Lo studio della natura. Indagine dell’uomo e del rapporto con l’universo

La filosofia greca e lo studio della natura

I Greci, che possono essere considerati i pionieri dello studio della Natura, intendevano per φύσις, ossia natura, l’Universo tutto, un insieme di cose in continuo divenire e di cui gli antichi ricercavano il principio primo.

Il concetto di natura inizia ad essere ampliato e determinato in modo più preciso dalla filosofia sofista in cui si contrappongono le convenzioni, cioè le leggi agli istinti naturali spontanei che difficilmente sono controllabili dalle norme umane. La sfera naturale è messa in opposizione alla sfera umana soprattutto a partire dalla filosofia socratica, che studia principalmente l’uomo nel suo essere pensante, e successivamente con il Cinismo greco che propugna l’ideale della vita secondo natura.

Con Platone poi la Natura, regno della realtà sensibile e in costante mutamento, è considerata semplicemente una realtà inferiore, un’immagine imperfetta e riflessa del vero mondo, quello immutabile delle idee. Ponendo così l’intelligibilità e l’essenza ultima delle cose fuori da esse l’idealità platonica considera la natura un non-ente. Nell’allievo Aristotele, che rivendica il valore della natura, vi è un tornare ad unire ciò che Platone aveva diviso. La materia delle cose è nella filosofia aristotelica inscindibile rispetto alla sua essenza, al suo essere, alla sua causa prima. Nonostante ciò, la natura che è movimento, quindi causata da un principio, quello del movimento, esterna ad essa, è solo mera possibilità o potenzialità passiva senza una causa prima che le imponga la vita. La natura perciò nel mondo greco viene in qualche modo posta ad un livello inferiore, così come accadrà per il neoplatonismo che considererà il mondo delle cose come una semplice ombra e riflesso del Divino.

Il concetto di Natura nei secoli successivi

Nel Medioevo, con la Patristica e la Scolastica la Natura verrà considerata una realtà accidentale, inferiore poiché creata, non paragonabile all’infinità e perfettibilità della realtà divina. Essa distoglie l’uomo dal suo vero fine, dal raggiungimento del mondo trascendente e superiore opposto alla materialità naturale. Con il Rinascimento vi è però una rivalutazione della Natura che partecipa della grandezza del Divino, considerata perciò come vera e concreta realtà, va studiata senza addurre cause prime esterna ad essa. Grazie a questo concetto rinascimentale si sviluppa una concezione meccanicistica della natura, basata sul principio del movimento e che porterà non solo a grandi scoperte scientifiche, ma anche ad una rivoluzione nel modo di intendere la naturalità. Galileo sosterrà infatti che la Natura sia come un libro, posto davanti a noi, scritto in lingua matematica. Si dovrà quindi ricercare il “come” dei fenomeni naturali guidati dalle leggi matematiche.

Con l’illuminismo la natura viene identificata con la ragione, ciò che è materiale è in rapporto stretto con ciò che è razionale. Successivamente con Kant si avrà la determinazione che l’uomo, nella stessa scienza naturale, è costretto ad obbedire a leggi spazio-temporali e al principio di causalità. Perciò in Natura l’uomo è privo di libertà. Il positivismo del XIX secolo eliminerà ogni finalismo nella concezione umana della natura, l’armonia in essa contenuta è prodotta dalla casualità e dal meccanicismo che la regola. Le forme naturali superiori sono così legate a quelle inferiori, in un unicum inscindibile. Nel XX secolo dopo secoli di disquisizioni filosofiche sul significato della Natura entra in crisi la sua stessa nozione. La Natura è dichiarato non è possibile studiarla come totalità e non esiste un principio primo unitario che dia forma e costituzione a tutte le cose naturali. La natura perde quindi il primato di oggetto filosofico da interpretare come un unicum ed entrano in campo la differenziazione degli studi sulle sue molteplici caratteristiche.

Plinio il Vecchio e la sua Naturalis Historia

Come detto precedentemente lo studio della Natura ha origini antichissime. Se furono i Greci a teorizzarne il concetto e lo studio, grandi protagonisti nell’ambito delle scienze naturali furono però i Romani, che assorbirono tali conoscenze e scrissero alcuni tra i più importanti trattati sull’argomento dell’antichità.

Impossibile non ricordare Plinio il Vecchio la sua opera la “Naturalis Historia” dedicata all’imperatore Tito. Dopo aver introdotto l’opera e spiegato in maniera generale la struttura e le origini del cosmo, Plinio si accinge a trattare diverse tematiche: geografia botanica, zoologia, antropologia, botanica medica e zoologia medica. Lo studioso latino compone perciò una vera e propria enciclopedia del sapere antico, riunendo le più disparate conoscenze sul mondo naturale per fornirne una conoscenza più completa possibile. L’opera pliniana è quindi soprattutto una grande raccolta delle conoscenze scientifiche del mondo antico, un sapere organizzato che punta principalmente a dare informazioni che permettano una pratica applicazione della conoscenza.

La Naturalis Historia è composta da ben trentasette libri che spaziano tra tutti i campi del sapere, l’esposizione nelle varie sezioni va dall’elemento più importante a quello meno significativo, ad esempio l’uomo è messo al primo posto nel capitolo dedicato alla zoologia e al mondo animale. Nella prefazione Plinio asserisce di aver collezionato ventimila fatti ed aneddoti dopo uno studio su circa duemila libri e ben cento autori diversi. Ad oggi possiamo essere certi di circa quattrocento fonti utilizzate dall’autore latino, di cui centoquarantasei fonti romane e trecentoventisette greche, oltre ovviamente ad altre fonti di informazione.

Fonte fondamentale e primaria di Plinio è sicuramente Marco Terenzio Varrone. Nei trattati sulla Geografia Plinio lavora su Varrone e lo confronta completandolo con i commenti topografici di Agrippa su cui aveva lavorato anche l’Imperatore Cesare Augusto. Aristotele e Giuba II, l’erudito re di Mauritania, sono fonti principali per la zoologia, come per la Giuba botanica, e anche Teofrasto è nominato negli indici. Per la storia dell’arte Duride di Samo, Senocrate di Sicione e Antigono di Caristo furono le fonti greche utilizzate. Non dobbiamo però dimenticare che il concetto di scienza di Plinio è bene diverso dal moderno approccio sperimentale basato sulla verifica delle ipotesi, nonostante ciò, l’erudito latino determinò che la scienza doveva essere uno strumento utile alla vita dell’uomo soprattutto in relazione all’economia e alle attività produttive, cosicché l’essere umano possa avere una conoscenza più approfondita del mondo al fine di meglio governarlo.

Con quest’opera, di cui sono state create numerose sintesi, riduzioni o estrapolati dei compendi Plinio il vecchio è rimasto per molti secoli uno dei più importanti studiosi della natura fino almeno all’età rinascimentale.

Liber Astrologicus di San Isidoro di Siviglia

Meno conosciuto, ma testo di grande importanza per il sapere scientifico medievale è il Liber Astrologicus, denominato anche De Natura Rerum o Liber Rotarum, di San Isidoro di Siviglia.

San Isidoro di Siviglia

Ma chi era questo erudito spagnolo che redasse tale trattato scientifico che dedicò a Sisebuto dei Visigoti, fervente credente cristiano? Ultimo fra i Padri i Padri della Chiesa, venne nominato doctor Egregius ed è tuttora venerato dalla Chiesa Cattolica come Dottore e Santo. San Isidoro vide la luce a Cartagena nel 560 d.C. circa, in Spagna; la sua fu una famiglia molto credente tanto che quattro dei cinque figli furono fatti Santi, tra questi proprio Isidoro. Orfano dopo pochi anni dalla nascita fu allevato ed erudito dal fratello Maggiore Leandro. Inizialmente il Santo, ancora bambino non fu propriamente uno studente modello, svogliato e lontano ancora dalla passione per la conoscenza che lo spinse anni dopo a vergare il Liber Astrologicus, Isidoro vagava spesso per le campagne, più preso dal gioco che dai libri scolastici. In uno di questi suoi girovagare un giorno si ritrovò presso un pozzo, preso da una forte sete si avvicinò per dissetarvisi e vide dei solchi molto profondi sulla ormai consunta corda, creati dallo sfregamento contro la grezza pietra del bordo. Capì allora in quel momento che l’uomo può superare le più difficili prove della vita se dotato di una forte volontà e di costanza.

Divenuto sacerdote presso l’arcidiocesi di Siviglia, dopo la morte del fratello Leandro, ne divenne arcivescovo. Fu un personaggio che ebbe grande risonanza politica e religiosa nella Spagna del tempo, governata dai Visigoti, fu il fautore principale della conversione del popolo barbaro, che abbandonò il credo ariano per il credo niceno. Partecipò con vigore e passione alla grande rinascita culturale e letteraria avvenuta in quelle regioni fra il Vi e il VII secolo d.C.. Grande studioso, le sue riflessioni spaziarono nei diversi campi del sapere di quegli anni: si interessò di diritto, medicina, delle arti liberali, studiò con passione le scienze naturali e la storia e approfondì il sapere teologico dogmatico e morale. Purtroppo la diversità delle materie ha fatto sì che la sua produzione scientifica e letteraria sia priva molto spesso di profondità e di contenuti originali, finendo spesso per dare alla luce ad antologie e compendi riassuntivi più che a veri e propri trattati completi ed organici.

Gli studi e le opere

Tra le opere storiche più importanti del Santo è da ricordare la Chronica Maiora, una raccolta di storia universale, e il testo storiografico Historia de regibus Gothorum, Wandalorum, et Suevorum che racconta le vicende storiche dei popoli barbari quali Goti, Svevi e Vandali. Di grande valenza per gli studi di esegesi biblica sono i suoi testi Questiones in Vetus Testamentum e Allegoriae quaedam Sacrae Scripturae, che fornisce chiarimenti in base allegorica dei passi più complessi del Nuovo Testamento. Isidoro fu anche un capacissimo grammatico, compose un testo dove raccolse moltissimi sinonimi, il Synonymorum che era composto da due libri e il trattato Differentiae.

La parte più importante del suo lavoro da erudito sono però le sue opere enciclopediche. Compose uno tra i capolavori della cultura Medievale, le Etymologiae, una vasta enciclopedia in venti libri che comprende tutte le conoscenze del mondo di quel tempo, scritta partendo dallo studio dell’etimologia di diversi termini. I temi che compongono l’opera sono tra loro diversissimi, Isidoro tratta con grande capacità ed intelligenza materie di studio tra loro agli antipodi: religione, diritto, geologia, agricoltura, linguistica persino argomenti più pratici come il vestiario, le armi e i mezzi di trasporto.  Ogni termine, seppur di argomento diverso, ha in comune con l’altro il fatto di essere introdotto grazie ad una breve introduzione insieme alla sua etimologia. L’idea di Isidoro è che l’etimologia delle parole sia alla base di ogni conoscenza approfondita e veritiera sui fenomeni del mondo e sui suoi oggetti, il legame che unisce la res, la cosa, al nomen, il termine con cui è identificata, è un legame inscindibile poiché non si può avere conoscenza di essi se non analizzati entrambi.

Lo studio della Natura

Di grande importanza per tutti gli studiosi medievali fu poi senz’altro il sopracitato Liber Astrologicus, chiamato anche De Rerum Natura o Liber Notarum. Quest’ultima classificazione, nota soprattutto nel periodo medievale è derivata dalla ricchezza degli apparati grafici utilizzati nella sezione riguardante l’astronomia, tratti da manuali più antichi ad oggi andati perduti. Queste figure di supporto alla spiegazione del cosmo si basano sull’immagine della ruota, sei figure circolari arricchiscono le tesi di Isidoro: la ruota degli anni e quella dei mesi, la ruota rappresentante il mondo nei suoi rapporti tra macrocosmo e microcosmo, quella del cubo degli elementi, la ruota dei pianeti ad infine la famosa rosa dei venti; da qui nasce perciò la denominazione di Rotarum per il trattato del Santo iberico.

Questo trattato di scienza naturale è costituito da tre diverse parti, organizzate in modo da differenziare gli argomenti trattati e dare una più corretta organicità e facilità di fruizione all’opera. I capitoli che vanno dal primo all’ottavo discutono principalmente di Cronologia, una dissertazione sul calendario, sull’organizzazione dei giorni, delle settimane e dei mesi e l’incedere ciclico delle stagioni. Nei successivi capitoli che vanno dal nono al ventottesimo Isidoro si occupa di cosmologia e di dare una spiegazione quanto più completa dei singoli pianeti e degli astri, utilizzando il già citato modello della ruota racconta del funzionamento del sistema del Sole, delle stelle e del cielo come allora era conosciuto. L’ultima sezione è infine dedicata allo studio e approfondimento dei fenomeni naturali che insistono sulla Terra, complesse teorie sulla nascita e propagazione dei tuoni, sull’arcobaleno o ancora sui venti, per concludere con i terremoti.

Sebbene alla base di quest’opera non vi sia un concreto e preciso obiettivo dell’autore, il Liber Astrologicus fu molto importante per lo studio della natura da parte di monaci e chierici che si approcciavano a tali argomenti poiché rese le scienze naturali molto più facili da comprendere. L’idea fondante del testo era infatti che le scienze dovessero servire come principio di partenza per una teologia in grado di fornire la giusta comprensione delle Sacre Scritture.

Curioso è che alla fine del testo sia presente un poema composto in esametri dal Re Sisebuto, al quale l’opera è dedicata. Il lavoro del re dei Visigoti è giunto fino a noi poiché inserito spesse volte come epilogo nelle numerose copie del Liber Astrologicus redatte nei secoli successivi.   

Sant’Agostino: il primo vero filosofo cristiano

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Il rapporto fra Cristianesimo e filosofia classica

Con l’avvento del Cristianesimo il modo di concepire la religione e la filosofia cambia e viene rivoluzionato il sistema di pensiero classico-ellenistico che fino a quel momento era stato alla fase di tutti i più grandi sistemi nati dalle menti di filosofi e pensatori. Con la religione cristiana si impone il monoteismo, la credenza in un unico Dio, padre e creatore del mondo, abbandonando così il politeismo della classicità greca e romana, che considerava l’esistenza di diverse divinità ognuna delle quali con una caratteristica diversa, ed essendo così anche più inclusivo rispetto al Cristianesimo.

Ragione e Fede

La lettura stessa della vita terrena e dell’aldilà muta, e se prima i filosofi greci consideravano la ragione elemento sufficiente per comprendere il mondo e il suo sviluppo, con l’avvicendarsi della religione cristiana la Verità ultima delle cose poteva essere assimilata e concepita solo con la Rivelazione, Dio permetteva agli uomini la conoscenza grazie al suo intervento, a quello dei profeti e ultimo di Gesù che si era fatto uomo. La ragione, perciò, non poteva essere più strumento supremo di conoscenza senza la Fede che guida gli uomini alla comprensione della verità rivelata. La Fede non è quindi irrazionale, ma i suoi precetti possono essere compresi con la ragione, e quando questa non è sufficiente l’errore è sempre del ragionamento e degli uomini che lo applicano.

Il Creazionismo la Provvidenza divina

Un altro punto importante è la questione del Creazionismo. Per i pensatori classici il mondo esisteva in eterno, increato e ingenerato mentre per il Cristianesimo è stato Dio, in modo libero e per amore, a creare tutto ciò che esiste, donando tutto ciò senza altri fini che la felicità delle sue creature. La Provvidenza Divina governa il mondo, portando ordine ed armonia, preoccupandosi delle vite degli uomini che non sono quindi lasciati soli o in balia di un destino già scritto e non modificabile come era invece per la filosofia classica. Il cambiamento avviene anche nel modo di interpretare la storia e il destino dell’umanità. i Greci leggevano nella loro condizione attuale un imbarbarimento rispetto ad una mitica età dell’oro, un regresso dovuto alla concezione ciclica della storia con i suoi corsi e ricorsi, un riproporsi delle stesse dinamiche all’infinito. Per il Cristianesimo invece il tempo è rettilineo, inizia con la Creazione e proseguirà ininterrotto fino alla fine del mondo.

