La Crocifissione e la Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo

La Crocifissione

“Il supplizio più crudele e il più tetro” così Cicerone descriveva la crocifissione che al tempo dell’Impero Romano era uno dei modi con cui venivano seviziati ed uccisi i condannati a morte. Considerata efferata e violenta, sia per il corpo che per lo spirito, questa pratica non veniva inflitta a chi era cittadino romano, ma bensì solo esclusivamente a schiavi, stranieri e rivoltosi.

Questo tipo di condanna a morte era particolarmente utilizzato presso le civiltà antiche; le prime notizie di una sua pratica fra i romani risalgono al 200 a.C. ca. La crocifissione fu finalmente vietata in tutto l’Impero Romano d’Occidente da Costantino che, all’inizio del IV secolo, proibì ai tribunali pubblici di comminare tale pena.

Come avveniva la Crocifissione?

Il condannato, riconosciuto colpevole da un giudice, veniva in prima istanza flagellato per poi essere portato al luogo dell’esecuzione della pena capitale.Al collo del colpevole vi era il Titulus, un cartello che riportava notizie sul delitto compiuto, la sentenza ed anche il nome del condannato. Spogliato dei vestiti e lasciato nudo, come ulteriore umiliazione, il reo veniva issato sulla croce e lasciato perire di una morte dolorosa e straziante, appeso per le braccia usando chiodi o corde.

Venivano utilizzati anche metodi per prolungare le sofferenze del prigioniero, tra cui bevande drogate e una miscela di acqua e aceto, in modo da estorcere una piena confessione. Durante tutta la durata del supplizio, il luogo di crocifissione era sorvegliato da soldati per impedire che parenti o amici del condannato provassero in qualche modo a salvarlo. Raramente la morte del malcapitato era accelerata da un intervento esterno, ma se questo accadeva si provvedeva con un colpo di lancia al cuore o fratturandogli le gambe così da provocare il soffocamento del soggetto.

La Crocifissione di Gesù

La crocifissione di Gesù è narrata in tutti e quattro i Vangeli canonici e la sua narrazione è ritenuta da tutte le Chiese cristiane un dato oggettivamente storicizzabile e ciò è confermato anche dall’analisi storica che dell’evento è stata fatta, confermando la verosimiglianza dei fatti con le tecniche di crocifissione dell’epoca romana.

Tra somiglianze e differenze fra i Vangeli

Nonostante ciò, i Vangeli presentano divergenze sia dal punto di vista storiografico sia differenze fra i loro stessi racconti, come nel caso dell’ora della crocifissione che Giovanni pone dopo mezzodì mentre nel Vangelo di Marco l’ora dichiarata sono le 9 di mattina. Anche per quanto riguarda la data dell’evento si possono riscontrare delle differenze fra i vari testi, i tre vangeli sinottici riportano come data quella della Pasqua, quell’anno il 15 Nisan, quando invece nel vangelo di Giovanni è riportata come data del supplizio il giorno precedente ad essa.

Diverse sono anche le versioni sull’aiuto dato da Simone di Cirene nel trasportare la croce. I tre vangeli sinottici ricordano tale figura, mentre è totalmente assente nel racconto di Giovanni, forse per sottolineare che Cristo anche nel dolore e nella sofferenza era pienamente padrone del suo stesso destino.

Il Monte Calvario

Unanime gli Evangelisti nell’indicare il Calvario (nome latino) o Golgota (nome aramaico) come luogo della crocifissione di Gesù. Se nella cultura popolare siamo abituati a sentirne parlare come “Monte Calvario” in realtà il Golgota era poco più di un’altura di pochi metri, la sua forma particolare portò così a soprannominarlo “Cranio”. Secondo una leggenda cristiana il nome Calvario deriverebbe dal fatto che lì era sepolto il cranio di Adamo che doveva essere purificato con il sangue di Cristo.

