raffaello, capeggiato dal Bramante, l’altro sostenitore di Michelangelo, che vantava nomi celebri come Sebastiano del Piombo. In questa continua diatriba tra i due artisti non è mai però mancata l’ammirazione che entrambi provavano per il rispettivo rivale.

Nel 1514 è nominato “Architetto di S. Pietro” da Papa Leone X, che gli consegna la carica sotto consiglio del Bramante, che prima della morte aveva indicato proprio Raffaello come suo degno successore nella costruzione delle nuove opere monumentali vaticane.

Raffaello perciò prende in carico anche i lavori per la costruzione della nuova Basilica di S. Pietro, apportando alcune modifiche al progetto originale del Bramante e rimanendo direttore dei lavori fino alla sua morte.

Sanzio non è stato però solo pittore ed architetto, ma ha sempre avuto a cuore la preservazione e lo studio di tutte le antichità e i monumenti della Roma antica, che nel periodo rinascimentale venivano saccheggiati dei loro marmi o lasciati alla loro rovina, perdendo così un pezzo importante della storia e dell’arte italica.

In una lettera del 1519 Raffaello chiede a Baldassarre Castiglione di intercedere per lui presso Papa Leone X chiedendogli di agire per la preservazione dei monumenti antichi di Roma, affinché non andasse perduta una così ricca eredità artistica.

L’idea di preservazione e studio dell’antichità dell’artista di Urbino può essere quindi ritenuta anticipatrice dell’odierno concetto di cura del patrimonio artistico e culturale e della metodologia di studio della scienza archeologica.

Durante la sua permanenza romana Raffaello sì innamora perdutamente di una popolana, figlia di un fornaio di Trastevere. La donna amata è Margherita Luti, rappresentata da Sanzio in molti suoi dipinti.

Il dipinto più celebre in cui compare rappresentata Margherita Luti è senz’altro La Fornarina, dipinto nel 1520 e conservato oggi a Palazzo Barberini Margherita Luti non è solo la protagonista de La Fornarina, ma serve da modella per molte altre opere di Raffaello tra cui alcune delle sue Madonne come la Madonna Sistina conservata a Desdra e la Madonna della Seggiola esposta a Palazzo Pitti.

In ognuna delle Madonne rappresentate dall’artista Urbinate si può ammirare la sua eleganza pittorica: tutte presentano una bellezza quasi sovrannaturale, la bellezza fisica si fonde con la bellezza dell’anima facendo trasparire la grazia insita in queste figure, l’equilibrio compositivo è ai massimi livelli, una forte sensazione di serenità viene trasmessa a chi fruisce dell’opera, una serenità legata alla religiosità del soggetto rappresentato che trasmette un sentimento tenero e di benevolenza.

Madonna Sistina

Realizzata tra il 1513 e il 1514, durante il pontificato di Leone X, ha portato gli studiosi a pensare fosse stata realizzata come stendardo processionale poiché il supporto di tela è insolito per i lavori del Sanzio di questo periodo.

Alcuni hanno ipotizzato potesse essere nata per la tomba di Giulio II, ma ad oggi è certo che venne dipinta per il Convento di San Sisto a Piacenza, tesi corroborata anche dai progetti michelangioleschi per il monumento funebre del Pontefice della Rovere che non prevedevano alcun tipo di pala d’altare.

Nel 1754 l’opera finisce in mano di Augusto III di Polonia che, come elettore di Sassonia, porta il dipinto a Dresda. Nel 1945 viene trasferita a Mosca e farà ritorno a Desdra solo nel 1955.

Il dipinto presenta un’ impostazione scenica che ricorda quella di rappresentazione teatrale. Al centro la Madonna che discende da un nugolo di nubi dove è possibile vedere volti di cherubini, in braccio il bambin Gesù che volge lo sguardo direttamente allo spettatore. Ai lati San Sisto e Santa Barbara, posti come mediatori fra i fedeli e la Maria Vergine. 

Il movimento della Madonna è dato dal leggero moto della veste più che dalla rappresentazione di un moto dei personaggi. In basso un parapetto accentua la teatralità della scena con due angioletti appoggiati ad esso, divenuti molto popolari e ripresi nei secoli successivi come figure a se stanti.

La particolarità dell’opera sta nel modo in cui il Divino si pone ai fedeli: Maria intercede per loro, il bambino è offerto alla vista degli spettatori; non sono i fedeli che ammirano Dio, ma è la Divinità che si presenta a loro.

La Madonna è raffigurata con semplicità, una grande umanità traspare dalla sua persona, ma è la luce di purezza che ella emana che la rende perfetta, al di là di ogni possibile contestualizzazione umana.

Madonna del Cardellino

L’opera risale al periodo fiorentino di Raffaello e si pensa fu realizzata per il matrimonio di Lorenzo Nasi con Sandra Canigiani. Nel 1547 l’abitazione dei coniugi è colpita da una frana e il dipinto viene recuperato dalle macerie, in diciassette diversi frammenti venendo poi restaurata. Finisce successivamente nelle mani di Giovan Carlo de’ Medici nel 1666 per poi essere ceduta al Museo degli Uffizi, dove ancora oggi è conservata.

Le figure della composizione sono immerse in un paesaggio aulico, fluviale; al centro la Vergine è seduta su una roccia, a sinistra un San Giovanni Battista bambino tiene tra le mani un cardellino, simbolo della Passione di Cristo; il piccolo Gesù, tra le gambe della madre accarezza l’uccellino mentre poggia un piedino su quello della madre, forse a ricordare la Madonna di Bruges di Michelangelo.

Un gioco di sguardi e gesti legano i personaggi a richiamare il modello leonardesco del “San Anna, la Vergine, il Bambino e l’agnellino”, ma a differenza dell’ambiguità e indizi nascosti Raffaello crea una composizione ricca di spiritualità, dai toni dolci, sottolineando i legami familiari.

Di derivazione leonardesca anche l’impostazione piramidale e l’uso sapiente dello sfumato nei volti dei protagonisti e della prospettiva aerea nel paesaggio. Raffaello però accentua il chiaroscuro, le emozioni dei personaggi sono più limpide, come la malinconia sul volto della Madonna che legge del futuro del figlio sul libro che tiene in mano.

Simbolici anche i colori della veste mariana: il rosso a ricordo nuovamente della Passione di Cristo e il blu che rimanda alla Chiesa. Raffaello arriva a piena maturazione con questo lavoro artistico portando a compimento il suo ideale di bellezza e l’equilibro della composizione che sempre lo caratterizzerà.

Madonna della Seggiola

Quest’opera del Sanzio è datata dagli studiosi intorno al 1513-1514, successiva alla realizzazione della Stanza di Eliodoro in Vaticano, ed è stata dipinta probabilmente su commissione di Leone X che la spedì successivamente a Firenze ad alcuni suoi parenti.

È conservata oggi a Palazzo Pitti, dopo aver soggiornato in Francia durante il periodo napoleonico dal 1799 al 1815. Le dimensioni della tavola sono modeste, 71 cm e il nome deriva dalla sedia camerale, in uso nel contesto papale, sulla quale siede la Madonna.

Tutta la composizione richiama allo stile michelangiolesco, le figure hanno una concreta plasticità, la fisicità è massiccia, importante, anche se il tutto è calmierato e reso più equilibrato dall’evidente raffinato stile raffaellesco.

Il dipinto presenta solamente tre figure: al centro la Madonna tiene in braccio Gesù, tutti e due rivolgono lo sguardo all’esterno, ma mentre la Vergine guarda direttamente allo spettatore, il bambinello sembra volgere lo sguardo ad un punto più lontano, in una direzione a noi sconosciuta.

Maria solleva un ginocchio per tenere meglio in grembo il figlio, questo fa spostare il baricentro della sua figura, spostandola in avanti e dando così la sensazione che stia cullando il bimbo, in un gesto di amorevole affetto materno. Le teste dei due si toccano, a sottolineare l’intimità della scena che viene equilibrata dalla figura di San Giovanni bambino, posto sulla destra, uscente dallo sfondo nero mentre rivolge una preghiera alla Vergine.

Le vesti di Maria non sono nulla di regale, rimandano ad un abbigliamento modesto, quasi quello di una popolana. Leggenda vuole che Raffaello si sia ispirato ad una contadina vista a Velletri colta a prendersi cura del proprio bambino. In questa rappresentazione è chiara l’umanizzazione della Vergine, l’amore materno pervade tutta la raffigurazione donandole un’aura soave e dolce.

Non manca però lo stile raffinato di Raffaello, un equilibrio compositivo che rende il dipinto un capolavoro di bravura ed ingegno, insito nel movimento circolare lo pervade e dal sapiente gioco di toni caldi e freddi che con contrasto danno risalto alle figure della Madonna e del Bambino.

Madonna del Baldacchino

Conservata oggi alla Galleria Palatina di Firenze è databile tra il 1506 e il 1508, realizzata su olio su tele originariamente per la Cappella Dei di Santo Spirito a Firenze. Ultima del periodo fiorentino del Sanzio è rimasta incompleta poiché Raffaello venne chiamato a Roma da Papa Giulio II.

Nel 1697 arriva nelle mani di Ferdinando de’ Medici che affida il suo completamento a Niccolò ed Agostino Cassana, sebbene gli interventi rimangano ad oggi individuali e limitati ad alcune aeree.

Il dipinto rappresenta una Sacra Conversazione, dove la Vergine Maria è rappresentata trionfante su di un trono, mentre degli angeli reggono il baldacchino. Tenera è l’immagine di Gesù Bambino, che gioca con il proprio piedino, lasciando intravedere la sua parte più umana. Dietro è raffigurato un’abside semicircolare, ai lati del baldacchino invece quattro Santi: Pietro, Bernardo da Chiaravalle, Giacomo Maggiore e Agostino.

La rappresentazione è scorciata, San Agostino indica con il braccio lo spazio semicircolare alla sua sinistra dando un senso di respiro all’intera opera; alla base del trono due angioletti leggono un cartiglio.

 La simmetria governa tutta l’opera, i personaggi sono legati da sguardi e gesti che donano una certa circolarità, accentuata dal turbinio degli angeli in volo. La luce proveniente da sinistra dona plasticità all’intera rappresentazione ed è in contrasto con la zona d’ombra creata dal baldacchino.

Virgilio: Il Duca di Dante

Il Virgilio Storico

Publio Virgilio Marone può essere considerato a tutti gli effetti il più grande poeta dell’Antica Roma, nato presso Mantova da una famiglia di piccoli proprietari terrieri nel 70 a.C.. Studia la grammatica e si forma a Napoli avvicinandosi alla filosofia epicurea. Virgilio è nel 42 a.C. a rischio di perdere le sue terre a seguito di un esproprio deciso dai triunviri Ottaviano e Antonio per ricompensare i veterani della battaglia di Filippi. Riesce fortunatamente a trattenere i suoi possedimenti grazie all’aiuto di un personaggio importante che alcuni identificano con Asinio Pollone altri con Ottaviano.

Entra a far parte dell’ambiente mecenatesco dopo che nel 39 a.C. aveva composto le bucoliche, dieci poemetti a tema pastorale. Nella cerchia di Mecenate apprende e fa proprio il progetto di ricreare e restaurare la pace e moralità italica e compone a questo scopo le Georgiche, tra il 39 e il 30 a.C. e successivamente lavora all’Eneide tra il 29 e il 19 a.C.. L’Eneide vede protagonista il troiano Enea che scappa dalla città in fiamme dopo l’inganno dei greci con il cavallo, per arrivare dopo lunghe peripezie sulle coste del Lazio dove fonda la città di Lavinio.

Virgilio muore nel 19 a.C. lasciando l’Opera senza una finale rifinitura; verrà comunque pubblicata dagli amici, che per volere di Augusto non l’avevano data alle fiamme come invece aveva chiesto il poeta. L’Eneide risulta essere a tutti gli effetti il poema principe dell’epicità latina, portando Virgilio ad essere apprezzato anche nel Medioevo per lo stile e la poetica, oltre ad essere considerato modello di sapienza, nonché profeta del Cristianesimo, teoria derivante dalla erronea interpretazione della sua Egloga IV.

Dante e Virgilio: l’incontro

All’incontro con le tre fiere segue l’arrivo provvidenziale della figura di Virgilio: è l’aiutante che giunge a salvare dalle tenebre Dante, da fargli da guida invitandolo ad intraprendere il viaggio nei tre regni ultraterreni. Virgilio sarà il faro che illuminerà il cammino del Sommo Poeta, venendo in soccorso della sua anima sperduta tra vizi e peccati per guidarlo nell’inferno più profondo e nella salita al giardino dell’Eden per poi lasciare lo spazio a Beatrice.  

Virgilio nella Divina Commedia di Dante

Dante colloca Virgilio nel Limbo, il primo cerchio dell’Inferno, quello dove risiedono le anime dei non battezzati e di coloro che furono grandi personalità, ma vissuti prima della venuta di Gesù Cristo. È nel Limbo che Virgilio riceve la richiesta accorata di Beatrice affinché soccorra Dante nella Selva Oscura e lo guidi nel periglioso percorso ultraterreno.

Per giustificare la conoscenza dell’Inferno, dei suoi luoghi e della sua conformazione, da parte di Virgilio Dante inventa l’episodio in cui il poeta latino era stato evocato in passato dalla maga Eritone al fine di recuperare un’anima di un traditore della Giudecca, la zona più profonda degli Inferi. Dante nel fare ciò si ispira al Pharsalia di Lucano, dove viene raccontato che la maga Eritone convocò un’anima dall’Aldilà per predire a Pompeo l’esito finale della battaglia di Farsalo. Ecco spiegato quindi il motivo per il quale Virgilio ha conoscenza del primo mondo ultraterreno mentre si troverà in difficoltà e spaesato nel Purgatorio di cui non ha nozione.

Virgilio come simbolo della Ragione Umana

Virgilio è considerato nella Divina Commedia l’allegoria della Ragione, quella ragione naturale, che si basa sulle conoscenze acquisite dall’uomo grazie all’impegno e allo studio della filosofia. La Ragione è sicuramente utile all’essere umano per raggiungere una felicità terrena, una migliore conoscenza di se stesso e arrivare all’acquisizione della quattro virtù cardinali che sono la prudenza, la temperanza, la fortezza e la giustizia.

Virgilio però è anche simbolo dei limiti della ragione umana, infatti il poeta latino guiderà Dante attraverso l’Inferno e il Purgatorio, ma non sarà in grado di accompagnarlo nella sua salita al Paradiso, questo a sottolinea come l’uomo non possa affidarsi alla sola razionalità per conoscere i misteri del mondo, la vera conoscenza deriva solamente dalla consapevolezza dei confini della mente umana che solo con l’affidarsi alla grazia divina e alla Fede potrà comprendere la grandezza di Dio e del suo creato.

Virgilio come modello della Discesa agli Inferi

È proprio Virgilio con il suo poema L’Eneide che funge da esempio ed antecedente del viaggio ultraterreno di Dante. Nel Canto VI del poema il poeta latino racconta la discesa agli Inferi dellEroe Troiano Enea, un racconto che ha sicuramente un prodomo famoso nel racconto di Omero e del suo incontro con l’indovino Teresia.

Dopo aver lasciato l’amata Didone per compiere il suo destino, tra mille peripezie Enea arriva a Cuma dove incontra la Sibilla. L’eroe troiano chiede di poter accedere agli Inferi per parlare con il padre Anchise, alla sua richiesta la veggente gli pone tre condizioni: dovrà trovare un ramoscello d’oro, dare sepoltura ad un suo compagno e attuare il sacrificio di alcune pecore nere. Portate a termine le richieste Enea torna dalla Sibilla ed insieme ad ella discende al regno dei morti. Come Dante anche Enea incontra Caronte, il traghettatore di anime e solo grazie al ramoscello dorato riesce a convincerlo a trasportarlo.

Nel suo percorso Enea si trova ad incontrare diverse figure, tra le quali Didone, morta suicida a causa della partenza dell’eroe e Deifobo, troiano che gli narrerà la fine della loro città. Arrivato ai Campi Elisi trova il padre Anchise che spiega la reincarnazione delle anime e mostra al figlio i futuri eroi e grandi condottieri romani. Terminato il colloquio Enea torna nuovamente alla superficie.