La morale

Si modifica poi il modo di pensare alla morale che non viene più percepita come una conquista della conoscenza umana, oppure una virtù che è nell’uomo per sua natura, ma con la religione cristiana l’umanità è svuotata della capacità autonoma di giudicare il bene e il male, ma è Dio che infonde negli uomini la legge morale che potrà poi essere seguita rettamente o rinnegata cadendo nel peccato.

La Patristica

La Patristica è il nome dato al pensiero cristiano dei primi secoli, pensiero che ha permesso lo sviluppo e la diffusione del nuovo modo di pensare, abbattendo quelli che abbiamo visto erano i capisaldi della filosofia classica ed ellenistica. Protagonisti di questo cambiamento sono i Padri della Chiesa, pensatori e religiosi che nei primi secoli cristiani, fino al 750 d.C., diventano voce ufficiale della vera Fede, proponendosi come interpreti e studiosi qualificati a discernere cosa è giusto e sbagliato nel pensiero nato dalla predicazione di Cristo. Con la Patristica, infatti, i testi evangelici che si diffondono dopo la morte di Cristo, vengono studiati e selezionati al fine di darne una classificazione che li dividerà in autentici ed apocrifi. L’organizzazione della Chiesa è poi categorizzata in una rigida gerarchia che vede i vescovi come diretti discendenti di Cristo, ai quali vengono assegnati dei territori, denominati diocesi, di cui si dovranno prender cura spiritualmente. Una importantissima battaglia combattuta dai Padri della Chiesa è sicuramente quella contro le eresie, dottrine che deviano dall’ortodossia della Verità rivelata e che quindi vengono viste come nemiche del Cristianesimo, esempio ne è il Concilio di Nicea del 325 d.C. dove l’arianesimo viene condannato come eresia e dichiarato lontano dal credo cristiano.

Tre fasi della Patristica

Il percorso della Patristica può essere diviso in tre fasi distinte. Fino al 200 d.C. i Padri della Chiesa si concentrano nella difesa della Fede dagli attacchi esterni che giungono come attacchi alla dottrina o come persecuzioni nei confronti dei cristiani che si trovano a combattere un odio fomentato dalle istituzioni romane che vedono come minaccia una religione che professa l’uguaglianza e soprattutto non accetta di giurare fedeltà all’imperatore, ritenuto all’epoca come un Dio in terra. Nella seconda fase che si protrae fino al 450 d.C. i pensatori cristiani si prodigano nel rendere più comprensibile, nonché più terrena la dottrina, eviscerandone i contenuti più complessi al fine di semplificare le Verità di Fede. Un terzo momento che terminerà intorno al 750 d.C. vede la concreta organizzazione in sistema del pensiero cristiano proteggendolo e fortificandone le basi contro le minacce interne alla dottrina stessa dovute allo sviluppo di più eresie.

Sant’Agostino Padre della Chiesa

Colui che può essere considerato il primo filosofo cristiano capace di dare al suo pensiero un’organizzazione sistematica e coerente è sicuramente Sant’Agostino d’Ippona. Il Santo riesce a coniugare la dottrina cristiana con elementi della filosofia classica, riprendendo concetti del Neoplatonismo utili nella definizione del concetto di Male e nella sua idea della predestinazione alla salvezza eterna. In contrasto con la concezione classica di un mondo governato da coppie di contrari, ne denuncia l’aporia strutturale e teorizza un mondo dove la grazia divina è unico strumento per fare il Bene.

Vita di Sant’Agostino

Aureliano Agostino nasce a Tagaste, Africa Romana, nel 354 d.C. da Patrizio, di religione pagana, e Monica di fede cristiana. Di etnia berbera, ma culturalmente legato alla scuola ellenistico-romana, nella sua giovinezza si occupa di studiare grammatica e retorica, approcciandosi alla filosofia dopo la lettura dell’Ortensio di Cicerone. Inizialmente si avvicina alla setta dei Manichei, ma successivamente si interroga sulla filosofia manicheista arrivando ad abiurarla in seguito allo studio sulle parole del Vescovo di Milano Ambrogio. Si trasferisce a Roma e scopre gli scritti di Plotino, tradotti da Vittorino, dai quali desume l’idea dell’incorruttibilità e incorporeità di Dio. Ritiratosi a vita privata a Verecondo, compone gli scritti Contro gli accademici, Sull’ordine e Sulla Beatitudine della Solitudine. Nel 387 riceve il battesimo direttamente da Sant’Ambrogio e successivamente riceve la carica di Vescovo di Ippona. Scritte le Confessioni e La città di Dio muore il 28 agosto del 430 ad Ippona.

Tra Fede e Ragione

Agostino è il primo che sistematicamente ragione sul rapporto fra ragione e Fede arrivando ad enunciare quella che è la teoria dell’illuminazione basata sull’assunto che partendo dal dubbio si possa arrivare alla verità. Il Santo si pone contro gli scettici sostenendo che di una cosa non si può dubitare ossia di se stessi. Quindi in sé l’uomo può trovare una base solida da cui partire e attraverso il dubitare arrivare a mettersi in rapporto con una verità immutabile e perfetta che è Dio. Il Divino permette agli esseri umani accogliere dentro sé parte della verità illuminandone la mente, facendo dono della conoscenza necessaria per apprendere una verità che non appartiene all’umano. Agostino riprende quindi Platone sostenendo che nell’uomo vi sono insite verità innate che non fanno parte della sua natura, ma provengono da Dio.

La ricerca della Verità

Per arrivare alle verità l’uomo deve entrare dentro sé, immergersi nel suo essere ed aprirsi a Dio che però ha una natura trascendentale che non può essere pienamente conosciuta. Conoscere perciò è un atto di Fede, è abbandonarsi a Dio, accettarne il suo mistero, riconoscerlo e sapersi abbandonare all’amore. Dio è quindi verità, la vera conoscenza dell’uomo sta nel ricercare l’essenza di Dio e lo Spirito Santo, poiché Dio è amore. Amare Dio significa amare l’amore, ma per comprendere il mistero divino è necessario ed imprescindibile amare il prossimo. Arrivare alla verità significa in sostanza riconoscere se stessi, andare alla ricerca del vero sé, immergersi nella propria interiorità.

 L’uomo può ricercare Dio perché in minor grado è uguale ad esso, le sue qualità sono limitate, mancano dell’onnipotenza e dell’onniscienza del divino, ma, seppur limitate sono in grado di accompagnare l’essere umano ad una conoscenza seppur parziale di quelle determinazioni trascendenti che sono caratteristiche divine. Lo scopo ultimo dell’uomo è cercare Dio e rapportarsi ad esso perché la lontananza dal divino porta l’umanità a peccare. L’uomo è di per sé un uomo vecchio, segnato nel suo percorso dagli accadimenti della vita e dal tempo, ma può essere uomo nuovo se si avvicina a Dio, se lo accoglie nella sua vita.

La nascita del mondo e del tempo

Per Agostino Dio fonda il mondo con il Verbo, le forme e le idee di tutto quanto è stato creato quindi non possono in nessun modo separate da Dio, che è logos. La razionalità permea il mondo, ma non potrebbe esserci ragione nella creazione senza Dio, l’ordine del mondo risiede nelle divine idee che in Dio sono implicite nei suoi caratteri di onnipotenza e onniscienza. Con l’atto creativo nasce anche il tempo, prima della creazione non esisteva temporalità poiché Dio è immutabile, eterno, incorruttibile. Lo scorrere del tempo lo si può osservare nell’anima, non nelle cose che sono eterno presente. L’anima ha memoria, ricorda quindi il passato, ha attenzione comprendendo il presente e ha l’attesa nel suo prepararsi al futuro. Il tempo trova dunque la sua stessa realtà nell’anima dell’uomo.

Il problema del Male

Il problema del male è sempre stato centrale nella filosofia agostiniana e deriva dal rifiuto del manicheismo e il suo sistema basato sull’eterna lotta tra i due principi di bene e di male.  Per il Santo il male non può esistere come entità perché ciò vorrebbe dire che potrebbe nuocere a Dio e quindi intaccare una delle sue fondamentali caratteristiche che è l’incorruttibilità. Il male, quindi, può essere solamente privazione del bene, privo di qualsiasi realtà metafisica, essendo Dio creatore di solo bene. Secondo Agostino i mali naturali non esistono sono semplicemente conseguenza della struttura gerarchica dell’universo, servono ad armonizzarlo e sistematizzarlo. I mali fisici derivano dalla corruttibilità dell’uomo che deriva a sua volta dal peccato originale, mentre i peccati morali sono causati da un allontanamento volontario da Dio.

Legato al problema del male è la condotta dell’uomo e qui Agostino è polemico con Pelagio che sosteneva come gli uomini possono agire virtuosamente anche senza la Grazia divina. Per il santo d’Ippona il peccato originale ha corrotto l’uomo, la creazione ha dato all’essere umano la possibilità di scelta e la scelta di Adamo è stata quella di fare il male. L’uomo è un essere finito che nel suo libero arbitrio non può compiere il bene perché possibilità vuol dire privazione, mancanza e peccato, solo la Grazia ha potere salvifico, l’uomo si salva solo se si dà a Dio ricevendo una volontà libera e capace di cose buone.

Nei pensieri di alcuni filosofi cristiani precedenti la Grazia agisce anche senza il consenso dell’uomo, ovvero come sosteneva Origene tutti sono salvati nella visione infinitamente buona di Dio. Per San Agostino invece Dio, che è onnisciente, conosce chi avrà la salvezza e chi invece sarà dannato e perciò si può parlare di una certa predestinazione nella vita degli uomini, riducendo quindi la potenza dell’idea dell’uomo dotato di libero arbitrio. La Grazia quindi illumina tutti, è l’essere umano che decide di accoglierla o meno dentro di sé, è un dono di Dio, non una qualità intrinseca dell’uomo.

La grandezza di Sant’Agostino

Il pensiero filosofico di Sant’Agostino è senza dubbio rivoluzionario, lega la classicità ellenistica di Plotino e del neoplatonismo con la Dottrina Cristiana, dando sistematicità al pensiero cristiano e diventando di fatto una figura rilevante nella filosofia dei secoli successivi tanto che la sua innovativa idea sulla soggettività dell’individuo come luogo dove ricercare una verità che però non appartiene ad essa sarà ripresa da Descartes nel XVII secolo.

La fine di un mito politico: fra crisi socio economica e la nuova ideologia cristiana

Gli storici hanno eletto il 476 d.C. come data simbolo della caduta dell’Impero Romano d’Occidente avvenuta in seguito alla deposizione di Romolo Augustolo da parte del generale barbaro Odoacre. Sebbene vi sia un anno preciso in cui tutti identifichiamo la caduta dell’Impero di fatto esso stava attraversando già da diverso tempo una crisi irreparabile che lo aveva indebolito a tal punto da non riuscire più a controllare i vari territori assegnati sotto la sua giurisdizione. Diverse sono le cause che sono state identificate come causa della fine di uno dei più grandi imperi della storia, tra le quali le più attendibili sono una profonda crisi economico-sociale dovuta all’ingresso di popoli culturalmente diversi che avevano apportato anche nuove bocche da sfamare, il declino della forza militare, sempre più sotto pressione in seguito alle frequenti invasioni barbariche, altra causa principale, le lotte per il potere che destabilizzavano gli equilibri delle istituzioni e ne minavano l’operatività e l’affidabilità ed infine la religione cristiana che si impose come unica vera religione e diede impulso ad una forte avversione verso chi non si convertiva.

Romolo Augustolo

Ma chi era Flavio Romolo Augusto, passato poi alla storia come Augustolo, ossia piccolo Augusto, per via della sua giovane età? Il ragazzo Imperatore era figlio di Flavio Oreste, barbaro originario della Pannonia ed eletto Magister Militum dall’imperatore d’Occidente Giulio Nepote nel 475. Oreste, tuttavia, mirava ad ottenere un potere ben più grande e, supportato dall’esercito, marcia da Roma a Ravenna, ora capitale dell’Impero, al fine di deporre Nepote e prenderne il trono. L’imperatore fugge dalla capitale e si rifugia in Dalmazia, da dove non smetterà mai di rivendicare il suo trono fino alla sua morte avvenuta nel 480. Il 31 ottobre 475 l’Imperatore Romano d’Oriente riconosce di fatto decaduto Nepote e Oreste pone sul trono dell’Occidente suo figlio Romolo Augustolo, ragazzino di 12-14 anni, che poteva regnare poiché la madre era di stirpe romana.

Caduta di Romolo Augustolo e presa del potere di Odoacre

Di fatto il potere dell’Impero è concentrato nelle mani di Oreste che governa in vece del figlio. Nel 476 la situazione politica assume caratteri difficili: i popoli barbari degli Eruli, Turcilingi e Sciri chiedono di poter avere delle terre in Italia, ma Oreste si oppone fermamente alla cessione. Ecco che quindi entra in scena Odoacre, precedentemente nominato patrizio romano dal senato, che il 23 agosto guida una rivolta contro il potere Imperiale sostenuto da diverse fazioni barbare. Oreste fugge a Pavia che non regge l’assedio delle truppe nemiche e ne favorisce così la cattura. Morto Oreste a Piacenza, anche il fratello Paolo subisce la stessa fine a Ravenna e così Odoacre può deporre Romolo Augustolo, il 4 settembre 476, e prendere ufficialmente il potere.

Subito dopo la cattura Romolo, forse costretto dal generale barbaro, invia una lettera all’Imperatore d’Oriente dove dichiara che non ci sia bisogno di due imperatori e di consegnare perciò il potere a Odoacre, che successivamente, come segno di sottomissione, invierà le insegne imperiale a Costantinopoli. Il potere, quindi, è formalmente detenuto dall’Imperatore Romano d’Oriente Zenone, ma Odoacre è eletto governatore d’Italia e di fatto l’organizzazione politica e amministrativa non subisce grandi cambiamenti con il senato e il consolato che mantengono i propri compiti e privilegi. L’istituzione imperiale è ormai priva di vero potere e i territori ai quali fa riferimento sono fortemente ridotti rispetto all’estensione del passato, tanto da comprendere solamente la provincia italiana, una parte dei Balcani, la Sicilia Orientale e il piccolo regno gallico Soissons.

La fine di Romolo Augustolo

Il destino di Romolo Augustolo non è certo, anche se nell’ Anonimo Valsiano è raccontato che viene risparmiato dal generale barbaro per via della sua giovane età e sembra poi stato trasferito nella residenza che fu di Lucullo, il Castellum Lucullanum a Napoli, oggi Castel dell’Ovo. Odoacre gli avrebbe concesso anche un vitalizio, di cui non rimangono scritti ufficiali né testimonianze certe, tranne una nota del segretario del re ostrogoto Teodorico che scriveva nel 507 d.C. della conferma di una pensione ad un certo Romolo che alcuni hanno identificato proprio nell’ultimo Imperatore Romano.

Il regno di Odoacre

Una volta al potere Odoacre non si pone in contrapposizione con le vigenti regole di governo ed ottiene il pieno appoggio del Senato nel suo ruolo di guida dell’Impero. Ricompensa i suoi seguaci con l’assegnazione di terre e riesce ad offrire ai sudditi un periodo di relativa pace. Sebbene fosse di fede ariana, eresia condannata nel Concilio di Nicea del 325 d.C., non crea alcuna ostilità nei confronti della fede Cristiana dominante, tanto che la Chiesa d’Occidente può continuare la sua missione predicatrice ed evangelica.

Si presenta inizialmente come cliente dell’Imperatore Giulio Nepote, ancora in esilio in Dalmazia. Alla morte di quest’ultimo, si elegge a rappresentante dell’Imperatore Romano d’Oriente. È spesso citato come Rex ed è lui stesso ad utilizzare il termine per se stesso in almeno un ‘occasione. Nel 484 risponde positivamente alla richiesta del generale orientale Illo di supportarlo nella ribellione contro l’Imperatore Zenone invadendo con le sue truppe la parte occidentale dell’Impero d’Oriente. Zenone allora chiede al popolo barbaro dei Rugi di invadere l’Italia, ma questi vengono sconfitti da Odoacre nelle loro stesse terre tra il 487 e il 488.