Il Titulus Crucis: diverse versioni

Da sottolineare come tutti e quattro gli evangelisti presentino una versione diversa della scritta incisa sul Titulus Crucis, insegna dove veniva riportata il crimine del condannato. “Gesù il Nazareno, il Re dei Giudei”, è la versione del Vangelo di Giovanni mentre gli altri vangeli riportano ognuno una scritta diversa: “Questi è Gesù, il re dei Giudei” in Matteo, “Questi è il re dei Giudei” secondo Luca e “Il re dei Giudei” nel Vangelo di Marco.

Anche le parole finali di Gesù differiscono nelle varie versioni evangeliche, addirittura in Giovanni non vi è nessun riferimento ad esse. Persino la frase forse più famosa della crocifissione “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” è ritenuta dagli studiosi di dubbia veridicità.

La Deposizione dalla Croce

Importante è da segnalare che solo nel Vangelo di Giovanni è presente la Vergine Maria ai piedi della Croce, al contrario gli altri Vangeli non ne fanno parola sebbene scrivano di un gruppo di donne poco lontane dal luogo del supplizio.

Sulla deposizione dalla croce del corpo di Cristo invece gli studiosi sono concordi di definirlo più che plausibile, nonostante era uso romano di non permettere il recupero del corpo, lasciandolo a decomporsi sulla croce, come deterrente a reiterare il comportamento criminale, pena la condanna a morte. Secondo alcune fonti la deposizione è stata permessa grazie all’intercessione di Giuseppe d’Arimatea che era membro del Sinedrio, che intercedette presso Ponzio Pilato affinché i seguaci del Nazareno potessero recuperarne il corpo e dargli degna sepoltura.

I protagonisti della scena

 Nel nuovo testamento è scritto che furono lo stesso Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo a staccare il corpo dalla croce per prepararlo alla sepoltura coprendolo con dei lenzuoli di lino.

Nella tradizione cristiana successiva furono citate altre figure presenti alla deposizione; nelle rappresentazioni artistiche e testuali successive furono inseriti San Giovanni che regge la Vergine Maria svenuta dal dolore di vedere il proprio figlio morto e Maria Maddalena.

All’interno dei Vangeli l’unico riferimento ad altre persone è quello dove viene citato un gruppo di donne che si trovavano nei pressi della croce per vegliare Gesù. Esse sarebbero state successivamente identificate con le Tre Marie ossia la Vergine Maria, Maria di Cleofa e Maria di Màgdala.

La Resurrezione di Cristo

Secondo gli studiosi la Resurrezione di Cristo potrebbe attestarsi intorno al 9 aprile del 30 d.C. Il luogo del miracolo è il sepolcro collocato fuori le mura di Gerusalemme, accanto al monte Calvario, dove avvenne la crocifissione. Il fatto non è narrato in maniera diretta dai Vangeli, almeno quelli non apocrifi, ma è descritto semplicemente il sepolcro vuoto e i successivi incontri che Gesù ebbe con alcune donne e alcuni suoi discepoli.

La Scoperta di Maria Maddalena

Nel Nuovo Testamento si racconta che Maria Maddalena, sola o con altre donne a seconda dell’Evangelista, si sia recata al Sepolcro dove era custodito il corpo di Cristo e lo abbia trovato vuoto.

La donna nonostante la visione di due angeli è ancora sconcertata e continua guardare nella tomba vuota, quando voltatasi si trova di fronte il Cristo risolto. Subito non lo riconosce, ma poi comprende che l’uomo che ha davanti è Gesù ed inizia a piangere, consolata poi dal Redentore. Dopo l’incontro la Maddalena corre ad avvisare gli apostoli dell’avvenuto miracolo.

Il fondamento della Fede Cristiana

La Resurrezione è l’avvenimento posto a fondamento della fede Cristiana. Il Cristianesimo basa la sua forza su questo avvenimento, la dottrina ruota intorno a questo fatto fondamentale che vede il figlio di Dio morire e tornare alla vita, un miracolo che solo un uomo intriso di divinità poteva compiere.