Il successo dell’Eneide nell’ epoca Medievale

La figura dell’eroe Troiano Enea acquisisce nel Medioevo un profondo carattere allegorico. Il viaggio di Enea rappresenta il percorso di ogni vita umana, l’accettazione e interiorizzazione del proprio destino grazie all’esperienza ottenuta nel superamento delle difficoltà poste lungo il cammino degli uomini. L’eroe Troiano assume quindi il modello di vita di ogni uomo medievale: nel suo accettare il proprio destino con stoicismo e fatalità Enea rappresenta l’uomo che concepisce e fa sua l’idea che il volere divino non è contestabile e le sue decisioni per la nostra vita sono imperscrutabili e non è possibili obiettarle, avendo Fede che Dio provvederà nei modi più giusti alla suo volere.

Il viaggio nell’oltretomba per l’eroe classico è destino, non discende agli Inferi perché spinto da un proprio desiderio o una necessità personale, ma compie il volere divino che aveva voluto la sua discesa perché l’eroe conoscesse la fortuna della sua futura progenie. Enea rappresenta perciò l’eroe per eccellenza, l’uomo valoroso e giusto che sacrifica la sua vita ad un obiettivo più grande, adempiere il proprio destino e dare vita alla grande civiltà romana.

L’eroe mai si è opposto al suo destino, anzi lo ha accettato con devozione e serenità poiché egli era il predestinato. Dante si sente perciò molto legato alla figura di Enea, sono entrambi uomini che accettano la volontà del Divino e il loro destino con consapevolezza e determinazione, ed ecco che l’eroe troiano diventa così esempio per la Commedia e Virgilio l’unico grande maestro che possa accompagnare Dante nel suo viaggio.

Virgilio per Dante

Virgilio è per Dante il suo maestro, il suo modello, la perfezione stilistica e retorica a cui aspirare. Il poeta imperiale è nel Medioevo considerato a tutti gli effetti un profeta e veggente del Cristianesimo, questo legato alla già citata IV Egloga che verrà interpretata come annunciazione della prossima venuta di Cristo, anche se in realtà il puer di cui fa menzione Virgilio è il nascituro del protettore del poeta, Asinio Pollione. Non è inusuale per la cultura medievale reinterpretare la letteratura della classicità in chiave cristiana ed è in questa forma che Dante legge e fa suo Virgilio, un personaggio che acquisisce le sembianze di filosofo e saggio, così da diventare la perfetta guida attraverso i mondi ultraterreni dell’Inferno e del Purgatorio.

Il rapporto tra i due poeti è un legame che va oltre quello semplice e più scontato di maestro e discepolo, ma assume spesso i tratti di un rapporto paterno, di un padre che con pazienza e benevolenza indirizza il proprio figlio sulla retta via, fornendo consigli e sostegno. Dante considera Virgilio il suo maestro, lo appella molte volte con il nome di Duca, che significa guida, sottolineandone il grande contributo che ha nello svelamento del destino del Sommo Poeta e del significato del suo particolare viaggio. Il poeta latino è non solo modello letterario e di poesia, ma anche di umanità, è con Dante affettuoso, capace di calmarne la paura e l’angoscia, ma anche severo nei casi in cui il Sommo Poeta risulta distratto dal suo destino, riportandolo con sollecitudine alla realtà delle cose.

La grandezza della figura di Virgilio è anche e soprattutto sottolineata dalla capacità di guidare Dante con consigli e chiarimenti, ma ancor più dall’umiltà del poeta latino a riconoscere i suoi limiti nel poter dare spiegazioni quando si tratta di verità che superano la razionalità e conoscenza umana, rappresentando così perfettamente la limitata capacità della ragione umana di concepire la grandezza della divina provvidenza.

L’Eterno Amore di Dante

L’amore dallo Stilnovismo a Dante

L’amore pervade tutta la letteratura dantesca, ma è nella Divina Commedia che raggiunge il suo trionfo, legato alla celebrazione della figura della donna come soggetto femminile capace di salvare l’uomo dalla perdizione eterna.

Per gran parte dell’alto medioevo la donna fu vista come simbolo di perdizione, demonizzata dalla cultura ecclesiastica come tentatrice e causa della caduta dell’uomo e perdita del Paradiso Terrestre. È solo con la letteratura cortese che la sua figura ottiene di essere riabilitata, dove la donna è al centro di un sentimento amoroso con le sue precise regole di comportamento. Nella letteratura cavalleresca l’amore per la donna assume una forma di totale dedizione mentre nei componimenti provenzali è il desiderio ad essere al centro dell’attenzione, in bilico fra sensualità e idealizzazione, con odi al corpo femminile che sottolineavano la componente fisica dell’amore.

Gli stilnovisti acquisirono alcuni di questi tratti puntando però maggiormente alla nobiltà d’animo della donna, vennero così messi inevidenza i suoi caratteri angelici, sottolineando la parte spirituale del sentimento amoroso, andando a definire l’amore come un processo di elevamento morale che partiva proprio dalle capacità salvifiche della donna. Il concetto di donna-angelo fu preminente in questo tipo di letteratura e nacque da un’intuizione di Guittone d’Arezzo, per poi essere utilizzata successivamente da tutti i più importanti stilnovisti.

La donna come Salvezza

Con Dante vi è un capovolgimento totale della concezione della figura femminile, il Sommo Poeta concepisce l’amore come strumento per avvicinarsi a Dio criticando invece la libertà dei costumi sessuali, letta come simbolo di degenerazione morale. Per Dante la donna non deve essere oggetto di un piacere terreno, ella è invece il tramite fra l’uomo e Dio, è colei che, attraverso un amore sublimato ed etereo, permette agli uomini di poter entrare nella grazia divina e ricevere la salvezza eterna. La figura femminile è una presenza quasi divina, le sue fattezze, le sue movenze ricordano quelle di un angelo e ne fanno un oggetto di profonda ammirazione e contemplazione, libero da qualsivoglia pensiero sensuale e lussurioso.

Molte sono le figure femminili all’interno della Divina Commedia, dall’ Inferno al Paradiso è possibile trovare una serie di donne che vengono usate dal Poeta per raccontare i vari aspetti dell’amore. Nella poetica dantesca la donna è indissolubilmente legata all’amore, il sentimento amoroso pervade la vita delle figure femminili presentate da Dante, negativamente quando si tratta di amore puramente sensuale, in modo positivo quando tramite l’amore della Donna l’uomo può arrivare alla beatitudine. La figura femminile che ha più colpito l’immaginario collettivo ed è diventata ben presto riferimento per poeti ed artisti e quella di Beatrice, amata platonicamente da Dante per tutta la sua vita, musa ispiratrice e centro dei suoi pensieri più elevati.

Beatrice: la vera vita

Beatrice o Bice Portinari, figlia di Folco Portinari, è ormai da quasi tutti gli studiosi ritenuta la Beatrice amata da Dante, colei che ne segnerà per sempre l’esistenza, diventando oggetto d’ amore e soggetto in grado di guidare il poeta verso la salvezza della propria anima. I critici ritengono quasi certa questa identificazione poiché anche Boccaccio, grande ammiratore e conoscitore di Dante, in un commento alla Commedia, si riferisce a tale giovane come la Beatrice dantesca.

Nonostante ciò, notizie sicure sulla vita della donna amata da Dante non ve ne sono, al punto che taluni studiosi hanno dubitato dell’esistenza di tale figura. Tra i pochi documenti che potrebbero provare l’esistenza della giovane è il testamento del 1287 del presunto padre di lei, Folco Portinari dove si può trovare il riferimento ad un lascito destinato alla figlia Beatrice che leggiamo essere sposata con tale Simone de’ Bardi.

Folco Portinari, banchiere fra i più conosciuti nella sua città d’ origine, Portico di Romagna, si trasferisce a Firenze e va ad abitare vicino a Dante insieme alle sue sei figlie. Famoso a Firenze per essere stato il fondatore dell’ospedale di Santa Maria Nuova ancora oggi il principale della città, posto proprio nel centro cittadino.

Altra testimonianza è quella di Giovanni Boccaccio che intorno al 1363 dichiara vera l’identificazione della Beatrice di Dante con Bice Portinari, grazie al fatto che avesse lavorato per i de’ Bardi e avesse avuto rapporti anche con i Portinari. Lo stesso figlio di Dante, Pietro Alighieri, commentatore della Commedia del padre, nel 1360 identifica la donna amata da Dante con Beatrice Portinari.

Un’esistenza fra il vero e il mito

 Per quanto riguarda la nascita di Beatrice non vi sono notizie certe, si presume che fosse coetanea o di un anno più giovane di Dante, nato probabilmente nel 1265. Le sole noti biografiche relative alla donna si possono trovare nella Vita Nuova dello stesso Dante. Il racconto dell’incontro, il saluto lungo l’Arno, persino la data di morte sono racchiuse in questo unico testo simbolo di un amore platonico, vissuto profondamente anche se mai realizzatosi nella realtà. Sappiamo inoltre che Beatrice andò in sposa, quando era ancora un’adolescente, a Simone de’ Bardi, rampollo di una famiglia di banchieri.

Nell’archivio della famiglia sono stati ritrovati alcuni documenti che parlano proprio di Beatrice e del marito, tra di essi anche un atto notarile datato 1280 dove de’ Bardi concede alcuni terreni al fratello con il consenso anche della moglie Bice. Si ritiene che Beatrice sia morta molto giovane probabilmente dando alla luce il suo primo figlio. Fu sepolta secondo la tradizione nella chiesa di Santa Margherita de’ Cerchi, situata a pochi passi dalle dimore degli Alighieri e dei Portinari.Ad oggi però si ritiene che sia molto improbabile che questo sia il reale luogo di sepoltura poiché essendo una donna sposata le sue spoglie avrebbero dovuto esser conservate presso la tomba del marito. Alcuni studiosi, perciò, indicano come luogo più plausibile la cappella dei Bardi in Santa Croce a Firenze.

Beatrice nella letteratura dantesca

La figura di Beatrice accompagna Dante in buona parte della sua vita artistica, come già accennato la troviamo per la prima volta nella Vita Nuova, composizione a lei dedicata, dove viene descritta con i tratti della donna-angelo tipici dello stile stilnovistico. Qui il Sommo Poeta ci racconta di averla incontrata per la prima volta a nove anni per ritrovarla poi all’età di diciotto anni.

Già dai primi scritti Beatrice assume un ruolo che va ben aldilà del semplice soggetto amoroso, presentandosi come colei che può portare il poeta alla salvezza eterna e al raggiungimento della beatitudine perpetua. Sebbene nella Vita Nuova la sua figura sia ancora principalmente quella di soggetto passivo, oggetto del sentimento su di lei riversato, già s’intravede la sua potenza salvifica, che sarà ben esplicata poi nella Commedia, potenza che permette a Dante di elevarsi spiritualmente grazie alla perdita della dimensione terrena dell’amore che viene sublimato in un sentimento più spirituale e trascendente, un amore per il Divino nella sua totalità.

Nella Commedia Beatrice è soggetto attivo; la ritroviamo già nel II canto dell’Inferno quando supplica Virgilio di fare da guida al Sommo Poeta, ma il suo trionfo come figura salvifica è ben sottolineato nel XXX canto del Purgatorio quando arriva in trionfo su carro trainato da angeli, simbolo della Chiesa. La donna è vestita di un velo bianco su cui è posta una corona d’ulivo, l’abito è rosso e sopra di esso porta un mantello verde. I colori non sono casuali, infatti essi richiamano le tre virtù teologali, virtù che grazie alla guida di Beatrice, mezzo attraverso cui la grazia divina si può rivelare a Dante, potranno essere finalmente apprese appieno dal Sommo Poeta.

La purezza dell’amore di Dante per Beatrice

L’amore di Dante per Beatrice è quindi privo di ogni connotazione sensuale, non legato alla dimensione terrena, sublimato nel pensiero della salvezza eterna. La donna è colei che salva il Poeta, l’amore assume un aspetto trascendente, il sentimento si eleva al di sopra della semplice passione, in una comunanza di spirito che salva Dante dalla perdizione e lo porta alla consapevolezza dell’immensa grandezza di Dio e della necessità della Fede per comprendere nella loro interezza i misteri della vita umana.

La nascita del Romanzo Picaresco e la storia del Buscón

Il romanzo picaresco

La definizione di romanzo picaresco deriva dal termine picaro che fa la sua comparsa per la prima volta in Spagna nel 1520. Dal Seicento è possibile ritrovarlo nei dizionari come definizione di villano, mascalzone, furfante. Il romanzo picaresco è perciò un romanzo in cui il personaggio narra in prima persona le proprie vicende di vita, raccontando tutte le sue malefatte e furberie rocambolesche.

Il picaro è spesso un protagonista di umili natali, orfano o non riconosciuto dai propri genitori, che perciò non conduce una vita semplice, ma è spesso in difficoltà. La lotta per sopravvivere è ricca di colpi di scena, azioni dal discutibile valore morale e gesti che esulano dal corretto percorso segnato dalla legge. Scene comiche si alternano a scene più tragiche, rendendo la narrazione un’altalena di emozioni ed avventure. Questo tipo particolare di romanzo è rimasto in auge per circa due secoli per poi trasformarsi e scomparire.

Lo stile del romanzo

Una delle particolarità del romanzo picaresco, è lo stile con cui esso è scritto. Divergendo dalla teoria dei generi, che prevedeva un livello differente in base al tipo di composizione, il tono del romanzo picaresco è perlopiù semiserio, mischiando episodi più tragici ad altri incentrati sull’ironia, creando uno stile vero e proprio, una commistione di burlesco e tragicomico dove eventi seri sono descritti con tratti comici e, dall’altra, esempi di comicità assumono toni epici. Il romanzo assume spesso i toni della satira grazie a questa dissonanza fra lo stile della narrazione e il suo contenuto.

Il racconto in prima persona

Quello che però differenzia il romanzo picaresco dalle altre forme letterarie è sicuramente la sua forma autobiografica. L’autobiografismo è ereditato dalle cronache di viaggio che si diffusero nel Cinquecento a seguito delle prime scoperte geografiche, racconti scritti in prima persona e narrati come verità.

A differenza della forma di diario che presentavano queste cronache nel romanzo picaresco l’utilizzo della forma in prima persona consentiva all’autore di sgravarsi delle possibili affermazioni scomode e delle critiche mosse alla società del tempo. L’autobiografismo è sicuramente uno strumento che lascia maggiore libertà di satira, ma rende difficile evidenziare il pensiero dell’autore, così che non è possibile definire il romanzo picaresco come un’autobiografia.

La crisi della società feudale

Il romanzo picaresco descrive la crisi della società medievale, il periodo della nascita di una borghesia sostenuta dai commerci, una classe media che spinge per ottenere diritti e che determina una propria etica, contraddicendo l’idea che la nobiltà possa essere stabilita solo per nascita. Con i poemi cavallereschi e lo stilnovismo l’amore diventa centro dei racconti, la galanteria e le avventure amorose sono l’interesse principale del pubblico di lettori che vede un aumento anche delle lettrici femminili.

Questi romanzi denunciano perciò l’attaccamento ai valori di una società, quella nobiliare, ormai sul viale del tramonto, il punto di vista è quello borghese dove un personaggio dagli umili natali è alla ricerca di fortuna sfidando l’ordine costituito garantito da Dio con l’inventiva del nascente capitalismo.

Il romanzo picaresco come inizio del romanzo moderno

L’importanza nella letteratura che ricopre il romanzo picaresco è assoluta: senza di esso non avremmo il romanzo come oggi noi lo conosciamo. Il personaggio del picaro nasce e cresce grazie alla filosofia rinascimentale che metteva l’uomo al centro dell’universo, artefice egli stesso del proprio destino. A seguire si sviluppano le altre tipologie di romanzo, fino alla scomparsa del romanzo picaresco e della sua satira intorno al XIX secolo con l’avvento del romanzo moderno e del romanticismo, declino che ha avuto inizio proprio con un famoso romanzo picaresco, il Don Chisciotte. È tuttavia possibile riscontrare alcuni elementi picareschi, come i toni satirici o lo spirito di avventura anche in successive forme narrative.