È a questo punto che entra in scena il re ostrogoto Teodorico, che viene inviato in Italia dall’Imperatore Zenone al fine di sconfiggere Odoacre. Teodorico e il suo esercito invadono la penisola nel 489 costringendo Odoacre a rifugiarsi a Ravenna che viene chiusa in lungo ed estenuante assedio fino al marzo del 493 quando avviene la resa del Rex italico. Il re degli Ostrogoti indice un banchetto per celebrare la pace appena siglata, ma nel corso dello stesso è lui ad uccidere Odoacre venendo meno al patto che avevano stipulato che prevedeva avrebbero regnato congiuntamente.

Le cause di lungo corso

La ribellione di Odoacre può essere considerata il punto culminante di una crisi imperiale che andava ormai avanti da tempo. Come già accennato, la causa della fine dell’Impero Romano d’Occidente non può quindi essere riassunta nella sola deposizione di Romolo Augustolo, ma le radici sono da ricercarsi in fattori diversi e di più lungo periodo. Diverse sono le cause concomitanti che portarono al crollo del regno occidentale, tra cui la crisi demografica ed economica, le invasioni barbariche con l’ingresso di genti straniere all’interno dei confini romani e l’affermarsi della religione cristiana come principale fede dell’impero.

Crisi demografica ed economica

Durante gli ultimi secoli della sua esistenza l’Impero Romano d’Occidente soffre una crisi demografica pesante: i confini sono territori quasi disabitati a causa della povertà e delle frequenti incursioni dei barbari, le malattie stanno decimando la popolazione, soprattutto quella delle città e l’impero si ritrova con un numero molto minore di persone da poter tassare e da cui prendere denari necessari al sostentamento della sua burocrazia ed amministrazione.

Le epidemie sono il fattore che incide maggiormente sul calo demografico e di conseguenza anche sulla difendibilità dell’Impero. L’esercito fa spesso ritorno a casa decimato da epidemie di vaiolo o tifo ed è il vettore principale della loro propagazione anche fra i civili. Questo causa non solo un numero incredibile di morti, tanto che Roma arriverà a contare solo ventimila cittadini al tempo di Romolo Augustolo, ma anche uno spopolamento delle città che vengono abbandonate per le ormai scarse condizioni igieniche, vengono chiusi infatti acquedotti e terme, considerate dal Cristianesimo luogo di depravazione, che erano alla base di una buona igiene personale.

Conseguentemente al crollo del numero della popolazione l’economia ristagna, arranca e vi è un ritorno al baratto anche favorito dalla sempre più crescente inflazione. Nelle campagne vi sono meno persone per lavorare la terra e l’agricoltura subisce un netto calo produttivo così come il commercio stesso che essendo basato principalmente su un intenso scambio tra importazioni ed esportazioni subisce drastiche riduzioni in seguito allo sfaldarsi dei confini imperiali e alla crescente insicurezza dovuta alle invasioni e alle razzie che i popoli germanici compiono, attratti dalle ricchezze e vettovaglie inusuali per loro.

La tassazione infligge un altro duro colpo alla popolazione: già Diocleziano aveva dovuto adottare una riforma fiscale per far fronte ai sempre più ridotti fondi dello Stato, soprattutto per l’esercito e l’amministrazione. La riforma prevedeva una doppia tassazione, erano tassate sia le proprietà fondiarie che il reddito dei cittadini. Tutto questo porta ad una crescita incontrollata dell’inflazione che porta ad un blocco dell’economia già nel IV secolo d.C.

Anche la corruzione era un grosso problema che andava ad intaccare la sempre più flebile coesione sociale. Con il crescere dei problemi economici è cresciuta anche la forbice sociale e mentre vi sono ricchi che aumentano notevolmente le loro ricchezze vi è dall’altra parte una grande fetta di popolazione che si impoverisce e perde diritti secolari, come l’avere la rappresentanza dei tribuni della plebe.

Le invasioni barbariche

I barbari iniziano a minacciare i confini dell’Impero già dal I secolo d.C. intensificando con il tempo le loro incursioni. Agivano inizialmente in piccoli gruppi permettendo, in un primo momento, all’Impero Romano di tamponare la situazione con l’istituto giuridico dell’Hospitalitas. Con questo strumento politico ai popoli barbari, germanici soprattutto, venivano offerte terre, soldi e la cittadinanza romana in cambio del loro arruolamento nell’esercito a difesa dei confini contro altri popoli invasori.

Questa soluzione funziona fino a quando l’esercito imperiale non si trova costituito per la maggior parte da stranieri, si cittadini, ma poco legati alla cultura e alle tradizioni romane e molto più vicini culturalmente a quegli stessi popoli che devono combattere. L’impero arriva quindi ad essere in gran parte germanico, soprattutto l’esercito che era elemento portante del potere romano in conseguenza della debolezza del Senato che non riusciva ad opporsi alle varie elezioni di Imperatori da parte delle truppe. Ne consegue che l’esercito assume nelle proprie mani un potere enorme, capace di cambiare le sorti di imperatori e sudditi destabilizzando in maniera irreparabile la tenuta del regno d’Occidente.

La religione cristiana

Il Cristianesimo è senza dubbio la causa che ha avuto un maggior impatto sulla fine dell’Impero Romano d’Occidente. Le vocazioni religiose hanno inciso in maniera pesante sulla diminuzione del numero di arruolamenti e le lotte religiose per l’affermazione del credo cristiano hanno indebolito il tessuto sociale che si è disgregato sotto i colpi di esili e persecuzioni.

Anche il decremento della popolazione trova una giustificazione nel sempre maggior numero di cristiani: molte erano le persone che votavano la loro vita alla vita monastica o religiosa ed erano quindi spinti a fare voto di castità dando luogo ad una drastica riduzione delle nascite e al conseguente spopolamento dell’Impero. È dell’Imperatore Maggioriano la legge che vieta alle donne di diventare monache prima dei quarant’anni, cercando di risolvere in questo modo l’andamento discendente della natalità.

La filosofia cristiana di Sant’Agostino pone un ulteriore problema all’Impero: per il Santo, infatti, il mondo terreno è semplicemente un luogo di passaggio e delle cui problematiche non ci dobbiamo perciò curare. Molti cristiani, sebbene non si oppongano al potere esercitato dall’Impero, sono spinti da questa credenza a non agire contro le invasioni barbariche, non sentendosi partecipi del pericolo corso dall’Occidente romano.

Nel 391 d.C. Teodosio istituisce la religione cristiana come unica religione dell’Impero e le conversioni arrivano a numeri altissimi, tanto che il 50 % della popolazione, concentrata in maggioranza nelle città, diventa cristiana. La religione diviene un porto sicuro, una speranza, l’unica salvezza in un periodo di forte instabilità politica ed economica e di minaccia in conseguenza delle invasioni barbariche. Trasformata in religione di Stato, il Cristianesimo si trasforma e assume tratti autoritari, intolleranti e dispotici tanto da essere fautore di persecuzioni ed accuse contro le altre religioni del regno e soprattutto contro gli ebrei, promuovendo conversioni forzate, espropriazioni di beni e l’esilio come pena ultima.

La fine dell’età classica

Con il crollo dell’Impero Romano d’Occidente termina quella che per gli storici è definita età antica e inizia il Medioevo. Diversi regni romano-barbarici prendono il posto dell’impero e l’Europa occidentale si disgrega senza mai più ritrovare l’unità che l’aveva caratterizzata sotto il dominio Romano. L’eredità romana, verrà accolta e proseguita dall’Impero Romano D’Oriente che riesce a conservare la sua unità e stabilità politica. Questo Impero resisterà fino al 1453 anno in cui Costantinopoli verrà assediata e conquistata dagli Ottomani.

Epifania: solidarietà e carità nel boom economico

Terminologia

Il termine epifania, dal punto di vista etimologico, significa “apparizione”, “rivelazione al mondo” del soprannaturale. In età classica, infatti, ogni volta che il dio entrava in contatto con l’essere umano si manifestava l’epifania. Queste manifestazioni potevano essere indirette (guarigioni prodigiose, visioni, segni e miracoli).

Questa terminologia vien ripresa dalla dottrina cristiana nel momento in cui si è reso necessario descrivere l’apparizione di Gesù ai re Magi evidenziando il rapporto tra il primo con i più potenti della Terra che, secondo la tradizione, ebbero una grande influenza religiosa e politica nelle vicende dell’antica Persia.

Successivamente il termine si tramutò in linguaggio popolare, cioè Befana, subendo influenza da reperire nelle tradizioni magiche dei tempi precristiani. Per gli antichi romani, infatti, la dodicesima notte dopo il solstizio d’inverno si celebrava la rinascita della natura credendo che delle figure femminili, in inverno, volassero sui campi coltivati per propiziare la fertilità.

Nella storia, l’epifania è stata una festa, di grande importanza che è stata festeggiata nelle maniere più disparate (si pensi solo alla tipica tradizione romana che si diffuse in tutta Italia capillarmente e a cui si deve lo scambio tradizionale di doni). È stata, tuttavia, anche una festa attraverso cui far circolare campagne propagandistiche, la befana fascista, e riflessioni sulla contemporaneità, la campagna contro il comunismo e il socialismo da parte della Chiesa.

Il tema si presta a diverse argomentazioni n quanto dietro queste festività si muovono moltissimi attori, ha una storia millenaria e molteplici manifestazioni. ciò chi si reputa interessante, però, e leggere questa festa attraverso le lenti della solidarietà, della Carità Rievocando ciò che molti hanno rimosso, ma che potrà strappare un sorriso facendo riemergere meravigliosi ricordi: la Befana aziendale e la Befana dei Civich. la prima era una tradizione ben radicata in tutta Italia. Nacque nel 1946, subito dopo la guerra, e si protrae per 20 anni fino alla fine degli anni Sessanta, quando il tutto andò scemando. le aziende che si astennero dall’omaggiare i figli dei dipendenti il giorno di Natale recuperavano il 6 di gennaio. si organizzavano dei veri e propri eventi a cui Partecipavano celebrità (a Torino ci fu uno spettacolo con Silvio Noto) uomini politici utilizzando ambienti non solo lavorativi, ma anche ambienti che si rendevano disponibili, ad esempio il cinema Ideal di Torino, che si occupava di trasmettere film di Walt Disney per intrattenere i bambini.

Curiosa è anche la tradizione della Befana dei vigili, famosa in tutta Italia, testimoniata principalmente attraverso dei video dell’Istituto luce, per Torino, Roma e Milano. Anche questa ricorrenza nacque dopo la guerra, con lo scopo di aiutare quei vigili in difficoltà economiche. Funzionava così: gli automobilisti porgevano loro dei doni che venivano appoggiati sulle pedane su cui normalmente i vigili compivano il loro lavoro molti guidatori dovettero fermarsi per aiutare a sistemare meglio i doni perché questi intralciano il traffico; Inoltre c’era uno stop delle multe. Era un modo per riconciliarsi.  A Torino, per esempio, contribuivano alla tradizione la Gazzetta del Popolo, famoso giornale di sinistra che poi entrerà nelle sfide della Democrazia Cristiana, e l’Automobile Club.  i vigili a loro volta organizzarono cene per i bambini poveri; sempre sulla linea della solidarietà la Croce Verde organizzava cene per i dimenticati. la Befana come festa e manifestazione della solidarietà.

Cos’è una festa? perché proprio durante i festeggiamenti emerge e risuona forte la solidarietà nei confronti dei più deboli?

Cos’è la festa?

Prima di addentrarsi nel tema specifico è interessante fare una piccola introduzione sulla feta che può aiutare comprendere meglio come veniva vissuta l’Epifania durate il Novecento. Ci si è interrogati spesso sulla utilità o sulla pericolosità della festa; ma è pratica contemporanea fare considerazioni sulle trasformazioni che questa ebbe nella società industriale denunciando la scomparsa della dimensione comunitaria.

La festa è diversa dal rito, ma spesso i due termini sono confusi. La festa è un vissuto collettivo che ha fare con la sfera delle emozioni in un determinato contesto determinando due esperienze: quella della comunità e quella del tempo. Si può dire ce la festa sia proprio una esperienza del tempo che interrompe il quotidiano. Mentre, il rito è una sequenza formalizzata di azioni, è un qualcosa che si fa distinguendo officianti e partecipanti.

Durkheim, Rousseau furono tra i più grandi studiosi circa la festa; ragionarono sulla sua dimensione pedagogica, patriottica, sulla sua relazione con il sacro in contrapposizione al profano i tutti i giorni. È da attribuire a loro la identificazione tra festa e unità sociale: la festa è il luogo della rappresentazione del sacro che è a sua volta la base fondante della collettività. Nella sua versione positiva è un’esperienza della comunità. Caillois aggiunge al tema l’aggregazione dell’esistenza pubblica, il fondamento ultimo di una società e della sua coesione fragile donando alle riflessioni una punta di negatività.

La festa, quindi, ha una valenza ri-fondativa perché in essa esiste la violenza sacrificale che libera e rinnova l’ordine culturale, ripetendo appunto l’esperienza rifondatrice, riproducendo un’origine.

La festa, in Italia, diventa sia una categoria culturale (Lanternari) che come istituzione storica e culturale (Gallini). Valeri aggiunge, che la dimensione trasgressiva che ha da sempre “identificato” le feste, si pensi al carnevale, non è una dimensione necessaria, una categoria vincolante di festa.  Questo perché? Perché ci sono delle categorie che sono irrinunciabili: la totalità della comunità, tempo unitario che sono le ragioni ultime. Se la festa non è comunitaria in primis e non è ugualitaria non si può definire festa.[1] Ciò che dalla nozione di festa comunitaria appare è la condivisione di valori comuni, un’appartenenza unica. Gadamer scrive proprio che la “festa è sempre di tutti[2]. Ciò che è nascosto è il potere che si identifica con la comunità. Questo potere ha una interpretazione produttiva, in quanto, “è un agire in comune e stare insieme che confina sempre più nello sfondo la relazione comando/obbedienza[3]. Turner provò a ridurre la dimensione del potere attraverso la nozione di communitas. Cosa significa? Una comunità rudimentalmente strutturata e relativamente indifferenziata di cui prevalgono le forme più consuete di struttura, differenziato, gerarchico di posizioni politico- giuridico- economiche. Nel momento in qui la communitasi rompe, purifica la struttura perché gli individui, anche quelli che hanno una posizione predominante, si prendono “una pausa” dal ritmo di vita quotidiano imposto proprio dalla struttura; quindi, emerge un bisogno di communitas. Chi regola questo bisogno?[4] Il bisogno individuale è regolato dal ritmo sociale. Come si è già accennato la comunità non può prescindere dal tempo, in quanto la prima si deve muovere all’interno di un insieme sociale si deve muovere in un’unica alternanza: la distinzione tra tempo profano e sacro è condiviso; esiste un tempo comunitario che è “candelizzato”. Non sempre la festività candelizzata si incastra bene con il “tempo “individuale” che può invece vere cadenze diverse, ritmi diversi anche nella partecipazione; altre volte la festa istituita si aggrega con le conduzioni strutturali in cui si realizzano le feste contemporanee, i tempi dei media e quelli dell’industria e delle pubblicità.

Con l’avvento della rivoluzione industriale, la festa ha conosciuto un eclissamento del sacro e dell’alienazione; ma comunque continuano a praticare, anche se in forme diverse, non olistiche, comunitarie. La festa dell’individuo moderno[5] è una festa i cui egli è estraneo, ma allo tesso tempo partecipe; oscilla tra partecipazione e distacco. Ma sono proprio gli attori a dare significato alla festa attraverso alle azioni sociali, danno identità. Delimitano uno spazio attraverso tre elementi: in primis, l’umore festoso[6], un ethos che non può essere modificato né dal singolo né organizzato, se non a rischio di una censura sociale; per l’individuo è un vincolo, per il gruppo una scelta; sempre più difficile quando si istituzionalizza. In secundis[7] la decisione collettiva di utilizzare il simbolo come metodo comunicativo accrescendo le possibilità di ulteriori letture. È possibile che non si sia concordi sul significato del simbolo, ma si può essere d’accordo sul riconoscergli un potere semiotico.