Joseph Ratzinger, Papa emerito, è più volte ritornato sulla questione della Resurrezione sostenendo che l’evento non può essere considerato un semplice episodio storico, ma qualcosa che va al di là delle leggi naturali e della scienza, collocandosi oltre le regole dello spazio e del tempo. L’evento è da porsi oltre la storia, in una propria dimensione con preciso significato escatologico, una lettura del destino dell’umanità e dell’universo.

Le testimonianze pagane

Della Resurrezione vi sono anche testimonianze non cristiane. Testi romani dell’epoca confermano che il Sepolcro fosse vuoto e che vi fossero stati messi a guardia alcuni centurioni per allontanare la folla di curiosi e credenti che andava radunandosi. Anche alcune testimonianze ebraiche citano l’episodio della tomba vuota, nonostante questo non accetteranno mai la Resurrezione come fatto veramente accaduto.

Le apparizioni agli Apostoli

Dopo la sua Resurrezione i Vangeli narrano di molte apparizioni di Gesù ai suoi discepoli. Ogni Vangelo offre la sua versione e si diversifica sia per quanto riguarda coloro a cui Cristo appare sia per il luogo di questo avvenimento. Per Matteo, Gesù appare prima a Maria Maddalena e ad alcune donne che portano ai discepoli il suo messaggio di recarsi in Galilea.

Arrivati qui Cristo compare loro affidandogli la missione di battezzare e cristianizzare i popoli della Terra. In Giovanni invece le apparizioni sono ben due e questa volta a Gerusalemme. Nella prima appare agli apostoli e fa toccare a Tommaso le sue ferite, per fugare i suoi dubbi sulla Resurrezione; nella seconda assegna a Pietro il ruolo di guida della nascente Chiesa.

Una terza apparizione in Galilea presente in Giovanni è frutto di un’aggiunta posteriore. In Luca invece si trovano le discrepanze maggiori poiché nel Vangelo egli colloca le apparizioni lo stesso giorno della Resurrezione, mentre negli Atti, sempre vergati dalla sua mano, racconta di come Gesù trascorra quaranta giorni con gli apostoli per poi ascendere al cielo.

Il significato di queste apparizioni è da ricercare nel passaggio di consegne da Gesù ai suoi Apostoli che dovranno evangelizzare i popoli della Terra, esportando la parola di Gesù per porre così le fondamenta per una Chiesa solida e universale.

Tommaso e l’apparizione di Cristo

Famosa è la vicenda dell’apparizione di Gesù a Tommaso. Nel Vangelo di Giovanni, infatti, è narrato che in un primo momento l’apostolo non crede alle parole dei suoi compagni ed è incredulo e dubbioso della possibile Resurrezione del figlio del Signore. Otto giorni dopo Cristo compare a Tommaso e così gli rivolge: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”  Tommaso scioglie così le sue riserve e rinsalda la sua fede nel Redentore.

Questo episodio vuole sottolineare quanto sia importante la Fede senza condizioni, un credere che deriva dalla profonda fiducia in Gesù e nel suo messaggio salvifico. È così condannato lo scetticismo di Tommaso e di tutti quelli che portano nel cuore il dubbio e il bisogno di conferme alla loro Fede.

Curiosità tecnica artistica: la fusione a cera persa

Una tecnica artistica antica

Tra il 1565 e il 1567 Benvenuto Cellini scrisse il “Trattato della scultura” dove descriveva la tecnica utilizzata per realizzare il suo Perseo, opera scultorea fra le più importanti del periodo manierista. La tecnica che il grande artista usò era quella della fusione a cera persa, utile soprattutto in casi dove l’artista si trovava a dover lavorare su sculture di grandi dimensioni, come per esempio il Perseo che pesava all’incirca tre tonnellate. 

Questa tecnica era nota da tempi antichissimi: già nell’età del Bronzo gli uomini la utilizzavano per produrre monili e piccole statuette. Esempi di oggetti prodotti secondo questa tecnica si possono poi ritrovare fra gli Egizi e le civiltà della Mesopotamia, ma è sicuramente in epoca classica, con i Greci prima e i Romani poi, che questo particolare metodo si diffonde in maniera esponenziale.