Il primo esempio in Spagna

Il primo romanzo picaresco a noi pervenuto è il Lazarillo de Tormes del 1554 successivamente viene pubblicato Guzmán de Alfarache di Alemán (1599-1604). Altri romanzi picareschi iniziano ad essere composti in molti luoghi della penisola iberica fino al componimento del famoso e già citato, il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes scritto nel 1605.

L’espansione in Europa

Alla fine del Cinquecento il romanzo picaresco si espande anche al di fuori della Spagna: il primo è The Unfortunate Traveller di Thomas Nashe, dato alle stampe nel 1594 e sicuramente influenzato dal Lazarillo de Tormes. Il romanzo narra le avventure e la vita di un paggio della corte di re Enrico VIII. Ad elementi picareschi si mescolano a tratti cavallereschi e alla letteratura amorosa.

Diversamente dai romanzi spagnoli la moralità dei personaggi inglesi è meno accentuata, la sopravvivenza costringe e spinge i protagonisti a compiere azioni anche scellerate. La costante che permane è la non capacità dell’eroe di cambiare la società, una deterministica fine della propria esistenza. La sorte più triste è comunque dell’eroe spagnolo: è la morale cattolica a identificare il raggiungimento del benessere, identificando la Spagna con un mondo ancora legato al feudalesimo e all’immobilismo sociale.

Il Buscón

Il Buscón o Vita del Pitocco, è uno dei più celebri romanzi spagnoli di genere picaresco, composto dallo scrittore iberico Francisco de Quevedo y Villegas tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, terminato verso il 1615-1620, pochi anni prima del trasferimento dell’autore in Italia. Viene pubblicato per la prima volta a Saragozza nel 1626, senza che però l’autore ne fosse informato, egli arrivò persino a negare di averlo scritto per paura di essere perseguito dall’Inquisizione.

Questo romanzo percorre l’onda del romanzo picaresco spagnolo iniziata con l’anonimo Lazarillo de Tormes, mantenendo comunque una sua originalità per distinti riferimenti al burlesco e ai poemi di stampo eroico, rendendo questo scritto uno dei più affascinanti e richiesti dell’epoca.

Come è composta l’opera

Del romanzo sono presenti diverse edizioni, quelle moderne sono basate su diversi manoscritti ancora oggi visibili: il “Bueno”, su un’edizione conservata a Santander, su uno della cui datazione non si è ancora certi conservato presso la cattedrale di Cordova e sulle prime edizioni a stampa del racconto, edizioni stampate tutte e due a Madrid nel 1648, che riprendono quelle di Saragozza del 1628 e del 1626. Il Bueno è comunque considerata l’edizione meglio conservata e quella più veritiera poiché più curata dal punto di vista ortografico e ritoccata e aggiustata più volte dall’autore stesso.

Tre libri costituiscono il romanzo, tutti divisi in capitoli. Sette capitoli compongono il primo libro, sei sono quelli del secondo e dieci quelli dell’ultimo e terzo libro. La suddivisione non è per nulla casuale, ma è legata ai temi che sono affrontati nel testo quali quello dell’immoralità, della crudeltà delle leggi e della società e quelli della famiglia.

I temi trattati

Il romanzo presenta una scrittura fresca, la trama è brillante e i contenuti traggono ispirazione dalle avventure di gioventù dello scrittore. I personaggi vengono caricaturizzati, resi grotteschi, il sarcasmo del racconto è palpabile, intenso, la scrittura è caratterizzata da uno stile distaccato e freddo, numerosi sono i doppi sensi, metafore, giochi di parole, utilizzando un linguaggio basso, modesto derivato dalle fasce più basse del popolo. L’atmosfera tesa, pregna di negatività e di cupezza riflette l’animo di Quevedo profondamente pessimista.

La satira si concentra principalmente sulla società del tempo, la contemporaneità fatta principalmente di arrivisti, parassiti e furfanti. L’autore è pungente sugli ebrei, sul teatro e sulla instabile salute mentale dei nobili sul filo dell’impoverimento. Sono evidenziati soprattutto i pregi dell’essere uno spirito libero vagabondo, ma è anche pesante la critica all’ inutile ispirazione del protagonista di migliorare la propria vita diventando un signore elevando la propria classe sociale. Questo comportamento è contro l’ordine sociale stabilito ed immobile da secoli e perciò il protagonista viene ridicolizzato nel suo tentativo e costretto a compiere una vita da furfante e girovago.

Il racconto

Il Buscón narra le vicende di un uomo di nome Paolo, ebreo da parte materna nato nella città di Segonia. Entrambi i genitori vivono per lo più di espedienti. Il padre, un barbiere viene descritto come un truffaldino e ladro mentre la madre pare svolga la professione di prostituta.

Il suo basso retaggio sociale non impedisce a Paolo di sognare un futuro migliore per se stesso ed ambisce a diventare un signore imparando le virtù della classe più elevata. Studia sia presso istituzioni pubbliche che private, ma in quest’ultime subisce la derisione e i maltrattamenti di studenti più abbienti nonostante una certa popolarità conquistata con la sua spacconeria e spavalderia. Il tentativo di risalire la scala sociale fallisce e perdono di senso anche i suoi nobili propositi di seguire una morale legata alla nobiltà deviando verso un futuro fatto di furti, malefatte e ricatti degni del più furbo dei mascalzoni.

Alla morte del padre, impiccato dallo zio e l’arresto della madre accusata di stregoneria il protagonista torna nella sua città natale per ricevere la sua eredità e scappare poi a Madrid, città piena di loschi individui e briganti. Durante il suo peregrinare Paolo incontra personaggi al limite della follia, bizzarri e stravaganti, descritti nei toni del burlesco e della satira. Sulla strada per Madrid riceve invece lezioni di galateo e suggerimenti legati alla socialità di corte da un hidalgo dall’aria malandrina.

A Madrid viene arrestato e per due volte finisce in galera, la prima per un raggiro, la seconda perché aveva tentato di conquistare maldestramente il cuore della figlia di un locandiere.  Successivamente diventa mendicante, scrive e recita poesie per una compagnia teatrale e alla fine è costretto a scappare nel Nuovo Mondo per non essere catturato dalla polizia. La vita del protagonista del Buscón non cambia neanche una volta arrivato in America, continuerà nelle sue serie di raggiri e furti e spacconate, mantenendo la sua vita di vagabondo e malfattore.

Particolare di uno dei manoscritti originali è la pagina scritta a mano dall’autore, una pagina in cui il protagonista del romanzo riconosce gli errori commessi nel passato e si pente di essi, lanciando un monito affinché i posteri non compissero le sue stesse malefatte e restassero invece su un percorso ligio alla moralità e all’etica.

Curiosità il Codice Leicester

Cos’è il Codice Leicester

Il Codice Leicester raccoglie gli scritti che Leonardo compose sull’elemento naturale che più di ogni altro lo affascinò nel corso della sua vita: l’acqua.

Qui il genio vinciano si concentra principalmente su studi di idraulica e idrodinamica, analizzando la forza e la potenza delle acque, elaborando teorie sulla formazione dei fiumi e dei bacini idrici e comparando queste costruzioni naturali all’anatomia rilevando una simmetria fra corpo umano e struttura terrestre. A differenza di altre raccolte sembra che i fogli del Codice Leicester non furono parte dell’eredità lasciata a Francesco Melzi, ricomparvero infatti solo nel 1537 a Roma, proprietario lo scultore Guglielmo della Porta. Se ne persero nuovamente le tracce fino al 1690 quando il baule che li conteneva fu acquistato da Giuseppe Ghezzi. Nel 1717 il manoscritto lasciò l’Italia, acquistato dal futuro conte di Leicester, Thomas Coke, e rimase proprietà della famiglia fino a quando fu acquistato nel 1980 da Armand Hammer, che ne cambiò il nome in Codice Hammer, lo stesso che nel 1990 lo donò all’Armand Hammer Museum of Art and Cultural Center presso l’Università della California.

Nel 1994 l’opera finì all’asta e fu comprata da Bill Gates per la cifra astronomica di quasi 31 milioni di dollari. Il milionario americano ne cambiò nuovamente il nome denominando come in passato Codice Leicester. Questo manoscritto leonardesco è l’unico ad essere proprietà di un privato e l’unico modo per riuscire a consultarlo e accedere alla sua versione digitalizzata sul sito ufficiale della British Library.

Com’è composto il Codice Leicester

Il Codice è composto da diciotto grandi fogli ripiegati in modo da formare 36 fogli e 72 pagine. All’interno di queste pagine è possibile trovare oltre ai preminenti studi idraulici anche dissertazioni sulla geologia, sull’astronomia e considerazioni sul corso dei fiumi e le potenzialità distruttrici dell’acqua, oltre a ben 360 fra schizzi, disegni e diagrammi.

Leonardo compone queste sue elucubrazioni scrivendo con la sua solita tecnica della scrittura speculare, le pagine del manoscritto andranno inoltre sfogliate da destra verso sinistra invertendo il senso di lettura al quale siamo comunemente abituati. I fogli sono tutti sciolti, vergati su tutte e quattro le facciate e poi posizionati in sequenza così da comporre un fascicolo. La raccolta non ha una vera e propria coerenza interna, gli argomenti sono tra i più disparati e soprattutto gli scritti vengono composti da Leonardo in momenti e periodi diversi; si crea così una miscellanea in cui sono presenti spesso riferimenti ad altre opere del genio vinciano, come per esempio ad un certo “libro A” che fu smarrito e ricomposti secoli dopo dallo studioso Carlo Pedretti.

La corretta sequenza degli scritti è possibile verificarla grazie ad alcune prove fisiche come le macchie di inchiostro passate da una pagina all’altra, le sbavature del pennino e la sua pressione sui fogli o ancora dai fori lasciati dal compasso. Grazie all’analisi dei fogli è stato possibile dividere la collezione in una serie interna ed una esterna con caratteristiche ed argomenti differenti. La serie interna dal foglio 8 al 18, più uniforme, tratta principalmente dell’acqua in movimento e di ingegneria idraulica, mentre i fogli dall’1 al 7, contengono considerazioni frammentarie riguardo alla natura della Terra nelle sue caratteristiche fisiche e morfologiche e riflessioni sulla luce del Sole e quella riflessa dalla Luna.

Il Macrocosmo naturale

In questi studi Leonardo converge la sua attenzione soprattutto sull’influenza che l’acqua ha nei mutamenti del pianeta Terra, concludendo che le trasformazioni che si susseguono su di essa ed in essa avvengono in lunghissimi periodi di tempo, sono cioè mutazioni cicliche incessanti, continue ed inarrestabili. Analizzarle è possibile secondo il genio vinciano osservando direttamente la natura, studiandone i successivi mutamenti seguendo le leggi meccaniche che di fatto regolano il funzionamento del mondo. Alla base di queste considerazioni vi sono le conoscenze che Leonardo deriva dalla sua personale biblioteca dove tra gli altri si potevano trovare il Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, la Cosmographie di Claudio Tolomeo, il De Situ Orbis di Strabone e il Tractatus de Sphaera di Giovanni Sacrobosco. 

Tra i più interessanti spunti di riflessione che questo manoscritto vinciano ci regala è quello riguardante il corpo celeste della Luna: Leonardo evidenzia infatti come, secondo le sue deduzioni, la Luna possa essere identificata come una seconda Terra, regolata dalle stesse leggi fisiche e dalla simile morfologia. Secondo da Vinci il corpo lunare era caratterizzato dalla presenza di vasti oceani che con i loro moti ondosi ne influenzavano la luminosità. Vi erano poi zone formate da protuberanze e montagne che rendevano la superficie del corpo celeste simile ad una mora o una pigna. Su tutti gli studi che riguardano il nostro satellite quello forse più interessante è quello sulla sua capacità di riflettere la luce solare. Leonardo infatti era convinto, a ragione, che la Luna non sprigionasse alcuna luce propria, come sosteneva invece la cosmologia tradizionale, ma che la sua luminosità derivasse dalla riflessione della luce del Sole sugli oceani terrestri che illuminavano così la zona d’ombra del satellite. Si trattava insomma di una luce secondaria o per meglio dire della teoria del Lumen Cinereum.

Un altro aspetto che Leonardo prende in considerazione è quello della formazione delle montagne che lega al movimento della terra causato dai corsi d’acqua, questi fenomeni sposterebbe il centro di gravità del pianeta causando così la formazione delle montagne. Sempre per quanto riguarda i rilievi montuosi un’altra teoria vinciana indica come possibile ragione della loro formazione crolli sotterranei di caverne, che avrebbero dato così origine a montagne, spiegando anche la presenza di fossili marini in zone montuose.

L’acqua è perciò causa e principio di molti dei cambiamenti che avvengono sulla Terra, essa influenza gli altri elementi naturali condizionando il funzionamento della natura. Studiarla e comprenderne il comportamento significa quindi arrivare a capire l’organizzazione del nostro pianeta.

Importanti sono le correlazioni che Leonardo scopre fra le leggi fisiche che regolano i movimenti dell’acqua e quelle alla base dell’elemento aria. Da Vinci conclude che i moti vorticosi che creano strutture a spirale nell’acqua hanno lo stesso comportamento delle correnti d’aria che danno origine alle trombe marine. Il vento è inoltre importante nel processo di evaporazione dell’acqua: influisce sulla formazione delle nuvole che si condensano poi ad alte quote per via dell’aria più fredda. La stessa formazione delle sorgenti montane deriva dall’evaporazione dell’acqua a causa del calore del Sole, questo vapore ascende poi in zone più fredde dell’atmosfera e ritorna ad essere acqua ricadendo sulla cima delle montagne.

Per Leonardo esiste perciò un forte legame fra i moti dell’acqua, quelli dell’aria che compara alla circolazione sanguigna, rilevando una perfetta simmetria fra macrocosmo naturale e microcosmo umano. Nel suo trattato sull’acqua (foglio 17) vi è inoltre lo studio della goccia, la componente elementare dell’acqua. Il genio vinciano ne studia la forma, la coesione e le capacità elastiche cogliendo similitudini con le bolle di sapone. 

Leonardo studia con grande dedizione anche gli effetti erosivi che la potenza delle acque poteva avere sulle sponde fluviali o sulle coste marine, sostenendo la pericolosità di sbarramenti od ostali nei letti del fiume che avrebbero potuto causare gravi danni in caso di alluvioni e inondazioni. L’intervento umano sui corsi d’acqua non deve cambiarne radicalmente il normale fluire delle acque, ma deve assecondarlo, costruendo se necessarie dighe e tubi che possano essere utili a canali e pozzi.

Da Vinci deduce anche che la velocità dello scorrere dei fiumi è inversamente proporzionale alla grandezza degli argini per cui più un letto sarà ampio minore sarà la velocità dell’acqua. Famosi sono poi i suoi studi sui Navigli milanesi ed ancor più l’idea che sviluppa in queste carte di una possibile deviazione del corso dell’Arno così da garantire a Firenze un accesso al mare per poter rivaleggiare con la nemica Pisa. Per quest’idea progetta anche delle macchine semiautomatiche, simili a draghe, per poter smuovere la terra dal letto del fiume. In Valdichiana poi pensa ad alcuni canali che permettessero la bonifica della zona, riportata da Leonardo su alcune carte geografiche che riproducono morfologicamente il territorio, con una veduta a volo d’uccello, in tutto simili ai suoi disegni anatomici. Studia inoltre il moto ondoso e il perpetuo impatto sulle rive del mare. Comprende che il susseguirsi delle onde fa si che esse si incontrino in prossimità della riva, quella più indietro si muove verso l’alto attorcigliandosi su quella che la precede che di conseguenza finisce sul fondo e torna verso il largo portandosi dietro la parte inferiore dell’altra.