In ultimo, l’eventuale presenza o la centralità di un orientamento autorevole del modo simbolico non costringe tutti gli autori ad assumere come esclusivo riferimento simbolico ciò che è al massimo prevalente; punto nevralgico nella distinzione tra rito e festa.  

queste analisi inerenti alla festa possono essere utili per fare alcune considerazioni sul nostro tema.  In questo frangente non si prenderà in considerazione la sacralità della festa, lo si farà successivamente, si vuole prendere in considerazione l’aspetto sociale e di coesione di questa.

Un articolo della Gazzetta del popolo, di martedì 7 gennaio 1964, dice che […] “fin qui la cronaca della befana ufficiali e importanti: moltissime altre, sia pure in tono minore, si sono svolte nei locali della periferia, negli oratori e anche delle famiglie: per riferirle tutte non basterebbe un’intera pagina di giornale; segno, tutto sommato, della grande generosità dei torinesi.” ciò che si può dedurre da questo paragrafo è che l’intento sociale  è proprio quello di coinvolgere  e unire la comunità dai grandi ai piccini attraverso valori comuni, costruendo un appartenenza unica che coinvolge tutti, sia chi effettivamente partecipa, sia chi invece viene toccato anche solo attraverso queste tipologie di articolo di cronaca. È la festa di tutti come effettivamente sostiene Gadamer, perché la comunità si adopera affinché lo sia e che tutti si adoperino a fare il bene.

il fatto che la comunità si muova affinché la pratica del dono e della solidarietà sia una questione che riguarda tutti nasconde dietro di sé il potere identificato con la comunità e che si manifesta attraverso le forme più consuete di struttura indifferenziate di cui prevalgono le forme gerarchiche di posizioni politico giuridico ed economiche. si manifesta quella comunità di cui parlava Turner.

l’individuo si trova pienamente coinvolto al di là che abbia effettivamente voglia di esserlo; è pienamente influenzato dal gruppo che utilizza la propria scelta di comunicare attraverso simbolismi su cui la società in sé è pienamente concorde sul potere semiotico. questo lo si può evincere non solo dai numerosi articoli di giornale che trattano la tradizione della Befana dalle sue origini pagane passando per la corte del Re Sole fino alla argomentazione della tradizione dei Re Magi, in qualche modo davano informazione; ma anche attraverso episodi di totale disinteresse; il caso più eclatante è stato la rivolta delle carceri di Torino pochi giorni prima della festa della befana.  O se si vuole accennare a un discorso prettamente più religioso, attraverso le omelie della Messa, il fedele veniva coinvolto nella diatriba tra la Chiesa e il Partito Comunista e Socialista.


[1] Durkheim e Rousseau sono i fautori di questa asserzione e si può dire che la loro visione di festa è autoritaria. Per saperne di più si veda: Treccani.

[2] Pag.9;

[3] ibidem;

[4] ivi, pag. 10

[5] Ivi, pag.14

[6] ibidem;

[7] ivi, pag. 16;

La solidarietà

Emerge il bisogno di communitas, ma questo bisogno è necessario tutto l’anno. La festa è solamente l’occasione in cui la solidarietà è sotto le luci della ribalta. Questa è costruita da enti di assistenza laici e religiosi per poter riequilibrare le sperequazioni sociali sia in ambito istituzionale che fuori di esso. essa implica una componente di aiuto e di una rinuncia da parte di un soggetto a favore di altri.

La solidarietà implica una componente di aiuto; c’è una rinuncia da parte di un soggetto in favore di altri. Dal punto di vista psicologico, dono e solidarietà sono accomunati da una componente altruistica antiutilitaria in opposizione ad un sistema economico fondato sulla ricerca del profitto. Questi sono espressione di autentici valori umani e spirituali contrapposti all’avidità egoistica di un’economia volta al profitto.

Chi sono gli attori di questa pratica solidale? Quali sono le variabili di cui tenere conto?

Diversi studi recenti hanno dimostrato un intreccio tra mercato, socialità e solidarietà. Non tutte le pratiche utilitarie e gli scambi di mercato si danno in una forma pura e al loro interno si possono affacciare varie forme di dono e di economia morale. Per funzionare all’interno di una società complessa il volontariato deve venire a patti con le istituzioni economiche e politiche e proprio la sua crescente strutturazione economica può allontanarla dalla originaria disinteressata solidarietà.

A questo si aggiungono molteplici aspetti quali la quotidianità ad esempio. Infatti, bisogna analizzare le diverse relazioni interne alla famiglia e al vicinato, i rapporti di lavoro, le reti di parentela e di amicizie. Bisognerebbe studiare le diverse forme di condivisione. Intrecciando questi temi a quelli della Cooperazione dei valori civici

Quando l’Italia esce dalla Seconda guerra mondiale si trova in una situazione di disgregazione sociale, diretta conseguenza dei progetti fascisti che smantellarono le reti dell’associazionismo e della società civile tentando di portarle sotto lo stretto controllo statale. Con la resistenza e con la successiva liberazione si crearono delle esperienze di communitas e nuove forme di solidarietà. La ricostruzione post bellica aveva definito questo nuovo moto come impegno volontario di impresa cooperativa e di fiducia comunitaria. In questo periodo storico, tuttavia, è difficile trasformare queste esperienze in un “qualcosa” di istituzionalizzato; lo stato, infatti, non di rado di costruire un sistema moderno di welfare in grado di alimentare momenti di solidarietà organizzata. Durante il dopoguerra scompaiono o vengono riassorbite le correnti della solidarietà assistenziale laica, liberale e massonico. Se vengono riassorbite, vengono riassorbite nelle iniziative dei partiti di sinistra. Tra il 1946 e 1947 le pubbliche assistenze e le misericordie tengono i loro primi congressi azionali, con la principale preoccupazione di riconquistare l’autonomia e soprattutto i beni confiscati durante il fascismo. Queste due, nei primi anni Cinquanta, sottoscrissero un accordo con la Croce rossa e il governo. Questo accordo prevedeva un reciproco riconoscimento l’istituzione di forme di coordinamento in relazione a missioni di soccorso in uno spirito di reciproca amicizia. Tuttavia, la situazione è molto più complessa di quanto traspare da questi accordi. Comunque, in questo periodo di guerra fredda si costruisce un legame forte tra il volontariato delle pubbliche assistenze e la militanza politica e sindacale. Ciò rispose al progetto dei partiti comunisti e socialisti di creare un’iniziativa egemonica e dei veri e propri servizi popolari paralleli a quelli statali. Del resto vigeva l’assenza delle politiche governative nel settore giustificativa. I volontari supplivano un’assenza dello Stato.[1]

Quindi, nei decenni del primo dopoguerra il volontariato organizzato si sviluppi tramite associazioni nate nello Stato preunitario che per certi versi mantengono la stessa struttura e finalità. Sono certamente centrate sulle comunità locali.

Le tre tipologie del volontario post unitario trovano una dicotomia tra le organizzazioni cattoliche con riferimento nelle parrocchie e nella DC; quelle laiche si appoggiavano principalmente alla sinistra. Questo fino alla fine degli anni Sessanta, quando il modo di essere la società economica è messo in discussione. La società civile si mostrò attraverso movimenti collettivi di operai, studenti e altre categorie sociali che non si sentivano rappresentate a sufficienza nella società economica e nelle sue forme di organizzazione. Un momento di effervescenza della società civile in contrapposizione a quella istituzionale e politico-economico. L’associazionismo si è consolidato in forme istituzionali grazie appunto ai movimenti del Sessantotto, che erano fortemente comunitari, il Concilio Vaticano II che ha spinto il mondo cattolico al di là di pratiche sociali di carità e beneficenza, verso forme di impegno civile, di solidarietà e condivisione con gli strati più svantaggiati della popolazione.

Il socio volontario si preoccupava delle esigenze della socialità, dell’aggregazione, di espressione personale. Le attività volontarie a cultura e leisure avevano fatto capo per lo più a organizzazioni strettamente organiche ai due soggetti politici maggiori del dopoguerra: Chiesa e DC da una parte e partiti comunista e socialista dall’altra. Tra le più famose ACLI e AC: le prime hanno attraversato i cambiamenti di fine anni Sessanta in modo diametralmente opposto rispetto ad Azione Cattolica: con un netto rifiuto del collateralismo rispetto alla Democrazia e con una svolta a sinistra portano forti contrasti con la Chiesa culminati nel 1971 con una sconfessione di Paolo VI.

La carità e la battaglia della Chiesa

Dal punto di vista sociale si è discorso, ma dal punto di vista prettamente religioso cosa si può invece affermare? per poter dare una puntuale argomentazione sul rapporto chiesa e solidarietà bisogna fare un passo molto più indietro rispetto al dopoguerra. infatti il fulcro ha origine dalla pubblicazione dell’enciclica Rerum novarum che avrà autorità fino alla vigilia della del Concilio Vaticano II. il nucleo del documento era relativo ai poveri sia dal punto di vista dottrinale che teologico punto nel linguaggio dell’epoca il povero faceva rima con un operaio di fabbrica mentre la figura del sottoproletario sparisce degli eventi dell’epoca contribuirono a creare una frattura tra chiesa e operaio; in quanto la prima era accusato di trasmettere un senso di rassegnazione ai poveri. Chi provò a colmare il divario fu Leone XIII che invitò il mondo cattolico ad andare incontro al mondo operaio. proprio in questo frangente iniziò la campagna di critica al socialismo e al comunismo.  La carità aveva un campo di intervento molto ampio: la fedeltà al vangelo non si esauriva nella Individua individualità, ma doveva essere rapportato ai bisogni complessivi della società; veniva esaltata la funzione sociale della proprietà privata; il lavoro veniva indicato come mezzo attraverso cui sviluppare la propria personalità. la carità ci faceva sociale e la chiesa usciva dal sacro e dal corporativismo medievaleggiante riconciliandosi al mondo moderno. L’intento era andare tra il popolo, Infatti venne istituzionalizzata la figura del cappellano del lavoro che trovò spazio durante il boom economico, certo non senza problemi. Tra i cattolici si formò una divisione sul significato da attribuire alla dottrina sociale e su come attuare le direttive della Chiesa era necessario; In questo frangente era necessario realizzare la Democrazia Cristiana intesa come l’ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperare sono proporzionalmente al bene comune. il cattolicesimo dovette confrontarsi con diverse problematiche portate dai maggiori eventi storici, quali la prima guerra mondiale il fascismo è la seconda guerra mondiale. conobbe la concorrenza della Beneficenza pubblica, conobbe l’incoraggiamento del clero ad una migliore condizione di vita lavorativa e legittima il sindacalismo operaio Cristiano contrapponendo lo sa quella socialista è comunista, conobbe lo spiegamento di un’economia associativa a metà strada tra quella capitalista e quella collettivistica come un’ora denuncia radicale al socialismo collettivista e al comunismo. Dopo la seconda guerra, pio dodicesimo non fece mai una vera e propria enciclica, ma l’approccio era sempre lo stesso: il povero era Cristo nostro Signore e durante il radiomessaggio del 1952, per l’occasione del Natale, spiego che Gesù era il modello ideale da seguire. non ci si deve chiedere le ragioni della povertà, ma semplicemente si deve soccorrere dove la necessità è forte. Nessuna organizzazione può esentare il Cristiano dal suo dovere.

A quei tempi era convinzione diffusa e vasta che la miseria potesse favorire i nuovi adepti al comunismo.

la fine della guerra pone in evidenza la drammaticità del rapporto tra il cristianesimo e la società industriale, risaltando il processo di scristianizzazione delle masse operaie. 

La stagione successiva al Concilio Vaticano II e invece una stagione fervida di utopie ed i progetti riformatori in una chiesetta concepita ancora come una società perfetta. si desidera va una riforma che arrivi vedesse il rapporto con i popoli e i lontani; un in particolare è una rivoluzione Cristiana che trasformasse le condizioni materiali della gente comune un servizio della comunità che permettesse di cambiare la società e di garantire un lavoro è una dignità punto con papa Roncalli il tema della povertà Si ripresento anche  perché la situazione sociale presentava una crescita economica, mutata era la speranza media di vita, la povertà è un fenomeno di massa e non espressione di alcune classi sociali. Il modello cui questa volta si faceva riferimento era Paolo il quale disse che lui non avendo né oro né argento non si esimeva a dare in nome di Gesù Cristo. invece con Paolo Sesto, nel 1963, il modello di riferimento tu invece il buon samaritano; il Cristiano è l’uomo della compassione. la nuova ecclesiologia si fondò sulla prossimità ai poveri; sulla denuncia del carattere discriminatorio della borghesia e di molte istituzioni sociali e politiche. se convinti che l’accettazione della prospettiva marxista esaspera la vocazione di questo movimento a risolvere i problemi dei poveri e degli emarginati attraverso riscatto politico.

Un esempio concreto fu padre Ruggero. egli era un frate che cercò di incarnare in ogni situazione gli insegnamenti di San Giovanni Bosco e l’occasione gli si presentò durante il periodo fascista quando egli accompagnava alla morte coloro che erano condannati. 

con la fine della guerra, tuttavia, il suo impegno non si arrestò; anzi, continuò il suo operato all’interno delle “carceri nuove” di Torino luogo in cui portò conforto ai detenuti e a tutte le persone che lavoravano al suo interno. Se gli capitava occasione di poter portare una ventata di gioia, sicuramente non si tirava indietro; infatti la Gazzetta del Popolo del 5 gennaio del 64 riporta un articolo in cui padre Ruggero in compagnia di Babbo Natale, dottor Bono direttore del carcere offriva doni ai bambini degli agenti di custodia punto questa manifestazione era motivo di riconoscere all’autorità gratitudine per un lavoro duro, in grado ingrato e molteplice di sacrifici. padre Ruggero incitava anche in occasioni di messe pre epifania l’amore, l’invito alla bontà e al perdono nonostante fosse osteggiato proprio da chi lui voleva aiutare.


[1] pag. 21-22;

L’epifania e l’omelia

Si è discorso brevemente su quanto l’omelia possa essere stato canale di propaganda da parte della chiesa; infatti era un momento in cui non solo si rifletteva sul dogma o sulla dottrina teologica, ma anche in cui si facevano delle riflessioni circa la contemporaneità. l’omelia della messa dell’epifania non faceva eccezione. 

possono essere utili come esempi le omelie esposte dal vescovo di Milano dal 1957 al 1961 per poterci rendere conto non solo come veniva concepita, spiegata la rivelazione, ma anche come poteva essere utile per leggere la società dell’epoca.