Come già detto il vantaggio nel suo utilizzo era quello di rendere più facile la fabbricazione e la lavorazione di statue di grandi dimensioni, riducendone il peso e permettendone maggiore mobilità e dettagli più accurati, non contando un uso di una quantità minore di bronzo.

Un esempio di questo periodo sono i Bronzi di Riace, rinvenuti nello Ionio nel 1972, a circa 300 metri dalle coste di Riace in Calabria. sulla provenienza e gli autori di queste statue sono state fatte diverse supposizioni, la più interessante è forse quella che ha preso in considerazione lo studio della terra di fusione rinvenuta al loro interno. Analizzata dopo essere stata prelevata dai fori nei piedi, questa terra ha rivelato che le due statue proverrebbero dalla città di Argo e dalla città di Atene. Le due sculture avrebbero fatto parte del monumento ai Sette contro Tebe e ai loro figli localizzato nella piazza cittadina della città di Argo.

La fusione a cera persa fu poi quasi del tutto abbandonata durante il periodo medievale, a causa del costo elevato per il suo impiego. Nonostante ciò rimangono almeno alcuni esempi dell’uso di questo metodo durante il medioevo, primo fra tutti la porta in bronzo della chiesa di San Zeno a Verona, scolpito intorno al 1100 d.C. Altro esempio solo le campane medievali, molte delle quali realizzate con la tecnica della a cera persa. L’utilizzo di questo procedimento fu però sempre molto in voga nell’Impero bizantino, dove fu spesso utilizzato per la scultura di personaggi sacri e religiosi.

Nel Rinascimento, in seguito al desiderio di recuperare lo spirito e gli aspetti della civiltà classica, questo metodo fu rivalutato e vide una seconda fiorente e proficua diffusione. Il primo esempio di questo nuovo moderno utilizzo della tecnica a cera persa fu il San Giovanni Battista di Lorenzo Ghiberti, realizzato fra il 1412 e 1416. La statua fa parte del ciclo di quattordici sculture dei protettori delle Arti di Firenze, posizionate all’esterno della chiesa di Orsanmichele in apposite nicchie. L’opera è in bronzo ed è alta ben 268 cm. Fu lavorata in più pezzi, così da prevenire eventuali fratture e permettere una resa più naturale e realistica.

Il già citato Cellini utilizza per le sue opere il metodo dell’anima modellata ricoperta dalla cera, realizzando così opere uniche ed irripetibili. Vasari sarà colui che invece parlerà del metodo indiretto, con l’uso di più forme di gesso riutilizzabili, procedimento che era stato inventato già al tempo dei Greci. I metodi realizzativi vedranno un netto miglioramento a partire dal Giambologna, scultore fiammingo attivo soprattutto a Firenze, sia nella tecnica sia nella qualità della fusione. Questa tecnica continuò ad essere frequentemente utilizzata da artisti e scultori, tanto da essere ancora fra i principali procedimenti di lavorazione del bronzo ancora nel ‘900.

I materiali lavorati

La lavorazione a cera persa ha come componente principale il bronzo, una lega di rame e stagno. Nel corso dei secoli la percentuale dei due materiali ha subito variazioni dovute principalmente alle loro caratteristiche tecniche. In Epoca Romanica venne preferita una lega con una quantità maggiore di stagno, più fluido e meno malleabile, così da ridurre la lavorazione a freddo. Durante il periodo rinascimentale fu invece privilegiata una percentuale minore di stagno, creando così una lega più densa che portava l’artista a dover poi agire sul manufatto con numerose modifiche e perfezionamenti. Il Perseo di Cellini necessitò di cinque anni di lavoro, mentre le porte del Battistero di Firenze impegnarono Ghiberti per ben ventitré anni.