Curiose sono poi le invenzioni che si trovano disseminate in questo Codice: dalle già citate macchine per dragare i fiumi, alla maschera subacquea e al sottomarino. È anche possibile ritrovare l’antenato del contachilometri, l’odometro, che Leonardo progetta per misurare la lunghezza dei canali. 

Il Codice Leicester è un’incredibile raccolta di informazioni e studi che definiscono ancora meglio la genialità di Leonardo da Vinci, la sua incredibile capacità di lavorare su più idee arrivando ad intuizioni straordinarie per l’epoca. Un vero uomo di scienza, una personalità affascinante, le sue invenzioni precedono di secoli le nostre macchine contemporanee dandoci un piccolo assaggio di quanto la mente umana è in grado di concepire ai suoi massimi livelli.

La sua idea di un’unione e similitudine fra il microcosmo dell’uomo, la sua anatomia, e il macrocosmo naturale lo guida in ogni sua scoperta, come un’eterna voglia di affermare la nostra inscindibile dipendenza dal mondo che ci circonda.

Curiosità Raffaello Sanzio

Raffaello è sempre riuscito a fare quello che gli altri vagheggiavano di fare” (W. Goethe)

Così lo scrittore tedesco descriveva il genio dell’artista di Urbino, diventato immortale grazie alla sua arte e per questo celebrato in questo 2020 a cinquecento anni dalla sua prematura morte.

La figura del pittore rappresenta a pieno gli ideali del Rinascimento, le sue opere rispondono a un desiderio di armonia, ad una costante ricerca di equilibrio, per cercare nelle sue opere un’unione tra il bello di natura e il bello artistico, consentendo all’arte di non essere un mero specchio a imitazione della natura, ma una dimensione di perfezione dove la bellezza potesse emozionare e coinvolgere lo spettatore.

Dopo cinquecento anni, il sentimento di estasi che si può provare dinanzi ai suoi capolavori è identico a quello che i contemporanei provarono nei confronti di Raffaello e la sua arte. A rendere omaggio a questo grande genio si sono prodigate molto istituzioni italiane e le città che furono visitate in vita dal maestro di Urbino. Alle Scuderie del Quirinale è stata approntata una mostra interamente dedicata a Raffaello, così come gli Uffizi si sono resi promotori di un’importante esposizione di alcune tra le più belle opere dell’artista. 

Anche Patrimoni d’Arte ha voluto rendere omaggio a questo grande personaggio del panorama artistico e culturale italiano proponendo una raccolta composta da dieci incisioni originali dell’artista spagnola Lydia Gordillo Pereira che reinterpreta Raffaello dando una nuova lettura e una nuova vita alle opere del grande maestro del Rinascimento.

Le incisioni sono stampate in otto inchiostri su carta Zerkall Artrag 300 g/m². I colori richiamano la brillantezza e la luminosità dei quadri dell’artista umbro, le figure che si mescolano le une con le altre danno la sensazione di potersi immergere completamente nel mondo rinascimentale di Raffaello. Sono riprese e rielaborate alcune fra le più importanti opere del pittore come la Scuola di Atene, la Velata, la Fornarina o ancora Le Tre Grazie.

In ogni incisione i dipinti del Maestro si compenetrano per creare nuove suggestive immagini al fine di trasmettere la personalità di Raffaello e i legami che più in vita furono per lui importanti, tra committenze dell’alta società, amori ed amicizie.

Una commistione fra temi sacri e profani come sempre avvenne anche nella breve, ma intensa carriera artistica di Raffaello: da un lato una proficua collaborazione con la Chiesa, da cui nasceranno opere di grande bellezza come la Madonna Sistina o la Madonna della Seggiola, dall’altro il tema profano, dove l’artista di Urbino affronta scene mitologiche e riceve commissioni da grandi personaggi contemporanei e famiglie nobili. Nelle incisioni realizzate dall’artista Lydia Gordillo è possibile ritrovare tutta la bellezza rinascimentale, l’equilibrio compositivo e la delicatezza di Raffaello rielaborate per creare un Universo che rimandi alla perfezione del Classicismo di cui Sanzio è il massimo interprete e simbolo. 

Per realizzare queste incisioni sono state utilizzate lastre di polimero fotosensibile, lavorate con la tecnica dell’inchiostrazione policroma senza policromi della stessa matrice. Le immagini vengono replicate in bianco e nero creando una sorta di negativo. Le lastre vengono poi intagliate e successivamente vengono trasferiti i colori nelle incisioni create. I vari colori sono applicati con dei tamponi e ad ogni aggiunta le lastre sono ripulite con un particolare panno detto tarlatana. La lastra, su cui è stata posizionata la carta prescelta, viene poi sistemata sul torchio che tramite la pressione esercitata trasferirà il colore sul foglio cartaceo dando vita alla stampa finale.

Questo procedimento viene definito colpo a secco. Ogni incisione viene poi controllata personalmente dall’artista che apporrà la sua firma solo dopo averne verificato la qualità.  Le incisioni sono poi accompagnate da testi esplicativi che approfondisco ed esplicano le varie immagini riprodotte, assumendo un ruolo di guida per i fruitori dell’opera. Gli scritti sono stati redatti da Ramón Sánchez González, insigne professore di storia moderna presso l’Università Castilla-La Mancha; la carta su cui sono stampati è una carta Zerkall, Intaglio di 150 gr. La raccolta dedicata a Raffaello è un’edizione unica, composta da soli 199 esemplari, ognuno di essi autenticato da atto notarile. 

 Con questa Opera speriamo di poter far rivivere anche solo in piccola parte la genialità e la maestria di un uomo che ha cambiato il corso della storia dell’Arte in Italia e in Europa.

Esiste un prima e un dopo Raffaello e la sua influenza ha accompagnato intere generazioni di artisti: troviamo richiami al pittore di Urbino nell’arte seicentesca di Caravaggio così come nelle opere fiamminghe di Rubens. Nelle figure di Delacroix è possibile riscoprire l’arte di Raffaello così come nei quadri di Ingres, le sue odalische prendono spunto a piene mani da la Fornarina dell’artista urbinate. Il pittore spagnolo Salvador Dalì dichiarò all’inizio della sua carriera di voler essere “il Raffaello della sua epoca” affascinato dalla carica innovativa che quest’ultimo aveva portato sulla scena artistica rinascimentale.

La figura di Raffaello è da sempre immersa in un’aurea divina; le sue incredibili capacità nel rappresentare la figura umana, nel dipingere la natura trasmettendone la grandiosità, tanto che quella delle sue opere superava in maestosità e bellezza il reale che lo circondava, l’abilità di inserire le scene narrative in quinte architettoniche perfettamente studiate lo hanno reso immortale, capace di affascinare lo spettatore e renderlo per un attimo più vicino al divino sublimando la sua presenza nella perfezione artistica dell’opera.

Se Raffaello fu ispirazione per molti pittori allo stesso modo egli fu influenzato dai suoi contemporanei, in particolare da Michelangelo di cui fu allo stesso tempo grande ammiratore e rivale. L’artista di Urbino, nato nel 1483 si trasferì nel 1504 a Firenze proprio per poter studiare dal vivo le opere di Michelangelo, come dimostrano anche alcune delle opere eseguite da Raffaello in questo periodo dove è chiaramente riconoscibile l’influenza del pittore toscano. Quando poi nel 1408 Raffaello fu chiamato a Roma da Papa Giulio II, si ritrovò a competere con Michelangelo per le assegnazioni delle commissioni papali, accentuando la rivalità tra i due artisti. Si crearono due schieramenti avversi, uno a sostegno di Raffaello, capeggiato dal Bramante, l’altro sostenitore di Michelangelo, che vantava nomi celebri come Sebastiano del Piombo.

 In questa continua diatriba tra i due artisti non mancò però mai l’ammirazione che entrambi provavano per il rispettivo rivale. Raffaello rappresentò il “nemico” nella sua Scuola di Atene dando al filosofo Eraclito le sembianze di Michelangelo, dipingendolo seduto in disparte, in atteggiamento meditativo, sottolineando così il carattere schivo e il tormento interiore che sempre accompagnarono la figura di Buonarroti.

Sanzio però non mancò di prendersi una piccola rivincita, infatti Michelangelo è rappresentato con un paio di stivali che risultano in primo piano rispetto allo spettatore, richiamando così la diceria secondo cui l’artista fosse un uomo particolarmente tirchio, tanto da non togliersi gli stivali fino a quando questi non fossero talmente consumati da non poter più essere utilizzati.

Un altro curioso episodio, a metà tra la realtà e la leggenda, riguarda il periodo in cui Raffaello stava affrescando Villa Farnesina. Si racconta che Michelangelo, trovatosi presso la villa, si fermò a studiare il lavoro di Raffaello e preso da un improvviso bisogno di disegnare, rappresentò a carboncino, all’interno di una lunetta, una grande testa.

Il pittore marchigiano scoprì il lavoro del Buonarroti e dopo un iniziale risentimento non permise che fosse cancellato, ma anzi chiese che venisse conservato, poiché solo un grande artista come Michelangelo avrebbe potuto realizzare un disegno così perfetto così velocemente. Anche Buonarroti tentò di giocare qualche brutto scherzo al rivale.

Nel 1516 Giulio II aveva affidato a Sebastiano del Piombo e a Raffaello la realizzazione di due pale d’altare, La Resurrezione di Lazzaro e la Trasfigurazione. Michelangelo per non vedere trionfare Raffaello, realizzò personalmente alcuni cartoni per la Resurrezione di Lazzaro, cercando tra le altre cose di rallentare la conclusione dell’opera così da poter, insieme all’amico del Piombo, vedere la versione di Sanzio. Raffaello non portò però mai a termine l’opera poiché morì improvvisamente nel 1520.

Per Raffaello fu sempre importante rappresentare il vero nella sua pittura, la verità era alla base dell’ideale artistico dell’artista di Urbino. Questa continua ricerca si applicava anche alla rappresentazione della figura umana nei suoi lavori. Nel rinascimento non era molto difficile trovare modelli maschili che si prestassero ad essere dipinti in opere pittoriche; molte volte erano gli stessi apprendisti a venire rappresentati nudi dagli artisti presso i quali lavoravano a bottega. Diverso era il discorso per quanto riguarda il nudo femminile: il Rinascimento era ancora un’epoca dopo la donna non era ancora libera di mostrare il proprio corpo, l’essere pudica era ancora considerata una delle maggiori virtù di una ragazza.

I pittori come Raffaello dovevano ricorrere a diversi espedienti per poter rappresentare la nudità femminile nelle loro opere: a volte venivano pagate delle prostitute per posare, in altre occasioni gli artisti utilizzavano modelli maschili a cui facevano indossare strette calzamaglie che ne comprimevano e modellavano la figura in modo che risultasse simile ad un corpo femminile. Raffaello utilizzò questa tecnica nel dipinto delle Tre Grazie; è infatti possibile notare come i polpacci siano chiaramente di dimensioni maggiori rispetto a qualsiasi polpaccio femminile, i busti delle tre donne non hanno una linea sinuosa tipica del corpo femminile, ma sono invece dritti e larghi. I seni sono accennati, coperti dal movimento delle braccia coinvolte della danza delle tre grazie, così facendo Raffaello poté evitare il problema della loro rappresentazione pittorica nascondendo astutamente questa sua difficoltà dietro un desiderio di rendere il dipinto pudico ed elegante.

Sebbene il Sanzio sia conosciuto nel mondo principalmente per la sua arte pittorica, fu un’artista a tutto tondo, i suoi interessi spaziarono dalla pittura, all’architettura, allo studio delle antichità. Nel 1514 fu nominato “Architetto di S. Pietro” da Papa Leone X, che gli consegno la carica sotto consiglio del Bramante, che prima della morte aveva indicato proprio Raffaello come suo degno successore nella costruzione delle nuove opere monumentali vaticane. Raffaello perciò prese in carico anche i lavori per la costruzione della nuova Basilica di S. Pietro, apportando alcune modifiche al progetto originale del Bramante e rimanendo direttore dei lavori fino alla sua morte.

Fu inoltre colui che disegnò il progetto per Villa Madama a Trastevere, i cui lavori furono assegnati al suo aiutante Antonio da Sangallo il giovane. Sanzio non fu però solo pittore ed architetto, ma ebbe a cuore la preservazione e lo studio di tutte le antichità e i monumenti della Roma antica, che nel periodo rinascimentale venivano saccheggiati dei loro marmi o lasciati alla loro rovina, perdendo così un pezzo importante della storia e dell’arte italica.

In una lettera del 1519 Raffaello chiede a Baldassarre Castiglione di intercedere per lui presso Papa Leone X chiedendogli di agire per la preservazione dei monumenti antichi di Roma, affinché non andasse perduta una così ricca eredità artistica. Il Papa si fece carico delle preoccupazioni dell’artista e gli assegnò il compito di occuparsi di questi monumenti e della loro catalogazione; Raffaello studiò con precisione e sicura dedizione ogni singola antichità, proponendo un’attenta e dettagliata analisi e fornendo per ogni monumento una scheda di studio, catalogando ogni reperto della classicità romana. L’idea di preservazione e studio dell’antichità dell’artista di Urbino può essere quindi ritenuta anticipatrice dell’odierno concetto di cura del patrimonio artistico e culturale e della metodologia di studio della scienza archeologica.

Raffaello fu quindi il perfetto rappresentante della cultura del suo tempo, incarnò perfettamente l’ideale di uomo di cultura rinascimentale, raggiunse l’immortalità artistica grazie alle sue opere e al suo ingegno nonostante la sua breve permanenza in questo mondo. L’artista infatti morì a soli trentasette anni, il 6 aprile 1520 a Roma.

Vasari racconta che perì per i troppi eccessi amorosi; il medico, tenuto all’oscuro da Raffaello di queste sue fatiche, lo curò con un salasso invece di fornirgli dei ricostituenti, questo portò alla morte il pittore dopo una quindicina di giorni di sofferenze. Nella realtà Sanzio morì di pleurite e fu sepolto, per suo volere, al Pantheon, la sua tomba fu posta sotto l’edicola della Madonna del Sasso e fu realizzata da Lorenzetto, allievo di Raffaello. Scolpito sulla pietra è l’epitaffio composto da Pietro Bembo che reca le seguenti parole: “Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci, rerum magna parens et moriente mori” (qui riposa Raffaello che quando egli fu in vita, da lui la natura temette d’essere vinta, ora che è perito, teme di morire).

L’arte non fu la sola passione che in vita assorbì l’interesse di Raffaello. L’amore fu un elemento essenziale nell’esistenza dell’artista, un elemento imprescindibile ed inseparabile dal suo percorso artistico. Il pittore sì innamorò perdutamente di una popolana, figlia di un fornaio di Trastevere. La donna amata era Margherita Luti, rappresentata da Sanzio in molti suoi dipinti. Raffaello cultore della bellezza in ogni sua forma, s’innamorò di questa avvenente ragazza non appena la vide, mentre era a passeggio per le vie romane ed ella era intenta a bagnarsi i piedi.

La loro unione amorosa fu sempre forte, nonostante Raffaello fosse promesso sposo della nipote del Cardinale Bernardo Dovizi, l’artista trovò infatti sempre qualche pretesto per rimandare le nozze e poter così continuare a dar corso alla sua passione per la Luti. Sanzio ne era profondamente invaghito: esempio ne è il celebre episodio, raccontato dal Vasari, in cui Raffaello chiese che gli portassero Margherita a Villa Farnesina, dove stava lavorando all’affresco del Trionfo di Galatea, e per il quale voleva la Fornarina come sua modella al posto della cortigiana del conte Agostino Chigi, committente dell’opera. Alla morte del pittore la donna seguì il corteo funebre e si lanciò sul feretro, disperata e piangente.

Sempre Vasari narra che la Fornarina provata dalla perdita dell’amato si ritirò nel convento di S. Apollonia a Trastevere pochi mesi dopo la dipartita dell’artista. Il dipinto più celebre in cui compare rappresentata Margherita Luti è senz’altro La Fornarina, dipinto nel 1520 e conservato oggi a Palazzo Barberini. La donna è rappresentata senza vesti, colta nel momento in cui tenta di coprire i suoi seni, in un gesto di pudicizia che però attira lo sguardo dello spettatore. Il corpo etereo risalta sullo sfondo scuro e si può notare in alto una pianta di mirto simbolo di Venere e di fedeltà matrimoniale.