 è necessario fare una breve discorso sull’incarnazione del verbo Divino. Al di là del della solidarietà, della carità, al di là della tradizione della Befana e della festa come anello sociale non si dimentichi che l’epifania è la manifestazione di Gesù ai Magi. l’incarnazione del verbo Divino Infatti Era considerato nella festa odierna sotto l’aspetto del rapporto fra Cristo e gli uomini grazie l’apparizione nel mondo e alla scoperta che esso ne fa. nonostante l’apparizione possa sembrare estremamente chiara in realtà il dramma dell’uomo è proprio quello di aver bisogno di Dio e di non poterlo mai comprendere pienamente. Infatti due aspetti sono molto importanti da tenere in considerazione: Gesù si manifesta storicamente e si manifesta umilmente; questo è il modo attraverso cui Dio è posto nel mondo.  l’epifania si basa proprio sulla speculazione del Miracolo quanto su quello di una figura umana unica degna di interminabile contemplazione. ai temi della ricerca naturale il nome di Dio era mistero all’inizio della storia evangelica il suo nome è Gesù. Gesù fece una rivoluzione silenziosa il suo fu un fenomeno spontaneo E semplicissimo. Due aspetti sono ancora da tenere in considerazione Con l’apparizione si ha l’universalità del messaggio cristiano e il movimento delle anime intorno a tale messaggio. non solo si guarda Gesù ma si va verso lui e questo si può apprendere grazie al viaggio dei Re Magi, in primis, poi attraverso l’evangelizzazione Apostolica del bacino Mediterraneo, in ultimo alla predicazione missionaria. punto

 altra Argomentazione è sulla pigrizia religiosa che si fonda su un bisogno di verità che il progresso moderno impone e rende necessario; Non ci si può sottrarre da una  riflessione sulla secolarizzazione. il mondo è dotto dalla vanità delle superstizioni religiose proprie del mondo pagano o delle infermità delle posizioni dottrinali delle innumerevoli Scismatiche o eretiche, si affronti dalla suggestione dal fascino di religioni inconsistenti o insufficienti, si può capire, tanto il bisogno di verità a cui ci educa il progresso moderno. Deve emergere la profonda tristezza nell’osservare che proprio dove l’annuncio Cristiano si pronuncia, si fa forte la resistenza e si fa anche molto sorda questa Resistenza. questa esistenza avviene sia nel racconto dei magi sia nel tempo contemporaneo. Quali sono i motivi che determinano questa Resistenza? vi sono quelli che credono di aver già risposto e non si accorgono che la chiamata vorrebbe da loro più logica, più impegnativa corrispondenza; mi sono quelli che cercano di eludere la voce invitante di Cristo; altri che la soffocano con pretese o rivendicazioni laiciste; altre che pongono affermazioni decisamente contrarie, materialiste o atee. Molti vivono fuori della sfera religiosa e pensano di essere liberati, o esclusi, o incapaci di varcare le soglie; sono pensatori che si costruiscono sistemi ideologici, presumendosi impermeabili al raggio Cristiano; sono uomini pratici che credono di poter contenere la realtà nei limiti di calcoli economici; estranei valori spirituali; sono politici che pensano di dover addirittura difendersi dalla sovranità della religione, o che credono interpretare la storia e l’ordine sociale con principi dogmatici definitivi.

il ruolo dei magi è quello dei ricercatori; attraverso la loro ricerca consegnano all’uomo le leggi fondamentali sulle quali riposa il sistema delle relazioni dell’uomo con Dio. Le leggi fondamentali delle relazioni nostre con Dio sono il bisogno di cercarlo e per ciò che concerne la contemporaneità è l’ignoranza, l’indifferenza, la gnosticismo, il dubbio sistematico, la noia raffinata, lo spiritualismo pago delle sue interiori esperienze, la riduzione del sapere alla sola conoscenza del dato sensibile e di evidenza razionale, e tante altre espressioni della religiosità moderna sono accusate dai Magi come applicazione del pensiero umano al suo fine principale di conoscere Dio. la seconda legge è, dopo averlo cercato, il bisogno di studiarlo e pregarlo; la terza è accettare gli aspetti misteriosi della sua infinita trascendenza. chi cerca Dio già lo possiede e nessuno si avvicina tanto alla verità come colui che comprende nelle cose Divine che gli resta molto da cercare. si può sostenere che la festa dell’epifania sia la festa dei lontani, delle missioni, della Università del Cristianesimo, della vocazione delle genti, dell’invito generale gratuito per tutti al compito evangelico.

il vescovo pone una domanda interessante che si cita interamente: “vorremmo chiedere agli intellettuale che fino a ieri, e che ancora oggi con e stanno con la gravità delle loro sentenze, con il peso della loro cultura la inumana servitù comunista, se possono ancora affermare tranquillamente che il materialismo dialettico libera lo sviluppo delle conoscenze umane… “; e se” una cosa sembra storicamente fuori dubbio; e che il marxismo rappresente definisce il momento umanista dell’epoca contemporanea “? vorremmo pregarli di non commettere oltre peccati mortali e mortiferi di disonestà di pensiero; vorremmo supplicarmi di cedere nobilmente alle prove dei fatti, di non impugnare oltre la verità, conosciuta mediante esecrande stupende tragedie di popoli vittime di tale  barbaro umanesimo.

Ramon Llull: tra religione e logica

La nascita e le visioni della croce

Di Ramon Llull conosciamo quello che egli decide di raccontare nella “Vita coetanea”, una sorta di biografia, della quale a volte bisogna dubitare sulla veridicità, dettata dallo stesso Llull ad un monaco francese nel 1311 circa. Lo studioso nasce nel 1232 a Palma de Maiorca, da una famiglia di ricca provenienza catalana che si era trasferita sull’isola conquistata da Giacomo I. Per tre secoli il territorio di Maiorca era stato sotto il dominio musulmano e perciò diverse erano le religioni presenti, tra ebrei, musulmani e cristiani.

 In gioventù lavora come precettore per l’infante Giacomo e vive una vita lontana dagli insegnamenti cristiani. Nel 1257 si sposa e ha due figli, ma nel 1262 avviene il fatto che gli cambierà la vita: riceve infatti cinque visioni di Gesù in croce che lo spingono ad abbandonare il suo cammino da peccatore poiché convinto che il signore l’abbia chiamato a sé per convertire gli infedeli subendo anche il martirio nel compiere la sua missione.

Una vita di predicazione e penitenza

Come San Francesco, si libera di ogni suo bene, una parte dei quali lascia alla moglie e ai figli, per dedicarsi completamente ad una vita di penitenza e con la missione di predicare il cristianesimo agli ebrei e musulmani che già credendo in un essere superiore di cui non esiste nulla di maggiore, sono già ontologicamente cristiani.

Per attenersi alla sua missione di conversione, prende a suo servizio uno schiavo arabo affinché gli insegni la lingua dei musulmani che gli è utile nel poter dialogare con loro e conoscere i loro testi. Come primo testo prodotto traduce un manuale di logica dall’arabo, la Lògica d’Algatzell mentre la sua prima opera originale il Libre de contemplació en Déu lo compone prima in arabo e poi solo successivamente lo trascrive in catalano.

Compie un pellegrinaggio a Santiago de Compostela e si sposta tra Montpellier e Maiorca dove si ferma per dedicandosi alla filosofia, alla teologia e alla medicina, studi che occuperanno ben nove anni della sua vita. Quasi certamente poté leggere e studiare opere di Aristotele, Agostino e San Anselmo così come di filosofi e studiosi di origine araba, tra tutti le opere logiche di Al-Ghazali che ne influenzarono gli scritti successivi. Nel 1276 fonda il collegio di Miramar, sull’isola di Maiorca, istituto che doveva preparare coloro decisi ad intraprendere la vita missionaria formandoli sullo studio delle lingue e della sua filosofia definita da lui stesso la sua “Arte”.

Come missionario laico viaggia per l’Europa, soprattutto nei paesi del Mediterraneo visitando le corti e domandando sostegno a re e pontefici. A Parigi insegna anche all’Università dove gli viene assegnato il titolo di maestro d’Arti, mai però quello di dottore in teologia. Prese spesso parola per scagliarsi contro gli averroisti latini e per celebrare la sua Arte come metodo infallibile per la conversione dei musulmani.

Nel 1300 è nuovamente a Maiorca continuando la sua vocazione di oratore contro gli infedeli; la sua peregrinazione non si ferma e giunge fino in Africa settentrionale dove viene catturato ed imprigionato per poi essere rilasciato. Arriva a Pisa, in Italia dove si ferma un anno e poi nuovamente a Parigi. Nella capitale francese scatena una vera e propria persecuzione contro i tanto odiati averroisti, definiti eretici perché non comprendono come unicum la filosofia e le verità di fede. L’albero della filosofia d’amore che compone in questi anni lo dedica non di meno che al re di Francia Filippo il Bello.

Nel 1311 partecipa al quindicesimo concilio ecumenico della Chiesa Cattolica, tenutosi a Vienne, dove vennero discussi argomenti importanti come la questione dei Templari e la lotta alle eresie. Per quanto riguarda l’ordine dei cavalieri Templari, dopo il processo e l’analisi delle azioni dei suoi membri ne fu decisa la soppressione. Nel corso del concilio furono inoltre condannati alcuni pensieri considerati eretici e non pertinenti ai principi cristiani, dibattito nel quale vi si inserì anche Llull chiedendo di imporre il divieto di insegnare l’Averroismo. Sempre in tale sede il missionario spagnolo sostiene la ripresa delle crociate che furono poi indette da Clemente V con l’impegno di Filippo il Bello di organizzarle.

Viaggia anche molto in territorio italiano, visitando città come Genova, Venezia, Roma. Arriva fino a Tunisi dove incontra il qadi musulmano con il quale si ritrova ad interloquire sui dettami delle due grandi religioni monoteiste. Muore nel 1316, all’età di ottantaquattro anni a Maiorca, dove le sue spoglie ancora riposano nella chiesa di San Francesco di Palma.

Laico e secolare per tutta la vita, non vi sono notizie che attestano un suo inserimento in uno degli ordini religiosi presenti a quel tempo e sono anche da scartare le ipotesi di un suo inserimento nei terziari francescani come invece era stato ipotizzato in passato.

L’Ars Magna

L’opera più nota e conosciuta dell’intellettuale spagnolo è sicuramente l’Ars Generalis Ultima o Ars Magna, resa pubblica nel 1305. Nella concezione di Llull l’Arte può essere definita come il “metodo dei metodi”, un metodo che con l’utilizzo di lettere, formule mnemoniche e diagrammi riesce a discernere il vero dal falso, applicabile a qualsiasi campo del sapere. Ramon Llull utilizza il suo metodo nella sua missione di conversione degli infedeli rivelando le verità cristiane tramite la logica e il ragionamento. L’arte è quindi un metodo analitico che si basa su schematismi derivati dalla logica aristotelica, partendo dalla convinzione che esistono dei principi logici veri in sé ed universali da cui derivare tramite il ragionamento nuove verità.

In questo lavoro, la logica e il ragionamento sono usati per convincere i musulmani della verità della fede cristiana. L’intera arte è profondamente analitica, utilizza ausili visivi e grafici per combinare idee, testarne la validità e generare nuove conclusioni. Quindi da un assoluto vero ed indimostrabile si possono derivare altre infinite verità nel campo del possibile e del probabile.

Questo metodo fu ripreso nei secoli successi da intellettuali del calibro di Cartesio: nel suo metodo filosofico è possibile ritrovare alcune logiche lulliane. Per Llull ogni problema è risolvibile scomponendolo in parti più piccole per essere poi ridotte a lettere dell’alfabeto. Nell’analisi del metodo cartesiano si eliminano le opzioni non vagliabili attraverso il dubbio arrivando a soluzioni immediate. L’Arte di Llull ha quindi dato spunti interessanti al filosofo francese che lo cita nella sua opera, unicum rispetto alla sola presenza di Cartesio e Dio.

Anche in Leibniz troviamo spunti interessanti che riprendono la concezione atomistica di Llull derivata a sua volta dalla logica di Aristotele. Come già detto in precedenza lo studioso spagnolo aveva determinato la presenza di concetti primitivi che componevano concetti più complessi. Quello che Leibniz apprezza e coglie è l’intuizione geniale dietro l’Ars Magna, che lui chiama Ars Combinatoria, ossia l’utilizzo di segni geometrici o algebrici per identificare i concetti, in modo da creare tutte le combinazioni possibili e svilupparle in una mappa universale della conoscenza.

Electorium Parvum seu Breviculum

Con il Breviculum possiamo avere una chiara e sintetica visione della vita del maestro Ramon Llull. Il codice miniato infatti ripercorre quelle che sono state le vicende più importanti nell’esistenza dello spagnolo, fornendo inoltre una compilazione degli insegnamenti e della sua Arte. Il testo viene composto da un discepolo francese, tale Thomas le Myésier, intorno al 1321. Lo scopo del seguace era quello di diffondere presso la corte francese il pensiero del suo maestro che lui chiama “il dottore illuminato”.

Il manoscritto presenta testi concisi, brevi ed efficaci dal punto di vista conoscitivo, accompagnati da ben 12 miniature a pagina intera. La scelta di presentare un apparato testuale, scarno, corredato da immagini esplicative e dettagliate derivava dalla necessità degli uomini del tempo, “gli uomini moderni”, di fruire della conoscenza con brevità e concisione.

Il codice è dal 1807 custodito alla Baden State Library Karlshure, in Germania, e rappresenta tramite le sue miniature un reperto di inestimabile valore per l’arte raffigurativa della Francia del XIV secolo. La particolarità di quest’opera è data anche dall’unicità che l’utilizzo della foglia d’oro insieme a quella d’argento le conferiscono. Le miniature possono essere suddivise in due gruppi, le prime sette raccontano storicamente la figura di Llull, dalla sua conversione del 1263 al 1307 con il suo viaggio in Nord Africa. Le restanti cinque invece spiegano in modo chiaro e limpido, la filosofia del religioso spagnolo, fornendo ai posteri una visione breve, ma completa dell’Arte lulliana e la sua applicazione nelle future elucubrazioni sulla logica.

Margherita Luti: Musa e Madonna di Raffello

L’arte non fu la sola passione che in vita assorbì l’interesse di Raffaello. L’amore fu un elemento essenziale nell’esistenza dell’artista, un elemento imprescindibile ed inseparabile dal suo percorso artistico. Il pittore sì innamorò perdutamente di una popolana, figlia di un fornaio di Trastevere. La donna amata era Margherita Luti, rappresentata da Sanzio in molti suoi dipinti. Raffaello cultore della bellezza in ogni sua forma, s’innamorò di questa avvenente ragazza non appena la vide, un’unione che perdurò fino alla morte dell’artista e che influenzò e arricchì di significati nascosti le sue opere.

Chi era Margherita Luti?

 Uno dei primi ad identificarla come la donna amata dal pittore umbro è Vasari che la collega alla modella del dipinto “La Velata”. Famosissimo il suo soprannome: la Fornarina, titolo anche di un altro lavoro di Raffaello. Sappiamo per certo che in quegli anni lavorava come fornaio a Roma un senese d’origine, dall’inequivocabile cognome Luti. Questi aveva una figlia dall’età simile alla ragazza ritratta nella “Fornarina” e la sua bottega si trovava a Trastevere, non lontano da Villa Farnesina dove Raffaello stava lavorando. Si racconta che Sanzio abbia addirittura minacciato di interrompere il suo intervento sull’affresco di Galatea se l’amico Agostino Chigi non gli avesse permesso di avere Margherita come sua modella al posto della cortigiana che era stata scelta per il ruolo. Sempre per amore il pittore umbro rimanderà sempre il suo matrimonio con la promessa sposa Maria Bibbiena, nipote del cardinale Bernardo Dovizi, che non arriverà mai all’altare a causa degli impegni sempre improrogabili del Sanzio.

Come si conobbero Raffaello e Margherita?

La tradizione vuole che l’incontro sia avvenuto per caso: Raffaello si stava recando al cantiere quando vide la ragazza che si spazzolava i capelli alla finestra rimanendone folgorato. Il Vasari ci offre invece una versione diversa, ci disegna un Raffaello sfrontato a tal punto da fissare lo sguardo su Margherita intenta a immergersi nelle acque del Tevere del tutto svestita, lasciandosi guardare dal pittore. Nonostante questa prima storiella dai toni non aulici, il Vasari racconta poi che Raffaello affida al suo garzone, il Baviera, il compito di prendersi cura della donna amata, donna che amerà intensamente per tutta la vita, lasciandole anche un’ingente somma di denaro alla sua morte.

L’amore del Sanzio non fu a senso unico, Margherita ricambiava il sentimento in modo appassionato e fedele tanto che, nonostante non l’avesse potuto vegliare sul letto di morte perché era stata allontanata, al momento del corteo funebre raggiunge il feretro lanciandosi sopra, disperata e piangente. La donna rimane talmente provata dalla scomparsa di Raffaello che pochi mesi dopo la sua dipartita decide di ritirarsi nel convento di Sant’Apollonia a Trastevere.

Margherita nell’arte di Raffaello

La Fornarina

Il dipinto più celebre in cui compare rappresentata Margherita Luti è senz’altro La Fornarina, dipinto nel 1520 e conservato oggi a Palazzo Barberini. L’opera realizzata poco prima di morire, era conservata nello studio del Sanzio tanto da far pensare che l’avesse realizzata per se stesso, non essendoci neppure nessun disegno preparatorio, sarebbe stata completata di getto nelle giornate passate in compagnia della Luti.

La donna è rappresentata senza vesti, colta nel momento in cui tenta di coprire i suoi seni, in un gesto di pudicizia che però attira lo sguardo dello spettatore. Il corpo etereo risalta sullo sfondo scuro e si può notare in alto una pianta di mirto simbolo di Venere e di fedeltà matrimoniale. La Fornarina indossa un bracciale che reca il nome di Raffaello e sulla fronte porta una perla, che in greco antico era indicata nientemeno che con il nome di Margherita.