Il bronzo veniva lavorato secondo due tecniche principali, l’una detta a fusione piena, l’altra la già citata fusione a cera persa. La fusione piena è a matrice, quando il bronzo è colato direttamente dentro un modello in terracotta, oppure a cera perduta con modello pieno dove la lega è colata in un prototipo di argilla precedentemente modellato su una figura in cera. La fusione a cera persa può invece essere divisa in due tecniche distinte in base al procedimento adottato: si parla di metodo diretto e metodo indiretto. 

La fusione a cera persa: il metodo diretto

Per il metodo diretto viene creato un modello su cui poi lo scultore aggiungerà in successione diversi materiali, ognuno aventi caratteristiche specifiche. La fusione in questo caso può essere unica quando si tratta di statue di dimensioni contenute, per le sculture molto imponenti invece vengono fuse separatamente i diversi componenti della figura per poi essere uniti tramite saldatura o l’applicazione di perni. Viene inizialmente creato un modello, detto anima, con della terra refrattaria.  

Su di esso è applicato uno strato di cera che viene modellata in maniera particolareggiata. Sulla cera è poi steso uno strato di materiale refrattario, camicia, dove sono elaborati gli ultimi dettagli. Per ultimo è applicato un altro materiale, che può essere gesso o terra refrattaria, la cappa, dove sono applicati dei canali di getto che serviranno per l’uscita della cera al momento della cottura. Un’apertura consentirà invece l’ingresso del bronzo.

Il lavoro così completato viene cotto ad una  temperatura di circa 400/500° C, favorendo lo scioglimento della cera che crea un’intercapedine fra lo strato più esterno e l’anima interna.

Il bronzo viene poi versato nell’intercapedine così da formare la figura prestabilita. Vengono riempiti anche i canali di getto che hanno favorito l’uscita del vapore permettendo una stesa uniforme del metallo. Una volta raffreddata viene eliminato l’involucro esterno e la scultura può così essere rifinita, privandola dei canali di getto, levigata e lucidata.  

Gli esemplari prodotti secondo questo metodo sono pezzi unici poiché il modello in cera viene perduto durante la cottura e la forma esterna è rotta per estrarne l’oggetto bronzeo. Questa tecnica nasce e si sviluppa a partire dal III secolo a. C.; nell’Auriga di Delfi si può vedere come la statua fosse stata realizzata in più pezzi, con il braccio sinistro che avrebbe dovuto incastrarsi perfettamente nella spalla. 

La fusione a cera persa: il metodo indiretto

Il metodo indiretto per la realizzazione di bronzi sembra avere la sua origine intorno al V secolo a.C. quando con questa tecnica furono scolpiti le più famose statue greche, come l’Apoxyòmenos di Lisippo o il Discobolo di Mirone, di cui a oggi ci restano solo le copie romane in marmo. Precedentemente si era ritenuto che questo metodo fosse nato per produrre più repliche di una stessa opera, non prevedendo la perdita del modello, e così soddisfare la sempre più numerosa richiesta di opere per le case di aristocratici facoltosi.

Se per il metodo diretto si procedeva dall’interno verso l’esterno per il metodo indiretto è l’esatto contrario, andando a riempire invece di stratificare.

Viene realizzato un modello d’argilla con dettagli finemente lavorati dal quale si ricava poi un calco in gesso, formato da vari pezzi ricomponibili separatamente dal modello. Della cera viene spennellata sulle varie componenti; asciugata viene staccata dai tasselli in gesso e la statua viene ricostituita su un modello in materiale refrattario. La prova in cera viene quindi ulteriormente rifinita e su di essa sono fissati i canali di getto. Essa viene poi ricoperta con altro materiale refrattario e successivamente si procede alla cottura con lo scioglimento della cera e la colatura del bronzo, fino ad arrivare al prodotto finale. 

La tecnica della fusione a cera persa permette di ottenere opere scultoree con una precisione altissima nella realizzazione dei dettagli.

La cera è un materiale molto malleabile che si presta bene ad essere lavorato dalle mani sapienti dello scultore che può così rendere la sua opera perfetta dal punto di vista estetico e materiale.

Questo permette la nascita di sculture altamente dettagliate e uniche nella loro bellezza che le rende vicine al vero.