La Fornarina indossa un bracciale che reca il nome di Raffaello e sulla fronte porta una perla, perla infatti è il significato del nome di origine greca Margherita. Leggenda vuole che Raffaello avesse dipinto alla mano della donna un anello, simbolo di una loro possibile unione in matrimonio. Margherita Luti non fu solo la protagonista de La Fornarina, ma servì da modella per molte altre opere di Raffaello: fu il volto della Madonna Velata conservata presso Palazzo Pitti a Firenze, della Madonna Sistina conservata a Desdra e della Madonna delle Seggiola esposta anch’essa a Palazzo Pitti. In ognuna di queste Madonne si può ammirare l’eleganza pittorica dell’artista urbinate: tutte presentano una bellezza quasi sovrannaturale, la bellezza fisica si fonde con la bellezza dell’anima facendo trasparire la grazia insita in queste figure, l’equilibrio compositivo è ai massimi livelli, una forte sensazione di serenità viene trasmessa a chi fruisce dell’opera, una serenità legata alla religiosità del soggetto rappresentato che trasmette un sentimento tenero e di benevolenza. 

Curiosità San Francesco

“E’ per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato […]”

Con queste parole Papa Francesco descrive il Santo d’Assisi, Francesco, che abbandonò una vita di ricchezze e piaceri per dedicarsi agli ultimi, ai poveri, consacrandosi a Cristo, seguendo i suoi insegnamenti e portando la Sua parola fra le genti.

San Francesco che insegnò ad amare e rispettare la Natura, prendendosi cura delle creature di Dio, proteggendo il mondo generato dall’infinità capacità creatrice del Signore.”. Il Santo stesso nel suo testamento raccontò la sua conversione e cosa lo spinse a donare la sua intera vita agli altri:

“Il Signore mi fece la grazia di cominciare a fare penitenza, perché quando ero nel peccato mi sembrava troppo amaro vedere dei lebbrosi, ma fui verso di loro misericordioso e quello che mi pareva amaro diventò per me dolcezza dell’anima e del corpo”. 

Francesco d’Assisi nacque nel 1182 ad Assisi, figlio di un ricco mercante di tessuti, Pietro di Bernardone e della moglie Pica. La famiglia faceva parte della ricca borghesia della città, arricchitasi grazie al commercio di stoffe. Battezzato Giovanni dalla madre, in onore di San Giovanni Battista, fu presto chiamato Francesco, nome voluto dal Padre in ricordo del paese, la Francia, che tante fortune aveva donato alla famiglia.  In gioventù il Santo si dedicò a proseguire il commercio paterno, conducendo una vita spensierata ed agiata tra la gioventù aristocratica di Assisi, con cui si dedicava a divertimenti ed appuntamenti mondani.

 In quegli anni era scoppiata una guerra fra Assisi, schierata con i Ghibellini, e Perugia, al fianco dei Guelfi; a questo conflitto prese parte anche Francesco che dopo una rovinosa sconfitta di Assisi fu catturato e fatto prigioniero. Durante questo periodo di reclusione si dice che avvenne la sua conversione, con la decisione di avvicinarsi alla Fede e portare Cristo sempre nell’intimità del suo cuore. Un anno dopo, a seguito di un riscatto pagato dal Padre, il giovane Francesco tornò alla libertà, trascorrendo la convalescenza, poiché molto malato, nei possedimenti del Padre, iniziando a sentire un forte sentimento di amore anche verso la Natura vista come opera mirabile di Dio. 

La vera svolta che portò Francesco alla decisione di cambiare completamente la sua vita per dedicarsi agli ultimi e bisognosi iniziò però con la decisione di partecipare come Cavaliere alle crociate.

Intorno al 1203-1204 partì da Assisi per la Terra Santa, dove tuttavia non arrivò mai, perché malato dovette fermarsi a Spoleto. Qui nella chiesa di San Sabino sembra ricevette due rivelazioni notturne, sogni premonitori e visioni che gli indicarono il giusto cammino da seguire.

Iniziò così un cammino di spogliazione dai beni materiali e dalle ricchezze della famiglia che lo portarono a gesti di grande compassione e generosità donando denari ai poveri e iniziando a mendicare.

Nel 1205 quando si trovava a pregare nella chiesa di San Damiano il Crocifisso gli parlò tre volte, chiedendo di riparare la casa del Signore che versava in condizioni precarie. Francesco utilizzò quindi i ricavati di una vendita di tessuti come donazione per la ristrutturazione della chiesa.

Il gesto non piacque però al padre che lo denunciò ai consoli della città. Messo sotto processo il Santo rinunciò pubblicamente all’eredità paterna e si spogliò delle sue vesti.

Il vescovo di Gubbio, chiamato a sostegno proprio da Francesco, protesse pudicamente il giovane e con questo gesto lo accolse sotto la protezione della Chiesa. Da quel giorno iniziò il cammino spirituale e materiale che portò Francesco a Gubbio dove nel 1206 indossò per la prima volta il saio, abito che indentificherà sempre l’ordine da lui fondato.

Ad Assisi si occupò dei lebbrosi e visse di elemosina, predicando la povertà e avversando la società del ‘200, dedita a privilegiare i piaceri della vita rispetto ad una vita frugale secondo i valori cristiani. 

Secondo la tradizione il 24 febbraio del 1208 ascoltando il Vangelo di Matteo si concretizzò nella sua mente l’idea della predicazione e della creazione di una comunità di frati, riuniti tutti nel rispetto di una Regola di vita.

Questa Regola fu riconosciuta ufficialmente nel 1209 da Papa Innocenzo III che riconobbe ai seguaci di Francesco il titolo di Ordo Fratum Minorum. I principi cardinali dell’Ordine dei Francescani erano la Fraternità, realizzata nella vita comunitaria; l’Umiltà, essere cioè al servizio degli ultimi senza desideri terreni; la Povertà, vivendo una vita semplice e senza vizi. Importante era anche lo spirito missionario che spinse Francesco a promuovere nuove missioni in giro per l’Europa, principalmente in Germania, Francia e Spagna.

 Nel 1219, nel corso della V Crociata, avvenne poi il famoso incontro che vide Francesco al cospetto del nipote di Saladino, il sultano Al-Malik al-Kāmil, per cercare di convertirlo e far così terminare le ostilità fra Cristiani e Musulmani.

Il tentativo di conversione fallì, ma Francesco si guadagnò la stima e il rispetto del sovrano arabo. La pacifica rivoluzione di San Francesco ebbe presto ad affrontare i primi problemi, i seguaci iniziarono a deviare dai propositi iniziali, divenendo più colti e accumulando ricchezze. Con la Bolla Pontificia “Solet Annuere” Onorio III riconobbe e rese ufficiale la Seconda Regola che permise maggiori libertà ai frati, ma imponeva la sua accettazione senza nessuna interpretazione.

Il 14 settembre 1224, sul Monte della Verna, Francesco ricevette alcune visioni, fra le quali quella di un Serafino crocifisso, da quest’evento ne derivò la comparsa delle Stigmate sul corpo del Santo. Due anni dopo nel giugno 1226 compose il suo Testamento, dove sottolineò l’importanza di conservare lo spirito originario della Regola, non abbandonando la vocazione ad aiutare gli ultimi e i bisognosi. Muore nell’ ottobre dello stesso anno e viene sepolto nella Chiesa di San Giorgio, da dove sarà spostato nel 1230 per essere trasportato nella Basilica omonima ad Assisi, due anni dopo esser stato fatto Santo da Papa Gregorio IX. 

Per celebrare questa figura immensamente straordinaria che fu San Francesco, in occasione del 750° anniversario della morte di San Francesco d’Assisi la Città del Vaticano ha emesso, il 10 marzo 1977, una serie di sei francobolli che riprendono in particolar modo a “Il Cantico delle Creature” composto dal Santo intorno al 1224.

 Secondo la tradizione questo testo poetico fu composto da S. Francesco due anni prima della sua scomparsa, ma gli studiosi propendono per la tesi secondo cui fu scritto in momenti diversi e riunito solo successivamente. Il Cantico è il più antico testo letterario italiano di cui conosciamo anche l’autore; composto in volgare umbro del XIII secolo, presenta una forma di prosa ritmica assonanzata, un testo cioè che richiama la ritmicità di una canzone. La composizione era infatti fornita di un accompagnamento musicale, di cui lo stesso Francesco fu autore, ma che ad oggi perduto. 

Quest’opera nasce dall’intento di essere una Lode a Dio e al mondo da lui stesso creato, divenendo così un vero e proprio inno alla vita. Nei suoi versi San Francesco ci dona una visione felice e positiva della natura e del rapporto che con essa può instaurare l’uomo; il creato è ciò che ci può avvicinare a Dio, che ci permette di coglierne l’immagine, perciò l’uomo deve e può vivere in fratellanza con esso, trovando una sorta di comunione benefica e salvifica. 

Questo incentrarsi sulla natura fa sì che il Cantico risulti quasi un percorso di conoscenza dal Creato al Creatore, basato principalmente sui sensi e su come essi possano percepire Dio che si può rivelare all’ uomo in momenti di estasi e rapimento. Il messaggio che San Francesco vuole trasmettere è l’esaltazione dell’infinito amore che Dio ha per le sue creature, così, come in una cerimonia liturgica, invita tutte le creature a rivolgersi lodevolmente a Dio che risulta il destinatario ultimo della composizione. 

Il Cantico presenta una serie di elementi naturali che non sono posizionati a caso, ma si rifà alla lettura, data dalla religione cristiana, del sistema cosmico e dell’organizzazione del mondo. La complessa profondità della composizione la si può rilevare anche negli epiteti con cui il Santo si rivolge alle creature, la loro natura è descritta in maniera positiva, si riferisce a loro come “sorella” e “fratello” sottolineando il legame indissolubile fra esse e l’uomo. Quest’ultimo ha sulle proprie spalle un peso maggiore, essendo dotato di libero arbitrio è moralmente responsabile delle sue azioni e può trovare la beatitudine solamente conducendo una vita proba che imiti quella di Cristo e risponda alla legge divina.

Vengono lodati per primi gli astri, utili alla vita e magnifici nella loro visione; Il Sole è qui preso come simbolo della grandezza di Dio. Successivamente troviamo i quattro elementi fondamentali: l’Acqua, il fuoco, il vento e la terra. Questi elementi non sono visti come portatori di disgrazie e catastrofi, ma come sostentamento per l’esistenza delle Creature. Il vento è simbolo di Dio, l’acqua, umile e casta, purifica attraverso il suo uso nel battesimo e nel sacramento della penitenza.

Il fuoco simboleggia lo Spirito Santo ed insieme al vento richiama la Pentecoste; è inoltre una fonte di calore e luce quindi di vita. In ultimo la terra che fornisce con i suoi frutti sostentamento all’uomo e a tutte le altre creature. Ogni elemento naturale è quindi un’allegoria che nasconde nel suo significato simbolico la Salvezza e i sacramenti attraverso i quali è possibile raggiungerla.

Dopo gli elementi naturali S. Francesco si concentra sull’uomo che solo grazie alla venerazione e contemplazione di Dio può raggiungere la Beatitudine. In questi versi il Santo sottolinea che tutto il creato è elemento divino, la sua materialità non lo rende meno valente, ma anzi è immagine della grandezza del Creatore. Di contro però S. Francesco critica il desiderio di possesso dell’uomo, si scaglia contro una certa mentalità che vede nell’ accumulo di ricchezze lo scopo della vita. La natura ci offre tutto quello di cui necessitiamo, la ricerca spasmodica di beni materiali conduce solo al peccato.

In ultimo è trattato il tema della Morte. Quest’ultima è definita “sorella” poiché la nostra dipartita terrena è un evento ineluttabile nella vita dell’uomo, un mero passaggio per arrivare alla vera esistenza, nella contemplazione di Dio, dopo il Giudizio Finale. Il probo infatti non ha nulla di cui temere perché nel giorno della fine del mondo la sua anima sarà salvata e vivrà in eterno. Il Cantico si chiude così con un appello agli uomini di buona volontà affinché con umiltà, attraverso le loro opere, lodino Dio con immenso amore.

Patrimoni d’Arte propone insieme alla filatelia il bassorilievo che riproduce fedelmente il celebre dipinto di Bartolomé Esteban Murillo, “San Francesco abbraccia il Cristo sulla croce”.

L’opera di Murillo si inserisce nel periodo del Barocco, un Barocco non solo concentrato sull’ uso esasperato di decorazioni, ma anche dedito a creare nell’osservatore una sensazione di meraviglia, provocando uno stupore che possa risvegliarne l’animo e accendere la sua attenzione su un mondo sempre più in crisi. L’artista spagnolo punta a descrivere le sue narrazioni pittoriche tramite un dolce naturalismo e una delicatezza sentimentale non ritrovabile in altri pittori dell’epoca. 

“San Francesco che abbraccia il Cristo sulla croce” fu realizzato per un ciclo di affreschi che avrebbero dovuto decorare la Chiesa del loro convento a Siviglia, questa in particolare doveva abbellirne la Cappella. Il significato che dai più è stato dato al dipinto è la rinuncia al mondo dei beni materiali e delle ricchezze effimere da parte di Francesco per abbracciare appieno una vita religiosa incentrata sul donare aiuto e conforto agli ultimi. Simboli di questa rinuncia sono il globo su cui San Francesco poggia il piede, allontanandolo da sé, come segno di rifiuto delle frivolezze terrene, e gli Angeli che recano il libro con la citazione del Vangelo di Luca che recita: “Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. 

Ad una visione più approfondita si può notare che l’intera composizione è concentrata sull’abbraccio che coinvolge San Francesco e la Croce, in un gesto condiviso di profondo legame. Si noti come è presente un moto ascendente, rappresentato dall’abbraccio di Francesco al corpo di Cristo e un moto discendente, con Gesù che scivola verso il Santo come avvolto dal suo gesto. Francesco rivolge uno sguardo d’amore verso il Salvatore, il suo volto è posto vicino alla ferita del costato, la sua bocca sembra come inspirare la Parola dello Spirito, un soffio vitale che rinascerà nelle parole del Santo.

L’immagine rappresenterebbe perciò i valori fondamentali posti come base per l’intero ordine francescano, lo spirito di Carità, la Fratellanza, la professione di Povertà. In senso lato racconta il percorso autentico di buon cristiano, che pone la Fede al centro della propria esistenza. 

Il Bassorilievo è realizzato dall’artista spagnolo Manolo Rodriguez, che riproduce l’opera di Murillo utilizzando la pregiata tecnica della cera persa, una tecnica di lavorazione del bronzo che impreziosisce e rende ancora più originale il manufatto. Questo metodo di lavorazione risulta essere molto

particolare ed esclusivo, coniuga due elementi fondamentali, quali una pratica nel corso degli anni portata alla perfezione esecutiva e una tecnica artigianale che dona ad ogni Opera caratteristiche individuali. Questo particolare processo è capace di rendere ogni bronzo unico e diverso dagli altri e ogni proprietario custode di un’Opera pregiata per materiali e tecnica artigianale di esecuzione.

Tutto comincia nello studio dell’artista, il quale prepara un disegno dell’Opera con l’utilizzo del carboncino, da cui si prenderà spunto per realizzare un primo modello con la creta; da quest’ultimo si otterrà un modello identico in gesso, che sarà quello che verrà inviato alla fonderia. Lo stesso modello in gesso sarà utile per realizzare un ulteriore modello in silicone, sotto forma di due riproduzioni in negativo (fronte e retro) il quale, a sua volta, servirà da contenitore per generare la sua riproduzione in cera.