In seguito al restauro del dipinto è stato scoperto all’anulare sinistro della donna un anello che potrebbe rappresentare una fede nuziale. Tale particolare era stato nascosto dagli allievi del pittore umbro per paura di ripercussioni da parte dell’ambiente ecclesiastico che avrebbe potuto anche far distruggere l’opera. Questo dettaglio suggerisce ci sia stato un matrimonio segreto fra Raffaello e Margherita e questa teoria sarebbe supportata anche dalla notazione del monastero di Sant’Apollinare che definisce la Luti una vedova.

Margherita modella di Madonne

Margherita Luti non fu solo la protagonista de La Fornarina, ma servì da modella per molte altre opere di Raffaello: fu il volto della Madonna Velata conservata presso Palazzo Pitti a Firenze, della Madonna Sistina conservata a Desdra e della Madonna delle Seggiola esposta anch’essa a Palazzo Pitti. In ognuna di queste Madonne si può ammirare l’eleganza pittorica dell’artista urbinate: tutte presentano una bellezza quasi sovrannaturale, la bellezza fisica si fonde con la bellezza dell’anima facendo trasparire la grazia insita in queste figure, l’equilibrio compositivo è ai massimi livelli, una forte sensazione di serenità viene trasmessa a chi fruisce dell’opera, una serenità legata alla religiosità del soggetto rappresentato che trasmette un sentimento tenero e di benevolenza.

La Velata

Il Vasari, nella biografia dell’artista umbro, parla di un dipinto dove Raffaello aveva ritratto la donna amata ed acquistato dal Fiorentino Matteo Botti, portando la tradizione ad identificare quindi la donna con Margherita Luti.

L’opera viene realizzata intorno al 1512, quando l’artista è a Roma, ma finisce presto per arrivare a Firenze dove nel 1619 entra a far parte delle Collezioni medicee in seguito ad un’eredità di uno dei componenti della famiglia Botti. Per molto tempo il dipinto non fu neanche considerato un lavoro del Sanzio fino a quando nel 1839 Passavant, pittore e storico dell’arte, lo attribuisce a Raffaello per via della somiglianza della donna ritratta con quella della Fornarina. Nell’Ottocento poi, per via dei successivi ritocchi che ne nascondevano la vera mano, il quadro era considerato appartenente alla scuola raffaellita fino al restauro che ne fa riscoprire l’autenticità.

La donna si staglia a mezza figura su uno sfondo nero, posta di tre quarti, girata verso sinistra. Nella ritrattistica di quel tempo il velo era associato alla figura della Vergine, ecco perché la scena è spesso descritta come un dipinto rappresentante la Madonna. Il velo, insieme al pendente con rubino e zaffiro, è anche simbolo di unione matrimoniale. Grande maestria si rileva nella camicia increspata e nell’ombra del velo che richiama un certo tocco di ispirazione leonardesca. L’intera opera presenta una tecnica libera dall’influenze fiorentine e un’organizzazione formale che rasenta la perfezione. Il capo velato evidenzia in modo ancora maggiore la bellezza della donna ritratta e l’intensità ammaliatrice del suo sguardo.

Madonna Sistina

Realizzata tra il 1513 e il 1514, durante il pontificato di Leone X, ha portato gli studiosi a pensare fosse stata realizzata come stendardo processionale poiché il supporto di tela è insolito per i lavori del Sanzio di questo periodo. Alcuni hanno ipotizzato potesse essere nata per la tomba di Giulio II, ma ad oggi è certo che venne dipinta per il Convento di San Sisto a Piacenza, tesi corroborata anche dai progetti michelangioleschi per il monumento funebre del Pontefice della Rovere che non prevedevano alcun tipo di pala d’altare. Nel 1754 l’opera finisce in mano di Augusto III di Polonia che, come elettore di Sassonia, porta il dipinto a Dresda. Nel 1945 viene trasferita a Mosca e farà ritorno a Desdra solo nel 1955.

Il dipinto presenta un’impostazione scenica che ricorda quella di rappresentazione teatrale. Al centro la Madonna che discende da un nugolo di nubi dove è possibile vedere volti di cherubini, in braccio il bambin Gesù che volge lo sguardo direttamente allo spettatore. Ai lati San Sisto e Santa Barbara, posti come mediatori fra i fedeli e la Maria Vergine.  Il movimento della Madonna è dato dal leggero moto della veste più che dalla rappresentazione di un moto dei personaggi. In basso un parapetto accentua la teatralità della scena con due angioletti appoggiati ad esso, divenuti molto popolari e ripresi nei secoli successivi come figure a sé stanti.

La particolarità dell’opera sta nel modo in cui il Divino si pone ai fedeli: Maria intercede per loro, il bambino è offerto alla vista degli spettatori; non sono i fedeli che ammirano Dio, ma è la Divinità che si presenta a loro. La Madonna è raffigurata con semplicità, una grande umanità traspare dalla sua persona, ma è la luce di purezza che ella emana che la rende perfetta, al di là di ogni possibile contestualizzazione umana.

Madonna della Seggiola

Quest’opera del Sanzio è datata dagli studiosi intorno al 1513-1514, successiva alla realizzazione della Stanza di Eliodoro in Vaticano, ed è stata dipinta probabilmente su commissione di Leone X che la spedì successivamente a Firenze ad alcuni suoi parenti. È conservata oggi a Palazzo Pitti, dopo aver soggiornato in Francia durante il periodo napoleonico dal 1799 al 1815. Le dimensioni della tavola sono modeste, 71 cm e il nome deriva dalla sedia camerale, in uso nel contesto papale, sulla quale siede la Madonna. Tutta la composizione richiama allo stile michelangiolesco, le figure hanno una concreta plasticità, la fisicità è massiccia, importante, anche se il tutto è calmierato e reso più equilibrato dall’evidente raffinato stile raffaellesco.

Il dipinto presenta solamente tre figure: al centro la Madonna tiene in braccio Gesù, tutti e due rivolgono lo sguardo all’esterno, ma mentre la Vergine guarda direttamente allo spettatore, il bambinello sembra volgere lo sguardo ad un punto più lontano, in una direzione a noi sconosciuta. Maria solleva un ginocchio per tenere meglio in grembo il figlio, questo fa spostare il baricentro della sua figura, spostandola in avanti e dando così la sensazione che stia cullando il bimbo, in un gesto di amorevole affetto materno. Le teste dei due si toccano, a sottolineare l’intimità della scena che viene equilibrata dalla figura di San Giovanni bambino, posto sulla destra, uscente dallo sfondo nero mentre rivolge una preghiera alla Vergine.

Le vesti di Maria non sono nulla di regale, rimandano ad un abbigliamento modesto, quasi quello di una popolana. In questa rappresentazione è chiara l’umanizzazione della Vergine, l’amore materno pervade tutta la raffigurazione donandole un’aura soave e dolce. Non manca però lo stile raffinato di Raffaello, un equilibrio compositivo che rende il dipinto un capolavoro di bravura ed ingegno, insito nel movimento circolare lo pervade e dal sapiente gioco di toni caldi e freddi che con contrasto danno risalto alle figure della Madonna e del Bambino.

Francesco d’Assisi diventa Santo

Vita del Santo di Assisi

Francesco d’Assisi nacque nel 1182 ad Assisi, figlio di un ricco mercante di tessuti, Pietro di Bernardone e della moglie Pica. La famiglia faceva parte della ricca borghesia della città, arricchitasi grazie al commercio di stoffe. Battezzato Giovanni dalla madre, in onore di San Giovanni Battista, fu presto chiamato Francesco, nome voluto dal Padre in ricordo del paese, la Francia, che tante fortune aveva donato alla famiglia.  In gioventù il Santo si dedicò a proseguire il commercio paterno, conducendo una vita spensierata ed agiata tra la gioventù aristocratica di Assisi, con cui si dedicava a divertimenti ed appuntamenti mondani.

 In quegli anni era scoppiata una guerra fra Assisi, schierata con i Ghibellini, e Perugia, al fianco dei Guelfi; a questo conflitto prese parte anche Francesco che dopo una rovinosa sconfitta di Assisi fu catturato e fatto prigioniero. Durante questo periodo di reclusione si dice che avvenne la sua conversione, con la decisione di avvicinarsi alla Fede e portare Cristo sempre nell’intimità del suo cuore. Un anno dopo, a seguito di un riscatto pagato dal Padre, il giovane Francesco tornò alla libertà, trascorrendo la convalescenza, poiché molto malato, nei possedimenti del Padre, iniziando a sentire un forte sentimento di amore anche verso la Natura vista come opera mirabile di Dio.

La vera svolta che portò Francesco alla decisione di cambiare completamente la sua vita per dedicarsi agli ultimi e bisognosi iniziò però con la decisione di partecipare come Cavaliere alle crociate. Intorno al 1203-1204 partì da Assisi per la Terra Santa, dove tuttavia non arrivò mai, perché malato dovette fermarsi a Spoleto. Qui nella chiesa di San Sabino sembra ricevette due rivelazioni notturne, sogni premonitori e visioni che gli indicarono il giusto cammino da seguire. Iniziò così un cammino di spogliazione dai beni materiali e dalle ricchezze della famiglia che lo portarono a gesti di grande compassione e generosità donando denari ai poveri e iniziando a mendicare. Nel 1205 quando si trovava a pregare nella chiesa di San Damiano il Crocifisso gli parlò tre volte, chiedendo di riparare la casa del Signore che versava in condizioni precarie. Francesco utilizzò quindi i ricavati di una vendita di tessuti come donazione per la ristrutturazione della chiesa. Il gesto non piacque però al padre che lo denunciò ai consoli della città. Messo sotto processo il Santo rinunciò pubblicamente all’eredità paterna e si spogliò delle sue vesti. Il vescovo di Gubbio, chiamato a sostegno proprio da Francesco, protesse pudicamente il giovane e con questo gesto lo accolse sotto la protezione della Chiesa. Da quel giorno iniziò il cammino spirituale e materiale che portò Francesco a Gubbio dove nel 1206 indossò per la prima volta il saio, abito che indentificherà sempre l’ordine da lui fondato. Ad Assisi si occupò dei lebbrosi e visse di elemosina, predicando la povertà e avversando la società del ‘200, dedita a privilegiare i piaceri della vita rispetto ad una vita frugale secondo i valori cristiani.

Secondo la tradizione il 24 febbraio del 1208 ascoltando il Vangelo di Matteo si concretizzò nella sua mente l’idea della predicazione e della creazione di una comunità di frati, riuniti tutti nel rispetto di una Regola di vita. Questa Regola fu riconosciuta ufficialmente nel 1209 da Papa Innocenzo III che riconobbe ai seguaci di Francesco il titolo di Ordo Fratum Minorum. I principi cardinali dell’Ordine dei Francescani erano la Fraternità, realizzata nella vita comunitaria; l’Umiltà, essere cioè al servizio degli ultimi senza desideri terreni; la Povertà, vivendo una vita semplice e senza vizi. Importante era anche lo spirito missionario che spinse Francesco a promuovere nuove missioni in giro per l’Europa, principalmente in Germania, Francia e Spagna.

 Nel 1219, nel corso della V Crociata, avvenne poi il famoso incontro che vide Francesco al cospetto del nipote di Saladino, il sultano Al-Malik al-Kāmil, per cercare di convertirlo e far così terminare le ostilità fra Cristiani e Musulmani. Il tentativo di conversione fallì, ma Francesco si guadagnò la stima e il rispetto del sovrano arabo. La pacifica rivoluzione di San Francesco ebbe presto ad affrontare i primi problemi, i seguaci iniziarono a deviare dai propositi iniziali, divenendo più colti e accumulando ricchezze. Con la Bolla Pontificia “Solet Annuere” Onorio III riconobbe e rese ufficiale la Seconda Regola che permise maggiori libertà ai frati, ma imponeva la sua accettazione senza nessuna interpretazione.

Il 14 settembre 1224, sul Monte della Verna, Francesco ricevette alcune visioni, fra le quali quella di un Serafino crocifisso, da quest’evento ne derivò la comparsa delle Stigmate sul corpo del Santo. Due anni dopo nel giugno 1226 compose il suo Testamento, dove sottolineò l’importanza di conservare lo spirito originario della Regola, non abbandonando la vocazione ad aiutare gli ultimi e i bisognosi. Muore nell’ ottobre dello stesso anno e viene sepolto nella Chiesa di San Giorgio, da dove sarà spostato nel 1230 per essere trasportato nella Basilica omonima ad Assisi.

La canonizzazione di Francesco

Francesco viene proclamato Santo il 16 luglio 1228 ad Assisi in seguito ad uno dei processi di canonizzazione più brevi nella storia della Cristianità. Nella città natale del futuro Santo Papa Gregorio IX gli rende subito omaggio recandosi presso il sepolcro dove sono custodite le sue spoglie. La particolarità dell’evento è data anche dal fatto che la canonizzazione si basava non solo sui miracoli, ma sui racconti di testimoni che avevano conosciuto direttamente Francesco e avevano visto con i loro occhi e tastato con mano il prodigio della sua figura. Una volta ascoltati i testimoni e verificati i miracoli da una commissione di cardinali tra i meno favorevoli, per favorirne l’obiettività, Francesco diventa Santo in una cerimonia che vede lo stesso Papa Gregorio commuoversi nel corso della celebrazione.

I miracoli di San Francesco

Per il processo di canonizzazione furono presi in considerazione quaranta miracoli tra quelli operati per intercessione del Santo, dalla Resurrezione di donne e bambini alla guarigione da malattie considerate incurabili. Tra i miracoli considerati ne vedremo alcuni tra i più importanti:

  • Un ragazzo annegò nel Volturno, presso Capua. Il padre era disperato per la perdita del figlio, così come i soccorritori arrivati sul posto che iniziarono ad invocare San Francesco e il suo aiuto. La preghiera fu ascoltata e il ragazzo si alzò vivo e in salute per tornare dalla sua famiglia.
  • Una donna della città di Montemarano molto devota al frate di Assisi morì. Alla veglia funebre, presenti molte persone, la defunta si risvegliò, si fece confessare dal Sacerdote e confidò allo stesso che San Francesco le aveva permesso di tornare in vita per pentirsi e parlare dei suoi peccati. Una volta terminato il colloquio la donna si riaddormentò per sempre.
  • Una coppia di genitori perse la loro bambina per una morte improvvisa. La madre pregò strenuamente San Francesco rivolgendo a lui tutte le sue preghiere che vennero ascoltate e videro la resurrezione della bambina che poté così riabbracciare i genitori.
  • Sotto il crollo di una casa perse la vita una giovane ragazza, la cui madre era disperata. La donna pregò incessantemente il Santo di Assisi, che ascoltò le sue preghiere e riportò in vita la ragazza tramite la sua intercessione presso Cristo.
  • Nella città di Tebe viveva una donna cieca dalla nascita. Il giorno della festa del Santo partecipò alla Santa Messa e durante l’Eucarestia i suoi occhi tornarono finalmente a vedere grazie alla guarigione avvenuta per mezzo del Santo.
  • Un giovane, che stava lavorando presso una catasta di legna nel periodo della vendemmia, finì per morirne schiacciato. Il padre accorso sul posto pregò San Francesco affinché facesse il miracolo e lo riportasse in vita. Il Santo fece il prodigio e il giovane resuscitò.
  • Un uomo che stava curando la vigna si ferì in modo irreparabile all’occhio, perdendolo. Disperato pregò con tutte le sue forze San Francesco così da poter ricevere la grazia. L’occhio guarì miracolosamente e della lesione non rimase neanche il segno.
  • In Assisi un uomo fu aggredito durante un furto e perse entrambi gli occhi. Portato all’altare di San Francesco invocò la grazia del Santo. Francesco fece nuovamente il miracolo: tre giorni dopo le preghiere, l’uomo si ritrovò un nuovo paio di occhi, più piccoli, ma utili per tornare a vedere.
  • Durante una celebrazione presso la Basilica di San Francesco una partecipante fu colpita alla testa da una grossa pietra che era stata lasciata sul pulpito per sbaglio. Considerata morta viene coperta con un telo senonché al termine della predica la donna si rialza come se nulla fosse successo e racconta di aver affidato la sua vita a San Francesco che ha interceduto per lei affinché tornasse nel mondo dei vivi.
  • Un chierico di nome Matteo aveva ingerito del veleno, a causa di ciò perse completamente la mobilità del corpo e l’uso della bocca. Affidò così a San Francesco la sua guarigione che intervenne a favore del credente tanto che quest’ultimo riuscì a pronunciare il nome del Santo e ad espellere tutto il veleno ingerito.
  • Un uomo che aveva perso l’uso di una gamba a causa di un tumore si rivolse a San Francesco per ottenere la grazia. Poco dopo la preghiera ricevette in sogno Francesco che gli sfiorò l’arto con un bastone a forma di tau. L’uomo riacquistò immediatamente l’uso della gamba e poté tornare a camminare liberamente. A ricordo dell’intervento miracoloso rimase per sempre un segno a forma di tau sul corpo dell’uomo.