I negativi in silicone ottenuti vengono lavati, e riposti nella struttura che crea e contiene i modelli e spennellati con un sottile strato di cera. I negativi in silicone vengono fissati alla struttura con dei piccoli chiodi che, a sua volta, viene unita e sigillata da due supporti di ferro laterali. All’apice della struttura è presente un grande foro, nel quale viene colata la cera che penetra all’interno del negativo in silicone, anch’esso forato. La cera in eccesso viene vuotata, la struttura riaperta e, una volta indurita la cera, separati i due negativi per lasciare spazio al nuovo modello cavo e, per l’appunto, in cera.

Il modello viene rifinito a mano per sistemare le eventuali irregolarità e successivamente vengono fusi strategicamente i canali di colata (bebederos), anch’essi in cera, i quali permettono la perfetta distribuzione del bronzo. A questo modello in cera, seguirà un modello in materiale ceramico: il materiale viene versato in un contenitore con all’interno il modello in cera fino a ricoprirlo completamente, andando a creare un modello in materiale ceramico refrattario identico e sopra al modello in cera.

Il modello refrattario viene collocato all’interno di un forno ad una temperatura di 750° per una durata pari alla perfetta cottura del materiale ceramico, così come una perfetta eliminazione della cera; essa si fonde completamente all’interno del materiale refrattario, donando così il nome alla tecnica: cera persa.

Il passaggio seguente è il colaggio: il bronzo viene fuso a 1.200° e versato nel modello ceramico, all’interno del quale si sono creati i canali di colata grazie alla fusione della cera, ottenendo così la riproduzione in bronzo del modello originario. Vengono tagliati i canali di colata e la scultura viene pulita e levigata per togliere tutti i residui di materiale ceramico.

Una volta terminati questi passaggi, l’Opera passa al processo di patinatura protettiva e colorazione del bronzo, donando il tocco finale al manufatto, rendendolo un oggetto unico e prezioso nel suo genere.

le Donne di Dante

L’amore pervade tutta la letteratura dantesca, ma è nella Divina Commedia che raggiunge il suo trionfo, legato alla celebrazione della figura della donna come soggetto femminile capace di salvare l’uomo dalla perdizione eterna. 

Per gran parte dell’alto medioevo la donna fu vista come simbolo di perdizione, demonizzata dalla cultura ecclesiastica come tentatrice e causa della caduta dell’uomo e perdita del Paradiso Terrestre. È solo con la letteratura cortese che la sua figura ottiene di essere riabilitata, dove la donna è al centro di un sentimento amoroso con le sue precise regole di comportamento.

Nella letteratura cavalleresca l’amore per la donna assume una forma di totale dedizione mentre nei componimenti provenzali è il desiderio ad essere al centro dell’attenzione, in bilico fra sensualità e idealizzazione, con odi al corpo femminile che sottolineavano la componente fisica dell’amore.

Gli stilnovisti acquisirono alcuni di questi tratti puntando però maggiormente alla nobiltà d’animo della donna, vennero così messi inevidenza i suoi caratteri angelici, sottolineando la parte spirituale del sentimento amoroso, andando a definire l’amore come un processo di elevamento morale che partiva proprio dalle capacità salvifiche della donna. Il concetto di donna-angelo fu preminente in questo tipo di letteratura e nacque da un’intuizione di Guittone d’Arezzo, per poi essere utilizzata successivamente da tutti i più importanti stilnovisti. 

Con Dante vi è un capovolgimento totale della concezione della figura femminile, il Sommo Poeta concepisce l’amore come strumento per avvicinarsi a Dio criticando invece la libertà dei costumi sessuali, letta come simbolo di degenerazione morale. Per Dante la donna non deve essere oggetto di un piacere terreno, ella è invece il tramite fra l’uomo e Dio, è colei che, attraverso un amore sublimato ed etereo, permette agli uomini di poter entrare nella grazia divina e ricevere la salvezza eterna. La figura femminile è una presenza quasi divina, le sue fattezze, le sue movenze ricordano quelle di un angelo e ne fanno un oggetto di profonda ammirazione e contemplazione, libero da qualsivoglia pensiero sensuale e lussurioso. 

Molte sono le figure femminili all’interno della Divina Commedia, dall’ Inferno al Paradiso è possibile trovare una serie di donne che vengono usate dal Poeta per raccontare i vari aspetti dell’amore. Nella poetica dantesca la donna è indissolubilmente legata all’amore, il sentimento amoroso pervade la vita delle figure femminili presentate da Dante, negativamente quando si tratta di amore puramente sensuale, in modo positivo quando tramite l’amore della Donna l’uomo può arrivare alla beatitudine.

Francesca

Dante incontra Francesca nel V Canto dell’Inferno; la donna si trova insieme all’amante Paolo nel II Cerchio, quello i cui risiedono le anime dei lussuriosi, travolte da un vento impetuoso così come in vita lo furono da un amore meramente passionale.

Francesca da Polenta, figlia di Guido da Polenta signore di Ravenna, fu data in sposa a Gianciotto Malatesta, esponente della famiglia che governava sulla città di Rimini. Il matrimonio fu combinato dalle due signorie per stringere e consolidare un’alleanza politica; non era un’unione d’amore, ma semplicemente di convenienza. Nella Commedia si narra che Francesca tradì Gianciotto con il fratello di lui, Paolo, conosciuto al loro matrimonio. Questo amore si concluse con l’uccisione dei due amanti da parte di Gianciotto, che li sorprese insieme e compì il delittuoso crimine spinto dal desiderio di ripulire il suo onore.

Francesca si presenta nella Commedia come una donna sensibile, colta, d’ animo buono, una donna però che ha ceduto alla passione di un amore sensuale, non capace di combattere con la ragione questo sentimento impetuoso che l’ha portata a perdere il controllo cedendo ai propri istinti. Francesca racconta a Dante come Lei e Paolo siano stati trascinati in questa passione senza freni dalla lettura della storia di Lancillotto e Ginevra, sono stati incapaci di controllare le proprie emozioni con l’intelligenza e la morale, deviati da un amore sensuale, incapaci di prevederne le conseguenze. Questa è una critica che Dante muove in modo implicito alla poesia cavalleresca, a quella letteratura cortese che ha impoverito l’amore rendendolo semplicemente un istinto animalesco, invece di un sentimento capace di far scaturire nell’individuo la determinazione a nobilitare il proprio animo al fine di raggiungere un’elevazione morale tale da consentire la salvezza tramite l’amore per Dio.

Francesca è quindi l’esempio di come l’uomo allontanandosi dall’amore spirituale, dal sentimento di devozione a Dio, da una vita incentrata sulla morale possa solo cadere nella perdizione del piacere terreno, un piacere effimero, insufficiente ad elevare lo spirito, un piacere che non porta ad altro se non alla dannazione eterna ed eterne sofferenze.

Pia De’ Tolomei e Piccarda Donati

Dante non condanna interamente la componente sensuale dell’amore, la sua dimensione più terrena ed umana trova il giusto compromesso nel vincolo del matrimonio. I lussuriosi possono trovare un esempio negli uomini e nelle donne che anche nel legame matrimoniale vissero virtuosamente e castamente. È Pia de’ Tolomei, nobildonna dai modi cortesi, che incarna perfettamente questo aspetto dell’amore contrapponendosi alla figura di Francesca simbolo dell’amore passionale che porta alla rovina. Ella incontra Dante nell’Antipurgatorio dove si trovano anche coloro che morirono di morte violenta. Pia racconta la sua tragica morte, la sua disperazione per il comportamento del suo sposo che profanò e distrusse il loro matrimonio. Fu vittima di una violenza che nasceva in una società in cui gli uomini, dimenticando ogni ragione, si facevano governare dalle passioni arrivando a distruggere anche i legami più sacri.

A fare da contraltare all’amore sensuale che corrompe gli animi umani vi è l’amore come carità, la sublimazione perfetta di tale sentimento la si ritrova nella figura di Piccarda Donati. Come già per Pia anche Piccarda subisce il ruolo subalterno della donna nella società del tempo ed è costretta ad un matrimonio di convenienza, che nulla aveva del valore sacrale di tale legame. Per scappare da questa situazione Piccarda rivolge tutto il suo amore verso Dio. Nonostante i soprusi che deve subire anche in convento la sua devozione al Signore non viene meno e continua ad esistere nel suo cuore nella forma compiuta della Carità. Avviene quindi il raggiungimento del più alto grado di amore che permette così la salvezza dell’uomo. 

Inserendo queste due figure Dante vuole suggellare la nascita di una letteratura morale, un linguaggio poetico che possa insegnare agli uomini la giusta via da perseguire per un giusto rinnovamento della sua società ormai corrotta dalle più violente passioni.

Matelda

Matelda compare negli ultimi cinque canti del Purgatorio, è colei che aiuta Dante nel suo rito di purificazione che lo vedrà immergersi nelle acque del fiume Lete e dell’Eunoè, per cancellare dalla memoria l’onta dei peccati commessi e ricordare invece tutto il bene compiuto. 

La donna è descritta da Dante come una figura dalla bellezza assoluta, eterea, una bellezza che ha nulla di mortale, ammantata di un pudore virginale. Il Poeta nella sua priva visione la paragona a Proserpina e rimane turbato dall’impossibilità di avvicinarsele, a causa del fiume che li separa, e non poter così godere di una visione più ravvicinata della grazia che ella sprigiona. Nei canti successivi Dante può godere della saggezza di Matelda, le pone diverse domande sulla natura del Paradiso e soprattutto dell’Eden, luogo in cui si trovano, nel rispondergli intrecciano un dialogo dai contenuti profondi che permettono al Sommo Poeta di prepararsi alla visione del Bene supremo e della sua grandezza.

Sebbene non ci siano certezze sulla storicità del personaggio di Matelda, gli studiosi hanno più volte cercato di identificarla con personaggi realmente esistiti. Tra le teorie più accreditate vi è quella che la identificherebbe con Matilde di Canossa; altri invece con la monaca benedettina Matilde di Hacehnborg che morì nel 1298 e scrisse alcuni testi religiosi; alcuni invece pensano che la donna sia Matilde di Magdeburgo, un’altra religiosa che compose opere dal carattere ascetico. 

L’importanza però di questa figura femminile è da riferirsi al suo significato allegorico, infatti Matelda, custode del Giardino dell’Eden, racchiude in sé il Paradiso Perduto, è il sogno umano di primigenia felicità che, a causa del peccato originale, l’uomo non può più raggiungere se non attraverso una vita di dolore e pentimento con la quale potrà poi ricevere la salvezza eterna ed entrare in Paradiso. Matelda ha il compito di immergere le anime nei fiumi del Giardino, in ordine di liberarle dai peccati affinché possano salire al cospetto del Padre, è perciò simbolo della Felicità pura e senza l’onta del peccato che le anime raggiungono dopo il loro percorso di espiazione. 

Beatrice

Già Boccaccio nei suoi studi sulla figura dantesca identificava Beatrice con Bice Portinari, figlia di Folco Portinari e moglie di Simone de Bardi, nata a Firenze nel 1266 ca e morta, probabilmente dando alla luce il suo primo figlio, nel 1290. 

La figura di Beatrice accompagna Dante in buona parte della sua vita artistica, la troviamo per la prima volta nella Vita Nuova, composizione a lei dedicata, dove viene descritta con i tratti della donna-angelo tipici dello stile stilnovistico. Qui il Sommo Poeta ci racconta di averla incontrata per la prima volta a nove anni per ritrovarla poi all’età di diciotto anni. Già dai primi scritti Beatrice assume un ruolo che va ben aldilà del semplice soggetto amoroso, presentandosi come colei che può portare il poeta alla salvezza eterna e al raggiungimento della beatitudine perpetua. Sebbene nella Vita Nuova la sua figura sia ancora principalmente quella di soggetto passivo, oggetto del sentimento su di lei riversato, già s’intravede la sua potenza salvifica, che sarà ben esplicata poi nella Commedia, potenza che permette a Dante di elevarsi spiritualmente grazie alla perdita della dimensione terrena dell’amore che viene sublimato in un sentimento più spirituale e trascendente, un amore per il Divino nella sua totalità.

Nella Commedia Beatrice è soggetto attivo; la ritroviamo già nel II canto dell’Inferno quando supplica Virgilio di fare da guida al Sommo Poeta, ma il suo trionfo come figura salvifica è ben sottolineato nel XXX canto del Purgatorio quando arriva in trionfo su carro trainato da angeli, simbolo della Chiesa. La donna è vestita di un velo bianco su cui è posta una corona d’ulivo, l’abito è rosso e sopra di esso porta un mantello verde. I colori non sono casuali, infatti essi richiamano le tre virtù teologali, virtù che grazie alla guida di Beatrice, mezzo attraverso cui la grazia divina si può rivelare a Dante, potranno essere finalmente apprese appieno dal Sommo Poeta.

L’amore di Dante per Beatrice è quindi privo di ogni connotazione sensuale, non legato alla dimensione terrena, sublimato nel pensiero della salvezza eterna. La donna è colei che salva il Poeta, l’amore assume un aspetto trascendente, il sentimento si eleva al di sopra della semplice passione, in una comunanza di spirito che salva Dante dalla perdizione e lo porta alla consapevolezza dell’immensa grandezza di Dio e della necessità della Fede per comprendere nella loro interezza i misteri della vita umana.

La Vergine Maria

La figura della Vergine Maria è centrale nella Commedia Dantesca. Madre di Cristo, prescelta da Dio per portare nel suo grembo il Salvatore, Maria assume nello scritto di Dante un ruolo centrale, simbolo di massima perfezione e purezza. Così le anime del Purgatorio seguono un percorso di redenzione e purificazione che è modellato sugli eventi della vita della Vergine. È Maria che invia Santa Lucia ad intercedere presso Beatrice affinché la donna si rechi da Virgilio per indicargli il ruolo di guida di Dante. Il Poeta incontrerà la Vergine solo nel XXIII canto, quando si torva nell’ottavo cielo e può quindi assistere al trionfo di Cristo e della Madonna. 

Maria è inoltre la rappresentazione massima di tutte le virtù celebrate nei cieli che costituiscono il Paradiso, è simbolo supremo di Umiltà, Carità, Mansuetudine, Sollecitudine, Povertà, Continenza e Castità. Il sentimento di amore che scaturisce dalla sua figura è privo di qualsiasi connotazione materiale, in lei tutto è puro, l’amore raggiunge la sua forma perfetta in grado di condurre alla salvezza. 

Dante descrive Maria utilizzando spesso attributi materni, la sua figura è luce, un trionfo di luminosità che abbaglia il Poeta tanto da renderne difficile la visione. La figura della Vergine è simbolo di santità, ella incarna appieno l’unione dell’umano con il divino: è madre di tutti i cristiani, ma anche colei che permette agli uomini di salvarsi dalla dannazione perpetua intercedendo presso Dio. Grazie alla preghiera che S. Bernardo le rivolge nell’ultimo canto del Paradiso Maria è colei che media con Dio affinché a Dante sia concesso il privilegio di poter bearsi della visione dell’Altissimo contemplandone la mente divina.

Le Donne di Dante di Patrimoni d’Arte

Patrimoni d’Arte in collaborazione con l’artista Maurizio Carnevali ha realizzato una cartella dedicata alle donne che hanno segnato in modo significativo il viaggio di Dante descritto nella sua Divina Commedia.

Esternamente la cartella presenta un bassorilievo che raffigura il volto di Dante. Il Sommo Poeta è rappresentato secondo la classica iconografia con la quale siamo abituati a conoscerlo: il profilo aquilino, il copricapo che copre la testa con la corona d’alloro che cinge la fronte del poeta.  Normalmente siamo però abituati a vedere Alighieri ritratto di profilo secondo l’immagine che ne ha dato per primo Botticelli nel 1495. In questo bassorilievo invece Dante ci è presentato frontalmente, come se colloquiasse con noi, invitandoci a contemplare le donne che più di tutte hanno avuto un ruolo significativo all’interno del racconto dantesco della Divina Commedia.