Giotto: Il miracolo della Sorgente

Tra i miracoli di San Francesco, Giotto ne sceglie uno molto particolare da rappresentare nella Basilica Superiore di Assisi. Dipinta tra il 1295 e il 1299 l’artista raffigura il cosiddetto miracolo della Sorgente, episodio all’interno della Legenda Maior di San Francesco. Si racconta che un giorno il Santo era in groppa ad un asino di un uomo che lo accompagnava e avendo quest’ultimo molta sete cercò di aiutarlo. Miracolosamente, infatti, l’acqua sgorgò da una pietra e il poveretto riuscì a placarne il suo bisogno.

L’affresco è strutturato secondo la classica composizione diagonale dell’artista fiorentino: le direttrici dell’opera portano lo sguardo a focalizzarsi su Francesco, posto al centro come fulcro principale della scena. La composizione è così organizzata per rispettare la semplicità francescana, mantenendo un’impostazione geometrica libera però dal rigidismo riscontrabile nell’arte bizantina e romanica. La scena viene resa drammatica dall’ utilizzo di rocce che richiamano lo stile bizantino creando un gioco di luci che dà sostegno alla scena.

Di grande innovazione artistica si parla quando si osserva come è stato rappresentato il piede dell’uomo che si abbevera dalla fonte: l’estremità è piegata nello sforzo di arrivare all’acqua, dando realisticamente il senso del movimento dell’uomo.

Con il restauro dell’opera è emerso come il colore aderisse in maniera imprecisa già prima dei danni causati dall’umidità, questo dovuto probabilmente a calcolo errato del modo e tempo di asciugamento che risulterebbe essere sfalsato a causa della porta della Basilica.

Ferrante d’Este: Il condottiero della congiura

Nascita e infanzia

Ferrante d’Este nasce a Napoli il 19 settembre 1477 dal duca di Ferrara Ercole I d’Este e di Eleonora d’Aragona a sua volta figlia del Re di Napoli Ferrante I. Noti fra i suoi fratelli, Alfonso d’Este, che succedette al padre, e Ippolito, famoso cardinale, non dimenticando Isabella d’Este che andrà in moglie a Francesco II Gonzaga. Ferrante nasce nella città partenopea durante una visita della madre presso la corte di Castel Capuano dove si sarebbe dovuto svolgere il matrimonio del padre di lei con la principessa spagnola Giovanna di Trastamara. Il bambino cresce alla corte napoletana finché nel 1489 guida il corteo nuziale di Isabella d’Aragona che deve raggiungere lo sposo Gian Galeazzo Sforza a Milano, fermandosi poi presso Ferrara alla corte del padre.

Alla corte francese

Quattro anni dopo il padre lo manda alla corte di Carlo VIII sovrano di Francia. L’esercito francese invade poco dopo l’Italia, arrivando fino a Napoli, ma Ferrante non è con loro poiché si è fermato a Roma, dove vive in modo dissoluto sperperando il denaro che il padre gli invia. Ercole I rimprovera il figlio e lo invita a riunirsi con le truppe francesi affinché non perda il favore di Carlo VIII. Ferrante combatte con i francesi per poi tornare in Italia nel 1497.

In Italia

Partecipa alla guerra di Pisa nel 1498, dopo che Venezia gli ha concesso una condotta per essa, combattendo nella città toscana fino agli inizi del 1499. Torna a Ferrara e viene licenziato da Venezia, così sempre nel 1499 parte per Milano, insieme al fratello Alfonso, al fine di conoscere Luigi XII di Francia. Dal re francese non riceve i favori sperati a causa dei debiti contratti con la corte di Francia durante il regno del predecessore. Nel 1502 è colui che prende possesso della Pieve e di Cento, lasciate ai duchi d’Este da Alessandro VI.

La lite su Don Rainaldo

Ferrante partecipa ad una lite avvenuta fra il fratello Ippolito e il figlio naturale di Ercole I, Giulio d’Este. Al centro del litigio un musicista, Don Rainaldo, al servizio di Giulio, ma richiesto da Ippolito per la propria cappella. Il cardinale ritorna a Ferrara nel 1504 per la malattia del padre e porta con sé il musicista rinchiudendolo nella Rocca del Gesso. Giulio, insieme a Ferrante e un nugolo di persone armate, trova il nascondiglio e si riprende Rainaldo. Alfonso d’Este, spinto dalle lamentele di Ippolito esilia Ferrante e Giulio, rispettivamente a Modena e a Brescello. Convinto da Lucrezia Borgia, Isabella d’Este e Francesco II Gonzaga, Alfonso perdona i fratelli e li libera.

L’ideazione della congiura di Giulio e Ferrante

Dopo un’altra furiosa disputa fra Giulio e Ippolito, questa volta per l’amore di una donna, nella mente del primo si affaccia un desiderio di vendetta, soprattutto nei confronti del fratello Alfonso che non aveva punito il cardinale per non perderne l’appoggio. Giulio racconta la sua idea di una congiura contro il fratello a Ferrante che sposa in pieno la sua cospirazione poiché questa favorirebbe le sue mire al governo del Ducato. La congiura prende piede anche fra diversi signori ostili ad Alfonso e prevede l’uccisone non solo del duca, ma anche del cardinale Ippolito. I due fratelli trovano appoggio grazie al fatto che in quel momento la politica gestionale di Alfonso era criticata dal popolo e dalla corte e a Roma era appena stato eletto papa Giulio II che non aveva una grande stima della famiglia estense. Tra i congiurati anche il cantante di corte Gian Cantore, il favorito di Alfonso, ma che conosceva Giulio e forse mirava di entrare nelle sue grazie quale appassionato di musica.

I falliti attentati e gli arresti

La prima mossa è quella di uccidere Alfonso, ma i primi attacchi, avvenuti con pugnali avvelenati, non sortiscono l’effetto desiderato, sia per la forza fisica del duca sia perché egli era solito indossare una cotta di maglia sotto gli abiti. Il cardinale Ippolito messo in allarme promuove una serrata ricerca, effettuata da diverse spie, per scoprire i mandanti e i partecipanti alla cospirazione. I colpevoli vengono trovati ed arrestati, costringendo Giulio, consigliato da Isabella e Lucrezia Borgia, a rifugiarsi a Mantova da Francesco II Gonzaga. Alfonso venuto a sapere della congiura che Giulio sia riconsegnato: inizia così una lunga contesa che finisce con il ritorno di Giulio a Ferrara solo dopo la minaccia di intervenire militarmente da parte di Alfonso.

Il processo e l’incarcerazione

Presso l’abitazione di Sigismondo d’Este ha inizio, a settembre 1506, il processo contro i cospiratori che vengono trovati colpevoli di alto tradimento e lesa maestà e condannati a morte. Gli unici che si salvano sono Giulio e Ferrante che vedono la loro pena commutata in carcere a vita e privati di ogni loro bene. Il menestrello Gian Cantore fu invece fatto sfilare per le strade della città, vittima di botte e insulti, per poi essere appeso alla torre dei leoni in una gabbia di freddo ed ivi lasciato morire di freddo.

Ferrante e Giulio sono rinchiusi in due piccole stanze all’interno della Torre dei Leoni che fa parte del castello estense. Vivono così, isolati e lontani dal resto del mondo, per diciotto anni fino a che non possono godere almeno della compagnia reciproca dopo essere stati collocati in una stanza comune. Ferrante muore nel 1524 dopo ben trentaquattro anni di prigionia in cui non ha avuto nessuna possibilità di essere visitato da un familiare. Giulio viene invece liberato dal nipote Alfonso II d’Este nel 1559, ben cinquantatré anni dopo la sua incarcerazione.

Condottiero Ferrante d’Este di Patrimoni d’Arte

Patrimoni d’Arte presenta l’incunabolo “Condottiero Ferrante d’Este” un’opera dedicata al nobile ferrarese e rientrante nella categoria dei libri d’ore. Le prime produzioni di codici miniati erano soprattutto di carattere religioso, i Vangeli erano fra i testi più riprodotti, ma anche storie di Santi e i famosi Libri d’Ore. I Libri d’Ore erano libri in cui venivano raccolte oltre che alle preghiere da recitare nella giornata, anche un calendario e spesso un salmerio, annotazioni musicali del canto liturgico; erano quindi raccolte delle giornate liturgiche che dovevano accompagnare il fedele nella sua quotidiana professione di Fede. Questi manoscritti erano decorati da miniature ed impreziositi da decori in oro e argento. La loro diffusione fu dovuta soprattutto alla loro grande bellezza, tanto che venivano spesso regalati a familiari ed amici nelle occasioni più importanti.

Cos’è un incunabolo

La particolarità di questo prezioso testo è il fatto di essere un incunabolo, ossia uno dei primi testi non manoscritti, ma stampati a caratteri mobili dopo l’invenzione della stampa da parte di Gutenberg. Il termine deriva dal latino umanistico incunabulum, forma singolare ricostruita per la nuova accezione del latino classico incunabula, soltanto plurale, che significa “in culla”. Erano imitati i caratteri amanuensi e il tipografo lasciava lo spazio del capolettera in bianco con una piccolissima lettera stampata che veniva poi riprodotta successivamente a mano da un rubricatore o copista. Questi esemplari si differenziano dai manoscritti poiché al loro interno è presente il colophon, con le note tipografiche e la disposizione del testo è su colonne. Inoltre, sono spesso utilizzate abbreviazioni e contrazioni e sono inserite note a margine.

La doppia lingua

Altra particolarità del testo è il fatto di essere composta in due lingue, quella francese e quella latina. Questo perché il latino, che era stato fino ad allora lingua dei dotti e della religione, inizia a perdere terreno, soprattutto dopo lo sviluppo delle corti europee e della loro burocrazia, in favore delle lingue volgari che acquisiscono risonanza e l’utilizzo sicuramente più facile e immediato ne permette uno sdoganamento anche ai livelli più alti della società.

FRIDA KAHLO: l’arte che colora il dolore

frida kahlo

Le vicende che accendono l’arte di Frida

Nel 1925, il 17 settembre Frida Kahlo è vittima, insieme al fidanzato dell’epoca, Alejandro Gomez, di un incidente dovuto allo scontro fra l’autobus su cui si trovava e un tram.

L’urto non è particolarmente violento, ma causa comunque gravi danni ai due mezzi e alle persone trasportate.

Frida viene ferita in modo grave da un corrimano, trafitta da parte a parte.

Dopo un anno dall’incidente riceverà la prima seria diagnosi che constaterà la frattura di due vertebre lombari, del bacino in tre punti, del piede destro, insieme ad un gomito lussato e una profonda ferita all’addome.

I dottori le prescrivono l’uso di un busto di gesso per un minimo di nove mesi, e riposo assoluto per due.

È nel periodo della convalescenza che la Kahlo inizia a produrre i suoi primi lavori artistici.

La madre le fa prima costruire un cavalletto da poter usare stando sdraiata, poi trasforma il letto creando un baldacchino con un grande specchio permettendo a Frida di vedersi.

Questo è il periodo degli autoritratti, famosi per gli occhi sovrastati da sopracciglia drammatiche diventate poi un’icona di femminismo e di liberazione rispetto ai canoni di bellezza imposti da una società maschilista.

La Kahlo si sottrae ai tabù culturali del tempo rileggendo anche quelli legati alla sessualità femminile.

La pittura di Frida legata al suo periodo di riposo forzato è una pittura fatta di pazienza e piccole dimensioni, un’arte che diventa man mano più consapevole e ricca nella produzione.

Nel 1927 la pittrice messicana torna a vivere, conducendo una vita che quanto più vicina alla normalità, nonostante la fatica e il dolore provocato dai busti e dalle cicatrici degli interventi.

Dal 1928 entra a far parte degli artisti legati alla corrente artistica del mexicanismo, un movimento che sostiene un’arte messicana più legata agli usi e costumi popolari e meno costretta nello stile accademico imposto; un’arte prevalentemente murale, una pittura dallo scopo anche educativo per la maggior parte degli analfabeti messicani.

L’arte della Kahlo: tra tradizione e modernità

La Kahlo dà vita ad un suo specifico modo di rendere emozioni e idee, un personalissimo ed unico linguaggio figurativo che trae ispirazione in particolar modo dalla cultura precolombiana e dall’arte popolare messicana.

Nei suoi lavori è possibile ritrovare raffigurazioni di Santi della Cristianità, martiri e riproduzioni votive popolari; Frida si rappresenta inoltre con abiti di campagna o costumi della storia indio; il Messico è poi sempre presente grazie all’inserimento della flora e della fauna locali.

Las Dos Frida

Las Dos Frida è un quadro realizzato dall’artista messicana nel 1939, dove ella stessa si rappresenta in una doppia versione, come se avesse subito uno sdoppiamento.

L’opera rappresenta la sofferenza di Frida causata dal divorzio dal marito Diego Rivera.

Sulla destra una Frida in abito tradizionale, il Tehuana, ritratta con in mano la foto dell’amato marito, a sinistra una Frida vestita di bianco, con abiti dalla foggia europea, una donna nuova, senza Diego Rivera.

Le due donne sono protagoniste della scena senza però rivolgendosi neanche uno sguardo.

L’artista messicana raffigura così il dissidio interiore che sta vivendo, il suo sentirsi anima divisa fra le tradizioni del suo paese e di riflesso da Rivera e la sua nuova sé, donna emancipata, divorziata, pronta a vivere intensamente il suo soggiorno europeo.

Le due Frida sono nello stesso dipinto, unite dall’ unica essenza che condividono, ma irrimediabilmente separate dalle vicissitudini della vita.

Cosa che più colpisce del quadro sono i due cuori che sono originalmente posti sopra il petto delle due donne, come se potessimo vedere la sua interiorità.

Il cuore della Frida messicana è di un bel rosso vivo, intenso, integro nelle sue parti, come alimentato da nobili sentimenti, dalla felicità della vita coniugale e dall’amore per il compagno.

La Frida europea presenta invece un cuore rotto, danneggiato, dal colore quasi sbiadito, sofferente per il dolore del divorzio e del tradimento subito dal marito e dalla sorella.

Un’ unica arteria li unisce, un unico pulsante collegamento, che viene interrotto irrimediabilmente dalla Frida di sinistra con un paio di forbici.

Il taglio netto fra i due cuori è per la pittrice simbolo e trasfigurazione del dolore profondo e sconvolgente che sta investendo la sua vita, un taglio con il passato, una rinascita dalle ceneri dell’infelicità per vivere un presente nuovo, irrimediabilmente lontano da quello che sono le sue origini.

Frida è devastata, ma riesce nella sua pittura ad esprimere tanto dolore quanto speranza per il futuro, raffigura un’interiorità vera, umana, si apre allo spettatore e al mondo esponendo la sua fragilità senza remore e vergogna alcuna.

Autoritratto con collana di spine

Opera realizzata nel 1940, Autoritratto con collana di spine presenta la pittrice posta frontalmente allo spettatore, immersa in un fogliame fitto, che presenta un’unica foglia gialla, proprio dietro il capo di Frida, come ad incorniciarlo.

A farle compagnia alcuni animali, come la scimmia ragno, il gatto nero e il colibrì sul petto.

Questi esseri sono usati in modo simbolico e suggeriscono lo stato d’animo dell’artista, così come l’espressione di Frida, che si rappresenta con uno sguardo solenne e calmo, suggerendo la sua grande forza interiore che le fa sopportare il dolore, concentrata nel suo mondo interiore.