All’interno vi sono tre lithodigitali su cui l’artista Maurizio Carnevali ha rappresentato le tre donne che nella commedia assumono un ruolo di primaria importanza nel percorso di redenzione e purificazione del Poeta. Le atmosfere sono eteree, i colori hanno tonalità calde, fluide, che rendono la quinta scenica in cui sono immerse le figure un luogo di pace e tranquillità che traspaiono anche dalla leggiadria e sinuosità dei personaggi. Facciamo insieme a Dante la conoscenza di Matelda, colei che lo aiuterà nel suo rito purificatore nelle acque del Lete e dell’Eunoè. Il Poeta poi ritrova Beatrice, oggetto del suo amore sempiterno; sarà lei a sottolineare le gravi colpe di Dante e che lo spingerà al pentimento affinché possa arrivare a contemplare la grandezza del Divino. Per ultima la visione della Vergine Maria, essa appare a Dante nel Paradiso quando il Poeta è accompagnato dalla sua terza ed ultima guida San Bernardo. Essa è circondata da una schiera di angeli, la sua figura cattura lo sguardo di Alighieri così come quello dello spettatore, regalando stupore e contemplazione.

la Pietà nell’arte

Le rappresentazioni della Pietà nell’arte

L’immagine della Pietà rimane ad oggi una delle più riproposte nell’arte, icona che ha ispirato tanti artisti a produrre opere di grande intensità e pathos.  Quest’immagine nasce come simbolo del Vespro o Vesperbild e nasce in ambito tedesco per ricordare la sera della deposizione di Cristo dalla croce per poi essere sepolto. Inizialmente si trattava soprattutto di sculture realizzate con il legno dove veniva raffigurata la Vergine Maria che sosteneva sulle gambe il corpo esangue e magrissimo del figlio Gesù, sostenendogli dolcemente il capo con la mano destra mentre con la sinistra gli regge le braccia. La veste della Madonna è riccamente dettagliata, il panneggio risulta accogliere il figlio riverso in totale stato di abbandono, i suoi occhi spesso sono arricchiti da lacrime che ne avvalorano il dolore e la sofferenza. A partire dal Trecento vengono visibilmente ridotte le dimensioni delle rappresentazioni così come anche la grandezza del corpo di Cristo rispetto alla Vergine. Al legno si sostituiranno successivamente altri materiali come terracotta, bronzo o pietra.

Alla fine del XIV secolo si diffondono, inizialmente in Europa centro-orientale per poi arrivare anche nella penisola italiana, immagini della pietà dove l’equilibrio compositivo e la ricchezza dei dettagli smorzano la drammaticità presente nelle precedenti rappresentazioni. In Italia queste immagini del Vespro acquisiscono il nome di Pietà e realizzate soprattutto in opere pittoriche anziché scultoree. Il tema di origine nordica viene ben presto reinterpretato dagli artisti italiani in base ai dettami dell’Umanesimo e del Rinascimento.

La pietà michelangiolesca della Basilica di San Pietro

Tra le opere che riprendono questo tema la più famosa è sicuramente la Pietà di Michelangelo l’opera che lo rese noto ai grandi committenti dell’epoca esprimendone tutto il suo talento. Il 27 agosto 1498 il Cardinale Jean de Bilhères, ambasciatore di Carlo VIII presso Papa Alessandro VI, richiese all’allora artista ventiquattrenne Michelangelo Buonarroti una statua della Pietà, con protagonisti la Vergine Maria e Cristo morente a grandezza naturale, per la sua cappella funebre presso Santa Petronilla. Sebbene il contratto prevedesse la fine dei lavori nell’arco di un anno la Pietà michelangiolesca non fu terminata prima del 1500, nonostante ciò, grazie alla bellezza e alla grandezza della scultura a Buonarroti fu pagata la somma di ben 450 ducati. Inizialmente collocata presso Santa Petronilla, fu poi posta nella Basilica di San Pietro, dopo che a causa dei lavori di ristrutturazione della Basilica stessa, Santa Petronilla fu distrutta.

La Pietà rappresenta la Vergine Maria, posta su una sporgenza rocciosa simboleggiante il Monte Calvario, mentre sorregge il corpo del figlio esamine, dolcemente appoggiato sulle sue gambe. Di grande realismo la veste che indossa la donna, le pieghe sono più grandi e distanti nella parte che copre le gambe, più sottili e fitte sul busto creando un gioco chiaroscurale che rende la tridimensionalità accentuata. La Vergine ha poi un mantello che le copre le spalle e che è usato per avvolgere la schiena del Cristo disteso sulle ginocchia della madre. La mano destra della Madonna è appoggiata al costato del figlio, mentre quella sinistra è rivolta verso l’alto. Sulla fascia che ella indossa è poi posta la firma di Michelangelo: A[N]GELVS BONAROTVS FLORENT[INVS] FACIEBAT. Il Cristo è posizionato abbandonato sulle gambe della Vergine, il corpo magro, esangue trasmette una forte carica emotiva, il capo ricade all’indietro con il viso che guarda verso l’alto. Il forte dramma umano che si evince dalla scena carica lo spettatore di compassione e malinconia; la perfezione anatomica e delle vesti colpisce chiunque la ammiri facendo rimanere stupefatti dalla maestria del giovane artista. Curioso è il fatto che il volto della Vergine Maria sia quello di una giovane ragazza, non quello di una donna ormai matura che accoglie fra le braccia il figlio morto. Michelangelo decise di rappresentare la Madonna con un volto giovane perché voleva richiamarsi principalmente al suo ruolo di vergine, infatti la sua figura di madre del figlio di Dio non poteva essere intaccata dal tempo essendo pura e casta. Il Vasari sottolinea anche come Michelangelo non abbia voluto rappresentare la donna nel momento della morte di Cristo, ma ricordare invece il momento in cui l’angelo le annunciò che sarebbe stata la madre del Salvatore.

La Pietà ha subito nel corso dei secoli diversi danni: nel Settecento la mano destra della Madonna fu danneggiata e perse quattro dita che furono poi restaurate nel 1736 da Giuseppe Liorioni. Il danno più ingente lo subì però nel 1972, quando fu esposta al pubblico e uno squilibrato, Laszlo Toth, la danneggiò pesantemente con un martello. La scultura riportò seri danneggiamenti soprattutto al volto della Madonna e al braccio sinistro della stessa. Fortunatamente i frammenti erano ancora abbastanza integri da poter permettere la ricostruzione delle parti danneggiate, riportando l’opera alla sua bellezza originaria, in grado di emozionare chiunque abbia la fortuna di poterne ammirare la maestosità e la perfezione.

La Pietà Baldini: uno struggente Michelangelo

Negli ultimi anni di vita, forse a causa del grande dolore provato per la perdita dell’amica Vittoria Colonna, Michelangelo entrò in crisi: superati i settant’anni ebbe sentore dell’avvicinarsi della morte e questo lo portò a pensare a progetti per la sua tomba. Tema ripreso più volte era quello della Pietà, molto diversa però la visione di Michelangelo su questo soggetto, l’eterea e perfetta bellezza della Pietà giovanile, lascia il posto ad un’interpretazione più struggente, più concentrato ad esaminare i temi della Redenzione e della Salvezza che deriva dal Sacrificio di Cristo in croce.

La Pietà Bandini o dell’Opera del Duomo viene realizzata proprio in questo periodo, probabilmente tra il 1547 e il 1555; ad oggi è conservata al Museo dell’Opera del Duomo a Firenze. Questa scultura presentò da subito diversi problemi: il blocco di marmo era uno di quelli avanzati dalla tomba di Giulio II, non era un pezzo facile da trattare poiché presentava diversi difetti ed era così duro che venendo a contatto con lo scalpello produceva scintille vere e proprie. Verso il 1553 portò a termine una prima versione della Pietà, non contento però della posizione delle gambe del Cristo provò a modificarla, ma una venatura nel blocco marmoreo causò la rottura della statua. Michelangelo furente colpì ripetutamente la scultura con un martello, provocandone la rottura di diverse sue parti. I segni della rabbia di Buonarroti sono visibili ancora oggi sul gomito, sul petto e la spalla di Cristo e alcuni sulla mano della Vergine.

La scultura fu successivamente venduta nel 1561 all’architetto ed artista fiorentino Francesco Bandini per la cifra di duecento scudi; su di essa mise le mani Tiberio Calcagni che inserì la Maddalena sulla sinistra, non rispettando però le dimensioni delle altre figure, tanto da risultare sproporzionata e qualitativamente inferiore. Nel 1564 il desiderio era quello di portare la statua a Firenze a seguito della sepoltura del Buonarroti in Santa Croce, ma non se ne fece nulla. Nel 1674 fu poi acquistata da Cosimo III de’ Medici e poté così tornare a Firenze, nei sotterranei di San Lorenzo, luogo di sepoltura della famiglia. Successivamente è trasportata nella chiesa in Santa Maria del Fiore, nel 1722, a decoro dell’altare maggiore. La sua destinazione definitiva è dal 1981 il Museo dell’Opera del Duomo.

L’opera rappresenta il momento in cui Cristo viene deposto dalla croce e posto nel sepolcro dai suoi discepoli, insieme alla Vergine Maria. Il momento è drammatico, gli astanti constatano che Gesù è morto, nei dubbi e paure dei personaggi Michelangelo trasporta e rispecchia le inquietudini interiori che lo sovrastano negli ultimi anni della sua vita.

Il Cristo è rappresentato inerme, appoggiato sulla Vergine, che riesce a sostenerlo grazie all’aiuto di Nicodemo e di Maria Maddalena. La forma creata ricorda una piramide, con fulcro nel corpo di Gesù, grazie alle sue linee oblique. Nicodemo, il cui volto per molti studiosi è un autoritratto michelangiolesco, ha il braccio destro alzato e tocca con esso la spalla di Maria Maddalena, mentre il sinistro è abbandonato mollemente davanti alla Vergine, innestandosi nella verticale creata dalla verticale della figura di Nicodemo. La mano sinistra di Gesù è voltata in fuori, come se fosse abbandonata alla morte. Vi è un movimento lievemente rotatorio, da sinistra a destra, che crea un ritmo discendente creando una linea di forza che va dal braccio destro del Salvatore al braccio della Maddalena chiudendo così una forma ellittica con quello sinistro di Cristo.

È forte la carica emotiva e spirituale di quest’opera, la drammaticità è data più dalla particolare e dinamica disposizione dei personaggi che dalle espressioni che esprimono una certa serenità, quasi che Michelangelo volesse così esprimere l’ormai consapevolezza della morte sempre più vicina.

La Pietà Rondanini: l’ultimo capolavoro

La Pietà Rondanini, opera scolpita tra il 1552 e il 1553 per poi essere nuovamente lavorata tra il 1555 e il 1564 è l’ultima opera del grande Buonarroti che vi lavorò anche negli ultimi giorni della sua vita. L’ opera è conservata al Castello Sforzesco ed è possibile ammirarla nell’antico Ospedale Spagnolo dove ha sede il nuovo museo dedicato proprio a questa scultura ricca di pathos e sentimento.

La scultura era stata un interesse solo occasionale, e soprattutto a fini del tutto personali, negli ultimi anni della vita di Michelangelo. Il grande artista desiderava realizzare una Pietà da poter porre sulla sua tomba, che doveva trovarsi inizialmente in Santa Maria Maggiore a Roma e successivamente a Firenze.

Tra il 1552 e il 1553 il genio toscano iniziò a lavorare a una nuova pietà scolpendo una Vergine Maria che sostiene dalle ascelle il corpo del figlio ormai morto. Alcuni studi di questo periodo evidenziano come l’idea originale di Michelangelo fosse molto diversa dalla versione oggi conosciuta. L’intero progetto cambiò rotta dal 1554 circa quando Buonarroti scolpì nell’allora corpo della Vergine una figura nuova di Gesù, conservando solo le gambe piegate della precedente versione, mentre il corpo della Madonna fu ricavato dal petto e dalla spalla sinistra del Cristo precedente. A questa scultura vi lavorò fino a pochi momenti prima della sua dipartita e fu ritrovata nel suo studio al momento dell’inventario. Nel Seicento è certa la sua presenza in una bottega romana e nel 1744 fu comprata dai marchesi Rondanini, che le diedero poi il nome, ed esposta nella biblioteca di palazzo Rondanini a Roma che si trova in Via del Corso. Nel 1904 il conte Roberto Vimercati- Sanseverino acquistò il palazzo e con esso divenne proprietario della statua che fu posta su una base di epoca traianea, un’ara funeraria che raffigurava i coniugi Marco Antonio e Giulia Filumena Asclepiade, sulla quale rimase fino al 2015. Gli eredi spostarono in seguito la Pietà in una villa alle porte di Roma dove fu permesso visionarla. Il Comune di Milano la acquistò nel 1952 e la espose fra le Raccolte Civiche del Castello Sforzesco. Nel 2004 l’opera michelangiolesca è stata sottoposta ad un restauro conservativo che ne ha rimosso le sostanze che avevano intaccato la pietra e la patina giallo-bruna che aveva ricoperto la scultura nel suo insieme.

L’innovazione di quest’opera è il fatto che sia sviluppata verticalmente, mettendo in mostra la grandezza artistica di un Michelangelo quasi novantenne. Nella scultura sono possibili notare le diverse fasi del lavoro di Buonarroti. Vi sono parti più rifinite che si riferiscono alla prima fase scultorea e parti chiaramente non finite segni dei ripensamenti successivi. Finiti sono il braccio destro di Gesù, distante dal corpo esamine e spezzato sopra il gomito, le gambe di Cristo e la torsione del volto della Madonna che però non è concluso nei suoi tratti essenziali. Anche il corpo delle Vergine, il busto e la testa di Gesù non sono stati portato a termine e presentano solo dei tratti abbozzati.

La carica emotiva dell’opera è straripante, Michelangelo concentra tutta l’attenzione sul forte legame che unisce la Vergine al figlio morto. Il rapporto materno, di amore che trascende il tempo e lo spazio è ben rappresentato da un abbraccio che quasi inghiotte il corpo di Cristo in quello di Maria, formando l’idea di un’unica figura. Nonostante ciò, la Vergine non trattiene il corpo del Cristo morto, le sfugge, scivolando lentamente verso il basso, non si sforza probabilmente consapevole che deve lasciarlo andare perché il destino del figlio è quello di essere il tramite per la salvezza dell’intera umanità. Il ruolo di Salvatore è ben sottolineato dalla curvatura della statua che sembra tendere all’alto, se guardata di lato, così a suggerire l’evento prossimo della Resurrezione e il ritorno di Cristo sulla Terra.

Le tre Corone Fiorentine

I pilastri della lingua italiana possono essere considerati a pieno titolo coloro i quali oggi sono considerati le tre Corone Fiorentine: Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio.

Dante, Petrarca e Boccaccio sono ad oggi conosciuti come le Tre Corone Fiorentine, i tre grandi nomi del Trecento italiano che hanno contribuito in modo significativo alla grandezza della letteratura italiana, dando al Volgare la visibilità necessaria per divenire lingua letteraria, nobilitandone l’uso, fondando di fatto la nostra lingua italiana. Grazie a loro il fiorentino acquista particolare fama in tutta la penisola e per diverso tempo viene utilizzato come lingua nell’insegnamento della scrittura e usato come modello nella redazione della prima grammatica italiana, redatta nel corso del Cinquecento.

Nonostante ciò, fino all’Unità d’ Italia la nuova lingua derivata dal Volgare rimase una lingua prevalentemente scritta, la sua conoscenza avveniva principalmente grazie all’uso di vocabolari, grammatiche e lo studio dei classici della letteratura. Solo dopo il 1861, con l’unificazione politica del paese, l’italiano prese piede come lingua ufficiale e unica della penisola italiana. 

Tutto ha inizio con la rivoluzione trecentesca della letteratura: il latino sta vivendo un lento declino come lingua letteraria per eccellenza, il suo complesso apprendimento, le strutture sintattiche e grammaticali artificiose, fanno di questo idioma un ostacolo più che uno strumento di conoscenza.

Già nel De Vulgari Eloquentia Dante sottolineava la capacità del volgare di essere una lingua viva, nata dal parlato, perciò ideale per la vita di tutti i giorni e per gli artisti che volevano raggiungere più persone possibili. È poi con la Commedia che Dante nobilita il Volgare eleggendolo a nuova lingua d’uso nella letteratura.

A confermare la grande capacità comunicativa della nuova lingua è il suo utilizzo da parte di altri due importanti artisti, pietre miliari della cultura italiana: Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio rispettivamente con il Canzoniere (o Rerum Vulgarium Fragmenta) e il Decameron.

Nonostante gli argomenti fra loro diversissimi, dal racconto in canti del viaggio ultraterreno di Dante, alla composizione in rime dal tema amoroso del Petrarca e alle novelle in prosa di Boccaccio il Volgare dimostra una considerevole capacità di adattarsi a diversi tipi di narrazioni, sottolineando la sua concretezza linguistica e la ricca espressività del fiorentino antico.

Le Tre Corone Fiorentine, come sono stati definiti questi tre grandi letterati fecero perciò la fortuna del Volgare eleggendolo a lingua principe per la letteratura.

Dante Alighieri

Pur essendo uno dei padri della letteratura italiana, della vita di Dante non sempre disponiamo di elementi biografici certi.

 Alcune notizie ci derivano dai cenni autobiografici che il poeta dissemina nelle sue opere, pur dovendo esser consapevoli che Dante era solito manipolare queste informazioni allo scopo di fondare un proprio mito personale. Non troviamo comunque rimandi alla sua vita privata né ai suoi studi ed interessi. La costruzione della sua biografia è perciò fondata principalmente sullo studio di fonti indirette e documenti d’archivio.

Dante nasce a Firenze, la data però non è certa. Studiando alcune fonti archivistiche, è stato possibile stimare la sua venuta al mondo tra il 14 maggio e il 13 giugno 1265. Anche sul nome gli studiosi hanno a lungo dibattuto traendo la conclusione che Dante fosse solo un diminutivo, poi utilizzato come nome proprio, di Durante. Il cognome Alighieri sembrerebbe anch’esso una forma utilizzata solo a partire da Boccaccio, essendo che sui documenti dell’epoca di Dante ritroviamo il patronimico Alagherii o il gentilizio de Alagheriis.

Le origini familiari del Sommo Poeta sono da ricondurre alla piccola nobiltà cittadina, il trisavolo ricevette il titolo di Cavaliere dall’Imperatore Corrado III, ma, nonostante ciò, la ricchezza della famiglia rimase scarsa tanto da spingere il padre di Dante ad avvicinarsi al commercio e alle attività finanziarie come ulteriore sostentamento. Bella, la madre, morì quando Dante era ancora solo un bambino.

Il suo matrimonio con Gemma Donati viene già stabilito, tramite un accordo notarile, nel 1277, quando Dante ha soli 12 anni. I due comunque non si sposeranno che alcuni anni dopo, intorno al 1285, e da questa unione nasceranno tre o addirittura quattro figli, due dei quali, Pietro e Iacopo saranno i primi commentatori della Commedia.

È in questi anni che Dante si avvicina ai rappresentanti dello Dolce stil novo, in particolar modo intrattiene un’amicizia profonda con il poeta Guido Cavalcanti. Durante questo periodo avviene l’incontro che cambierà la vita di Dante e ne influenzerà la sua poetica: nel 1283 incontra per strada Beatrice (vero nome Bice Portinari) ed è a questa visione che egli fa risalire la sua iniziazione alla poesia. Con la morte della sua musa, avvenuta l’8 giugno 1290, Dante subisce una fase di abbandono del culto della donna amata e si lascia andare a comportamenti dissoluti, abbandonando anche gli studi teologici e la poetica stilnovistica. La crisi sembra rientrata con l’elaborazione della Vita Nuova tra il 1292 e il 1293.

Dopo aver partecipato ad alcune campagne militari ed aver scortato personalmente Carlo Martello, figlio del re Carlo II d’Angiò, in visita a Firenze, decide di intraprendere l’attività politica e nel 1297 è iscritto all’ Arte dei medici e speziali, potendo così avere accesso alle cariche pubbliche comunali. Ricoperte alcune mansioni presso i vari consigli della città riceve il priorato nel 1300.

La vita politica di Dante non si presenta per nulla semplice: all’interno del partito guelfo al potere le divisioni fra i Bianchi e i Neri si sono riaccese, contrapponendo i rappresentanti del popolo grasso, guidati dalla famiglia Cerchi, ai sostenitori della nobiltà e favorevoli all’ingerenza papale nelle questioni cittadine, facenti capo alla famiglia Donati. In tutto questo il Sommo Poeta assume una posizione di moderazione ed imparzialità, pur schierandosi con i Guelfi Bianchi, più vicini al suo pensiero di un Comune autonomo e scevro da ogni influenza del Papa. Questa sua posizione lo pose in aperto contrasto con Papa Bonifacio VIII, alleato dei Guelfi Neri. Durante il suo priorato gli scontri fra le due fazioni si accentuano portando Dante ad emettere una sentenza di esilio per i capifazione più violenti, fra cui il suo amico Cavalcanti. 

Terminato il suo periodo da priore Dante rimane comunque nel circuito della politica cittadina e nell’ottobre del 1301 viene inviato come ambasciatore, insieme ad altri due politicanti, a Roma per comprendere meglio quali fossero le intenzioni del Papa.

Durante la sua assenza da Firenze il 1° novembre dello stesso anno, le truppe francesi guidate da Carlo di Valois ed alleate del Pontefice irrompono in città e permettendo così l’inizio della drammatica vendetta dei Guelfi Neri nei confronti dei propri avversari politici.

La notizia della condanna emessa contro di lui il 17 gennaio 1302, lo coglie durante il viaggio di ritorno alla sua città natale. Riconosciuto colpevole di baratteria Dante è condannato a due anni di esilio e ad una sanzione pecuniaria di cinquemila fiorini. Il poeta, ritenendo l’accusa falsa e infondata, non paga la somma pattuita e medita di tornare a Firenze, insieme agli altri esuli, grazie alla diplomazia o alle armi. Questa sua presa di posizione però lo porta a ricevere un’ulteriore sentenza in suo sfavore: gli vengono infatti requisiti tutti i beni ed è condannato alla morte sul rogo.

Nel periodo di esilio Dante viaggia molto e tenta ripetutamente di trovare una soluzione alla sua condizione di esule, cercando prima un’alleanza con alcuni vecchi capi ghibellini e successivamente indirizzando una lettera al Cardinale Niccolò da Prato, emissario del nuovo Papa Benedetto IX a Firenze. Tutti i suoi tentativi falliscono e questo lo porta ad abbandonare l’idea di rientrare in patria, scoraggiando i tentativi di un ritorno violento da parte degli altri esuli. Sono questi gli anni in cui compone il De vulgari eloquentia, il Convivio e le prime due parti della Commedia: l’Inferno e il Purgatorio.

Nel 1310 Dante si impegna nuovamente in politica in seguito all’arrivo in Italia dell’Imperatore Arrigo VII di Lussemburgo. Scrive infatti diverse lettere in favore del sovrano, ma il suo sogno di una stabilità politica si infrange con la morte di Arrigo nel maggio del 1313. È di questo periodo l’opera in cui rivede in un’organizzazione più sistematica i propri ideali politici, intitolandola Monarchia. Il suo favoritismo nei confronti del monarca gli fa guadagnare l’ostilità dei signori del Casentino, luogo in cui stava soggiornando, ed è quindi costretto ad andarsene, rifugiandosi a Verona da Cangrande della Scala.

A Firenze nel frattempo viene dichiarata il 2 settembre 1311, una prima amnistia per gli esiliati nella quale però Dante non è incluso. Nel 1315 a Dante è offerta l’opportunità di tornare a Firenze dopo il pagamento di una cifra simbolica e l’ammissione della propria colpa pubblicamente. Il poeta rifiuta categoricamente l’offerta componendo l’Epistola XII e per tale diniego gli viene confermata la condanna a morte.

Intorno al 1318-1320 viene chiamato a Ravenna da Giudo Novello da Polenta e qui ricopre incarichi diplomatici mentre completa la scrittura della terza cantica della Commedia, ossia il Paradiso. Dante muore il 13-14 settembre 1321 mentre tornava da un viaggio diplomatico a Venezia; viene seppellito a Ravenna nella chiesa di San Pier Maggiore (denominata oggi San Francesco) ricevendo una sepoltura degna della sua grandezza di poeta e letterato.

Francesco Petrarca

Francesco Petrarca, di famiglia fiorentina, nasce ad Arezzo nel 1304 poiché il padre, notaio, era stato esiliato da Firenze due anni prima. Successivamente la famiglia si trasferisce a Pisa per poi spostarsi a Carpentras, vicino alla città di Avignone in Francia. Per soddisfare il desiderio del padre, studia legge insieme al fratello Gherardo, inizialmente a Montpellier e poi a Bologna. Alla morte della madre nel 1318 compone i suoi primi versi in latino. Con la morte del padre nel 1326 decide di abbandonare gli studi di legge per tornare ad Avignone e diventare chierico così da non avere più problemi a livello economico.

Il 6 aprile 1327 sembra essere la data del primo incontro con la donna che gli ruberà il cuore, Laura. Sull’esistenza reale della donna sono stati posti molti dubbi, per alcuni sarebbe una certa Laura o Laureta Noves, sposa di Ugo de Sade. Sarà lei ad ispirare Petrarca per i suoi componimenti amorosi raccolti nel suo famoso Canzoniere.

Petrarca compie numerosi viaggi tra la Francia, il Belgio e l’Olanda. In uno di questi suoi spostamenti, quando si trova a Liegi viene in possesso di un prezioso manoscritto che contiene un’orazione di Cicerone. La scoperta avviene grazie alla passione di Petrarca per le opere latine antiche e i codici di grandi scrittori dell’età classica, questo lo farà eleggere dai posteri come il primo vero umanista. Nel 1337 torna in Provenza, della sua casa in Valchiusa dove studia i grandi classici e compone i suoi più grandi lavori. A Roma nel 1341 viene insignito del titolo di poeta laureato con una cerimonia al Campidoglio.

Sono questi gli anni in cui soggiorna anche presso molte corti italiane, visita Bologna, Roma, Parma, Verona. È proprio nella città veneta che rinviene il codice custode delle Lettere Familiares di Cicerone, che saranno da ispirazione per le sue lettere in latino.

Si trova a Parma, nel 1348, quando un amico gli annuncia che Laura è morta. Sembra che sia proprio questo il momento in cui Petrarca pensa al Canzoniere come una raccolta di poesie d’amore per la sua amata. Nel 1350 nel viaggio verso Roma per partecipare al Giubileo, trascorre un periodo a Firenze, dove viene in contatto con diversi ammiratori, uno fra tutti Giovanni Boccaccio. Intorno al 1353 compone Il Secretum e la lettera a Diogini entrambi retrodatati al 1343, dove Petrarca sottolinea la necessità di abbandonare il peccato e perseguire la salvezza dell’Animo, cosa che però lo stesso poeta afferma di non riuscire a fare.

Lascia definitivamente la Francia nel 1353 per andare a Milano dove vivrà alla corte di Giovanni Visconti fino al 1361. È in questo periodo che compone i Trionfi poema in volgare rimasto incompiuto. Dopo Milano si sposta a Padova e poi a Venezia per ritirarsi infine ad Arquà, città dei colli Euganei, dove muore nel 1374, dopo aver convissuto nei suoi ultimi anni con sua figlia Francesca e il marito di lei.

Petrarca fu un collezionista accanito, dei molti libri che raccolse in vita, parecchi sono conservati oggi alla Biblioteca Nazionale di Parigi. Numerosi anche i manoscritti autografi a noi pervenuti, il più famoso sicuramente il Codice Manoscritto Vaticano Latino 3195 del Canzoniere, che fu redatto dall’artista stesso.

La fama di Petrarca fu tale che molti furono i suoi imitatori: dalla seconda metà del Quattrocento prese piede il Petrarchismo, non solo in Italia, ma anche in Europa, con artisti che cercarono di riproporre lo stile del Canzoniere.

Giovanni Boccaccio

Tra i più importanti artisti della prosa italiana, Giovanni Boccaccio fa parte insieme ai sopracitati Dante e Petrarca delle cosiddette tre corone fiorentine. Il Decameron è sicuramente la sua opera più famosa, importante a livello letterario perché prima opera composta da novelle in prosa in lingua volgare. Fu amico di Petrarca e ammiratore di Dante tanto da dedicargli il Trattatello in laude e definire la Commedia come Divina.

Boccaccio nasce a Certaldo o a Firenze tra il giugno e il luglio del 1313, da una relazione clandestina del mercante Boccaccino di Chelino. Riconosciuto dal padre che lavorava per il banchiere Bardi di Napoli, riceve una varia formazione culturale, impara il latino e si avvicina allo studio della letteratura. Cresce in una Firenze borghese, dove il commercio è la principale occupazione. Subirà comunque il fascino della nobiltà tanto che nelle sue opere queste due classi sociali vivranno numerose interazioni, quasi una predizione della futura nascita della società alta del Trecento toscano.

Nel 1327 si trasferisce a Napoli insieme al padre a Napoli e lavora presso una delle sedi della Banca dei Bardi, conoscendo così una gran numero di persone diverse della più svariata provenienza, traendo da queste conoscenze la sua visione “mercantile” del mondo. È nello stesso periodo che si trova a frequentare la corte degli Angiò dove può dar seguito alla sua passione per la letteratura.

La vita a corte affascina e cattura Boccaccio tanto che essa farà parte di molta della sua produzione così come anche della sua opera principe il Decameron. Qui probabilmente incontra l’amata Fiammetta, facendo dell’amore l’argomento principale delle sue opere, arrivando a dare il nome della donna ad uno dei suoi personaggi del Decameron. Rimane a Napoli fino 1341 quando torna a Firenze nonostante il suo desiderio sarà sempre quello di tornare alla corte degli Angiò. A Firenze riceverà alcuni incarichi importanti e compone diverse opere letterarie tra cui L’Elegia di Madonna Fiammetta. 

Nel 1348 scoppia la peste nella città fiorentina ed è proprio questo evento drammatico che fa da sfondo alle novelle della sua opera più famosa il Decameron. Nel 1350 inizia la sua amicizia con il Petrarca che sarà per lui un maestro e una fonte d’ispirazione importantissima, soprattutto per quanto riguarda le sue opere in lingua latina. Inviterà il maestro ed amico, sotto incarico del comune di Firenze, a tenere alcune lezioni in città, ma Petrarca rifiuterà. Questo rapporto lo porterà anche a rivedere le sue convinzioni religiose e a pensare addirittura di bruciare il Decameron poiché opera troppo licenziosa.

Va ad Avignone per una missione diplomatica avente lo scopo di convincere il papa Innocenzo VI a tornare a Roma, cosa che purtroppo non avverrà, ma riceverà da Pontefice alcuni benefici ecclesiastici che gli daranno una sicurezza economica importante. Sono questi gli anni in cui scrive il Trattatello in laude di Dante, biografia del Sommo Poeta che mescola elementi veritieri con altri più leggendari.

Dopo il colpo di stato contro il Comune, avvenuto tra il 1360 e 1361, torna a Certaldo in seguito ai sospetti ricaduti su di lui di un suo possibile coinvolgimento nell’evento. In questo periodo la sua salute si aggrava, ma non smette di lavorare a varie opere tra cui un testo che tratta della mitologia pagana intitolato Genealogia deorum gentilium.

Nel 1365 il Comune di Firenze gli concede di poter tornare in città e lavorare, ma ormai gli sforzi del Boccaccio sono maggiormente concentrati sul lavoro letterario. Torna a Napoli dove viene acconto dalla regina Giovanna che è entusiasta di lui. In questi anni verga di proprio pugno un’edizione manoscritta della Commedia di Dante.

Il 23 ottobre 1373 nella chiesa di San Stefano in Badia inizia una lettura pubblica dell’Inferno dantesco, che però interromperà al canto XVII a causa delle sue peggiorate condizioni di salute. Dopo la morte di Petrarca nel 1374 si ritira definitivamente a Certaldo dove muore il 21 dicembre 1375 e lì sepolto.