Il colibrì, di solito colorato è qui rappresentato di colore nero, senza vita, a raffigurare la sofferenza interiore della Kahlo, che convive con il dolore perenne provocato dall’incidente che l’ha vista coinvolta all’età di soli 18 anni.

Per la tradizione del popolo messicano i colibrì morti sono anche utilizzati come amuleti porta fortuna nelle relazioni d’amore.

La stessa collana di spine a cui è appeso l’animale riprende la vita sentimentale dell’artista: il collo di Frida è ferito e sanguinante, simboleggiando il grandissimo dolore che subì a seguito del divorzio da Rivera.

Ulteriore richiamo della collana è quello alla corona di spine del Cristo, così da figurare come una moderna martire.

Sulla spalla destra, simbolo del demonio è posta una scimmia ragno, regalo di Rivera, che stringe la collana di spine fra le sue zampe. In dubbio se la voglia aiutare a togliersela oppure la stia stringendo ancora, aumentandone la sofferenza.

La scimmia potrebbe essere semplicemente il suo animale da compagnia o forse raffigurare il suo bambino mai nato, a causa dei numerosi aborti subito dall’artista.

Come contraltare sulla spalla sinistra troviamo un gatto nero, dalle orecchie abbassate, simbolo di sfortuna e morte, acquattato come se stesse per catturare il colibrì. I due animali sono immagini figurative che raccontano due lati della complessa personalità della Kahlo.

Anche le farfalle che volano tra i capelli della donna assumono un preciso significato, sono infatti simboli di resurrezione, così come il foulard viola tra i capelli assume una forma ad otto orizzontale come il simbolo dell’infinito.

Interessante sottolineare come questo autoritratto fu dipinto da Frida per il suo amante, il fotografo americano Nickolas Muray per sostituire il precedente che la pittrice aveva dovuto vendere per raccogliere denari in seguito alla causa di divorzio da Diego Rivera.

Il pittore messicano è però sempre presente nelle sue opere, anche in questa, nella figura della scimmia ragno, ed insieme agli altri animali e agli elementi della tradizione messicana rappresentano l’universo in cui si muove con maestria la Kahlo.

Autoritratto con collana di spine è un quadro dal forte impatto sentimentale: facile è immedesimarsi nella sofferenza profonda della pittrice messicana, toccante e struggente la sua vita piena purtroppo di dolore e tragedie.

Una figura che ci entra nel cuore per la grandezza con cui sopporta le difficoltà della vita, disinteressata e anzi fiera del suo aspetto e dei suoi difetti.

La colonna rotta

Nel 1944 Frida dipinge “La colonna rotta“, in seguito alle ripetute operazioni chirurgiche ne avevano di fatto limitato la mobilità e incapace di sopportare le fatiche dell’insegnamento.

La pittrice messicana si autoritrae frontalmente, dal mento all’inguine scorre una profonda ferita, uno squarcio, un busto bianco è l’unico elemento che sembra mantenere unite le due parti di Frida. Una colonna metallica percorre l’intera figura: è rotta in più punti a sottolineare le fratture subite, la sua sofferenza fisica e i problemi di salute che ne conseguono.

Una colonna vertebrale bionica che non riesce però più a reggere Frida, causandole infiniti dolori che la costringono a ripetuti periodi di degenza, bloccata a letto.

Il paesaggio che circonda la figura ne riflette le ferite: la pittrice è circondata dalla triste desolazione di un panorama deturpato, desolato e solcato da profonde spaccature. Un modo per sottolineare come la nostra sofferenza ci condizioni nella percezione del mondo esterno.

Nel dipinto è presente una forte carica simbolica, elementi del Cristianesimo sono utilizzati dalla pittrice per sottolineare ed accentuare il proprio martirio esacerbato e nato dal dolore fisico, una sofferenza non nella grazia di Dio, ma simile ai martiri cristiani.

E’ possibile riconoscerlo nei chiodi che punteggiano il corpo della donna, iconografia che riprende il martirio di San Sebastiano, oppure nel corpetto bianco, che riprende i sudari antichi.

Nonostante la sua professione di ateismo e anticlericalismo Frida è nata e cresciuta nella cultura cattolica messicana che al tempo era ancora forte nelle famiglie del paese.

La pittrice, dunque, fa proprio il linguaggio figurativo della Fede per portare il mondo a conoscenza del suo dolore e della sua sofferenza fisica e spirituale.

Viva la Vida

Viva la Vida viene dipinto da Frida probabilmente nel 1952 nonostante la scritta “Viva la Vida – Coyoacán 1954 Mexico” sia stata aggiunta nel 1954 dalla pittrice stessa, otto giorni prima di morire.

A prima vista potrebbe apparire una semplice natura morta, con angurie rossissime e succose, mature e rigogliose.

Il messaggio che si vi può leggere è molto profondo in realtà: un grido di dolore, l’esprimere l’intensa voglia di vivere dell’artista. Il cielo è azzurro, limpido, le angurie esprimono un senso di pienezza e fecondità, come tra le difficoltà lo è stata la vita dell’artista. Un messaggio a tutti coloro che potranno ammirare la sua opera: vivere la vita che è meravigliosa nonostante tutto.

L’anguria è un elemento simbolico presente in molte culture, persino in quella egizia. Gli antichi egizi pensavano che derivasse dal seme di Seth, dio del deserto e della siccità, della tempesta e dei morti.

Nelle tombe l’anguria era spesso posta come cibo per l’aldilà, un nutrimento per la vita dopo la morte, un succoso aiuto per rafforzarla e trarne forza nella nuova esistenza ultraterrena.

Dante: non solo il pellegrino della Divina Commedia

Il Padre della Lingua Italiana

Dante è considerato il padre della lingua italiana e molti sono i cosiddetti neologismi da lui creati. Dovendosi mettere in relazione con un argomento delicato e quasi inesplorato come la narrazione di un viaggio attraverso l’aldilà, che finisce nel Paradiso, luogo di beatitudine e santità il poeta fiorentino si trovò a coniare termini nuovi che gli servissero come mezzi appropriati per descrivere la sua esperienza ultraterrena. L’espediente più utilizzato dall’artista era quello di creare nuovi verbi ricavandoli da nomi ed aggettivi, non escludendo di derivarli anche da pronomi ed avverbi. La maggior parte di questa terminologia non è passata nell’uso dell’italiano corrente poiché erano verbi quasi ad esclusivo uso letterario, necessari a spiegare esperienze non umane e visioni divine. È comunque possibile riscontrare diversi neologismi danteschi in uso nella nostra lingua italiana: fu Dante a usare per primo il termine fertile, dal verbo latino ferre=produrre, per descrivere la terra di origine di S. Francesco nel IX canto dell’inferno. Anche il termine mesto nasce con la Divina Commedia; deriva dal termine latino maestus che significava essere triste ed è utilizzato da Dante per descrivere la misera condizione dei dannati.  Un altro termine, inurbarsi è utilizzato dal Sommo Poeta nel canto XXVI del Purgatorio. Sebbene per Dante volesse dire entrare in città, mentre nel significato moderno indica più un trasferimento dalla campagna alla città, questa parola si è sedimentata nel nostro vocabolario, nel nostro modo di parlare, nella nostra memoria linguistica. Quisquilia è un ennesimo neologismo che il Sommo Poeta utilizzò nel canto XXVI del Paradiso con il significato di inezia, bazzecola. Un altro famoso termine che tutti noi abbiamo incontrato nel nostro percorso scolastico iniziando ad approcciarci allo studio della Divina Commedia è Trasumanare. Il neologismo è stato creato da Dante per spiegare l’esperienza metafisica che ha provato entrando nel regno dei Cieli. Il Poeta necessitava di un termine che potesse spiegare ai suoi lettori le sensazioni e l’emozione provate dallo spirito nell’entrare nel Paradiso sede dei Beati e di Dio. Il termine trasumanare si trova una sola volta nell’ opera dantesca ed attorno ad esso si snoda tutto il primo canto del Paradiso, Dante vuole con questo neologismo rendere l’idea di passaggio ad una realtà superiore, oltre i limiti della natura umana, spera di trasmettere cioè l’estasi che ha invaso il suo animo a contatto con la divinità.

Non solo la Commedia

Sicuramente il Sommo Poeta è noto ai più per la sua Divina Commedia. L’opera lo ha reso tra i più famosi poeti e letterati al mondo, collocandolo nell’olimpo degli immortali. La Divina Commedia è il viaggio di un fedele verso la conoscenza di un Bene superiore, il peregrinare dall’ Inferno al Purgatorio per giungere infine al Paradiso deve essere concepito come un percorso di espiazione delle proprie colpe tramite la consapevolezza delle debolezze umane e dei peccati che conseguono, solo così si potrà esser degni di accedere al Vero Bene e godere della grandezza di Dio che illumina gli animi e dona la beatitudine eterna. Dante però non è solo Divina Commedia, Dante è molto altro, un letterato con conoscenze eclettiche, dalla politica, all’arte dello scrivere, fino agli stili letterali. Diverse sono le opere che compone da quelle di stampo prettamente amoroso e sulla scia del dolce stil novo, agli scritti di carattere politico, evidenziando una grande cultura e capacità critica di Dante per questo argomento.

La Vita Nuova

La Vita Nuova, composta tra il 1292 e il 1293, racconta dell’amore di Dante per Beatrice, ne descrive l’intensità e la vividezza con cui egli vive questo sentimento, arrivando alla conclusione di voler dedicare alla donna amata una futura opera ancora più meravigliosa. Lo scritto si compone di testi poetici inseriti in una prosa che li spiega e fornisce il substrato narrativo per una più organica fruizione dell’opera.

La narrazione si snoda in 42 capitoli dove il poeta narra del suo profondo sentimento d’amore nei confronti di Beatrice incontrata per la prima volta a nove anni. Dante ci racconta di averla rivista nove anni dopo e di come il saluto di lei lo abbia fatto innamorare. Seguono una serie di vicende alla figura della donna, dal saluto tolto a Dante, alle lodi da lui intessute alla morte di Beatrice stessa e all’apparizione successiva che questa fa al poeta.

La Vita nuova è il primo lavoro organizzato in modo organico di Dante ed è anche e soprattutto l’opera che crea le fondamenta della prosa in lingua volgare, ossia l’italiano. Dante ricerca ed utilizza un lessico nuovo, studiato, non rinunciando però all’uso di alcuni latinismi. La prosa è limpida, il ritmo equilibrato, un perfetto bilanciamento fra capacità di trasmettere chiaramente il significato delle parole e il loro procedere soave ed armonico.

Il Convivio

Dante concepisce ed elabora il Convivio come un sunto di tutte le conoscenze della sua epoca, raggruppate in un testo che doveva essere composto di quindici trattati a commento e spiegazione di canzoni introduttive per ogni capitolo. Quest’opera dantesca è rimasta però incompiuta e noi sono giunti solo i primi quattro trattati, uno introduttivo e gli altri ad accompagnare le relative canzoni.

Scritto in volgare, il Convivio fu probabilmente composto a partire dal 1304 per poi essere interrotto verso il 1308. Del titolo particolare è lo stesso Dante a darcene una spiegazione: egli si prefigge lo scopo di organizzare un banchetto (un “convivio”) metaforico alla cui tavola le genti si possano sedere ed assaporare tutte le conoscenze della cultura medievale, non importa del grado di cultura o dell’appartenenza sociale.

Il primo trattato svolge il ruolo di introduzione ed oltre a spiegare le motivazioni che hanno spinto Dante a comporre lo scritto funge da apologia e difesa della lingua volgare, essendo la prima opera composta non in latino di carattere dottrinario e non poetico amoroso. La lingua volgare è apprezzata da Dante in quanto è comprensibile a più persone rispetto al latino e possiede potenzialità dal punto di vista dell’espressività e capacità di donare equilibro e organizzazione compositiva ai testi in cui è utilizzata.

Il secondo e terzo trattato sono entrambi composti di 15 capitoli e si concentrano sull’ elogio alla filosofia. Dante sostiene che, dopo la morte di Beatrice, lo studio della filosofia e la lettura di filosofi come Cicerone e Boezio lo hanno consolato e riportato alla vita retta. La “donna gentile” è qui identificata con la Filosofia e anche la lode all’amata diventa momento di riflessione filosofica e teologica,

Il quarto trattato è formato da 30 capitoli e si articola intorno al concetto di Nobiltà. Per il Sommo Poeta la “vera nobiltà”, non deriva dalla nascita, ma è dono divino che l’uomo deve saper coltivare vivendo secondo virtù ed impegnandosi socialmente. Inoltre, è qui reiterata l’idea di una monarchia universale che guardi all’Impero come soggetto unificante e di potere.

De vulgari eloquentia

Il De vulgari eloquentia nasce dal continuo bisogno di Dante di dare una base teorica alle sue creazioni artistiche. L’opera è perciò una sorta di intervallo teorico, dedicato a ragionare sulle norme compositive e sul linguaggio più giusto da utilizzare. Ma non solo, questo testo edifica le basi per la critica letteraria e diviene fondamentale per la fondazione della storia della letteratura italiana.

L’opera è stata composta tra il 1303 e il 1304 nello stesso periodo in cui veniva scritto il Convivio, dove vi è anche riferimento al titolo del trattato sul volgare. Principalmente il testo cerca di fornire prestigio alla lingua volgare, definendola come una lingua naturale, spontanea e non artificiosa. Al contrario del latino, lingua invece artificiale, poiché creata dall’uomo secondo convenzioni grammaticali e di forma, il volgare viene appreso dalla nascita, in modo immediato, senza bisogno di maestri.

Nella sua apologia del Volgare, passando per la storia universale delle lingue, Dante giunge ad affermare che nessuna delle varie lingue volgari della penisola italiana è paragonabile al volgare illustre usato da poeti e scrittori, gli unici che possono in realtà utilizzarlo per comporre opere di carattere elevato come quelle incentrate su temi politici, morali o amorosi. Sottolinea anche come la forma compositiva ideale per sublimare tutte le caratteristiche del volgare sia la canzone, dallo stile drammatico e dalla metrica endecasillaba. Dante non demonizza però i vari volgari locali, ma sottolinea come potenzialmente essi possano identificarsi in quello illustre, però solo a condizione di eliminare tutti i provincialismi delle varie partale così come hanno fatto i più illustri scrittori della Penisola.

La Monarchia

La Monarchia organizza in modo organico gli ideali politici di Dante ed è l’unica opera teorica ad essere stata interamente portata a termine. Scritta probabilmente tra il 1310 e 1312, se non addirittura dopo il 1315, è suddivisa in tre libri.

Il primo libro sottolinea come la Monarchia universale sia l’unica forma di governo possibile per instaurare fra gli uomini pace e giustizia. Il monarca assoluto essendo proprietario di tutti i beni, non è sottoposto alla bramosia per gli stessi e al contempo l’uomo comune può liberamente esercitare il libero arbitrio in modo moralmente corretto perché non impegnato in guerre e lotte generate dal desiderio del possesso. Inoltre, è nella natura umana la necessità di una guida unica a capo di un sistema gerarchico, una guida che possa indirizzare l’uomo verso il sapere e un comportamento etico.

Il secondo libro è incentrato principalmente sulla narrazione storica. Dante rilegge la storia dell’Impero romano alla luce della sua visione provvidenzialistica e teologica della storia. L’Impero Romano è nato e ha proliferato grazie alla volontà di Dio, affinché la diffusione degli insegnamenti di Cristo fosse facilitata da un mondo unito sotto un’unica autorità.

Il terzo ed ultimo libro si sofferma invece sui rapporti fra Stato e Chiesa. Dante critica e confuta sia le tesi dei filoimperiali sia quelle dei filopapali, apportando motivazioni storiche ed argomenti filosofici. Nelle sue elucubrazioni il Sommo Poeta sostiene la nullità della Donazione di Costantino e perciò il Papa non può ritenersi detentore di qualsivoglia potere temporale. Inoltre, dichiara che sia il potere imperiale che quello pontificio derivino direttamente da Dio e quindi non possano essere subordinati l’umo all’altro. L’autorità imperiale deve essere finalizzata al consentire la felicità terrena degli uomini mentre quella papale deve prodigarsi per salvaguardare la natura spirituale degli esseri umani conducendoli alla salvezza della vita eterna.