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Andy Warhol: il genio della Pop Art

Le origini di Andy Warhol

Andy Warhol è ormai diventato un personaggio cult del XX secolo, difficile se non impossibile non conoscere almeno una delle sue opere, indimenticabili le sue serigrafie che ritraggono Marilyn Monroe o Mao Tze Tung. Warhol ha contribuito a formare un nuovo concetto di arte e ha posto le basi per una rivoluzione del pensiero della società di massa a partire dal secondo dopoguerra.

Warhol, nasce nel quartiere operaio di Pittsburgh, da una famiglia d’immigrati cecoslovacchi. I genitori, Andrej e Ulja Warhola, avevano già due figli quando Andy vede la luce nel 1928. Sin dalla più tenera età dimostra di avere una personalità brillante e creativa, molto simile in questo alla madre, appassionata di arte. L’infanzia di Andy è segnata da una grave malattia al sistema nervoso che lo costringe a letto per parecchi mesi, periodo nel quale passa le sue giornate ad ascoltare la radio, soprattutto racconti della vita delle star del cinema, e a collezionare foto di personaggi famosi. Warhol ha sempre sostenuto che questo periodo fu l’inizio del suo interesse accanito per il mondo dello show business e base principale per lo sviluppo della Pop Art. All’età di nove anni la madre gli regala una macchina fotografica le cui foto venivano sviluppate dal giovane nello scantinato della casa di famiglia. All’età di quattordici anni Warhol assiste alla malattia e alla conseguente morte del padre, che aveva messo da parte i soldi necessari per permettere ad uno dei suoi figli di ottenere un’educazione superiore oltre il semplice diploma. S’iscrive così al Carnegie Institute of Tecnology frequentando i corsi di graphic design.

Il trasferimento a New York

Terminati i suoi studi, si trasferisce a New York dove inizia a lavorare come grafico pubblicitario. Il suo primo lavoro importante avrà il titolo “Success is a Job in New York” e sarà pubblicato su Glamour. Dopo questa esperienza collabora con altre famosissime testate giornalistiche come Harper’s Bazaar, Vogue e il New York Times, oltre a produrre pubblicità per famose aziende, tra tutte la Miller and Sons, che gli valgono i riconoscimenti dell’Art Director’s Club e l’American Institute of Graphic Arts. Mentre è nella Grande Mela prende anche la decisione di modificare il suo cognome che da Warhola diventerà Warhol. In questo periodo nascono le sue creazioni con la famosa tecnica della Blotted Line e l’utilizzo di stampi in sughero per riprodurre le immagini in modo serializzato. Alla fine degli anni cinquanta inizia a interessarsi alla pittura, è però il 1961 che lo consacra come padre della Pop Art, un’arte che rilegge attraverso le sue forme la cultura di massa e il sogno Americano del progresso illimitato.

Il successo con le Campell Soup Cans

Nel 1962 arriva al successo mondiale con le serigrafie che riproducono un popolare prodotto del mercato statunitense: le Campell Soup Cans. Queste riproduzioni provocano un lacerante strappo nel mondo dell’Arte, tra chi sostiene l’innovazione e l’originalità di queste creazioni artistiche e chi invece ne deprecava il valore, non potendo essere paragonate alla vera Arte pittorica. Da questo momento inizia a produrre alcune fra le serigrafie che lo renderanno un Cult a livello mondiale, secondo solo all’artista Pablo Picasso: indimenticabili i suoi ritratti di Marilyn Monroe, Elizabeth Taylor, Mick Jagger e Mao Tze- Tung. Nel 2008 la serigrafia “Eight Elvises” è stata venduta all’astronomica cifra di 100 milioni di dollari.

La tecnica serigrafica

Quello che più ha destabilizzato i critici è stato l’utilizzo della tecnica serigrafica da parte del Padre della Pop Art. La serigrafia era considerata una tecnica minore rispetto alla litografia o alla calcografia, poiché quasi industriale, più meccanica e capace di riprodurre in serie molte più immagini. Nonostante ciò, questa tecnica di stampa ha origini antiche, si ritrovano esempi già nella Cina della Dinastia Song, intorno all’anno mille, con stampe di immagini sulle preziose sete cinesi. Il nome deriva proprio dall’unione della parola latina “sericum” (“seta”) e di quella a “γράφειν” (“gràphein”, “scrivere”). Questo tipo di stampa prevedeva l’uso di telai che permettevano il passaggio degli inchiostri sul tessuto di seta. La tecnica è esportata poi in Giappone e nei paesi confinanti e arriva in Europa nel XVIII secolo, dove prende piede principalmente in Francia, a Lione, dove nasce la famosa “stampa alla Lionesa” Nel 1910 è introdotta la tecnica per le moderne serigrafie con l’utilizzo di componenti fotosensibili.

Warhol renderà famoso a tutto il mondo questo modo di riprodurre immagini, elevandolo a tecnica artistica. Tutto parte da un cliché, una stampa, un quadro o un’immagine poste su un telaio. Il tessuto a maglie è poi trattato tramite un processo fotomeccanico in cui vengono otturate le parti prive di disegno; a questo punto i colori saranno applicati sulla tela e lavorati con una ragla, una lamina di gomma, che permetterà il loro passaggio attraverso la trama e potranno così depositarsi sul supporto cartaceo o di altro materiale posto al di sotto del telaio. Così sono nate le più famose stampe di Warhol, tra cui le note serie “Self Portraits” e “Che Guevara”.

Un artista dai mille interessi

L’interesse artistico dell’artista newyorkese non si ferma tuttavia alla sola pittura, ma tocca tutti i campi del moderno panorama artistico. Warhol si dedica alla stesura di numerosi libri sulla Pop Art e la cultura massificata del secondo dopoguerra, non solo, dirige anche alcuni lungometraggi, arrivando a produrne una sessantina. Tra i più curiosi film vi è sicuramente “Sleep” in cui Andy riprende, con la tecnica del Long Take, il poeta ed attore sperimentale John Giorno mentre dorme per ben cinque ore e venti minuti. Insieme a “Eat”, girato in bianco e nero e senza colonna sonora, dove viene ripreso altro esponente della Pop ArtRobert Indiana, mangiare funghi per quarantacinque minuti, sarà alla fase della sua più grande produzione di cinema d’avangarde dal titolo “Empire”, film dal metraggio rallentato in cui è ripreso per ben otto ore l’Empire State Building di New York. Negli anni ottanta sarà presente anche sul piccolo schermo con programmi televisivi quali Andy Warhol’s TV e Andy Warhol’s Fifteen Minutes su MTV.

The Factory

Agli inizi degli anni ’60 l’artista fonda il suo studio, The Factory, al quinto piano del 231 East 47th Street, a Midtown Manhattan. Questo doveva essere un luogo non solo dove si sarebbe fatta Arte, ma anche un posto in cui riunire tutte le personalità più famose ed eccentriche di quegli anni; tra i volti noti che furono spesso ospiti e frequentatori della Factory Lou Reed, fondatore dei Velvet Underground di cui Warhol disegnò la copertina del loro primo disco, Mick Jagger, Truman Capote, ma anche Salvador Dalì e Allen Ginsberg. In quel periodo lo studio è stato un porto sicuro per chiunque si sentisse in qualche modo emarginato o mistificato dalla società del tempo, un luogo dove non vi erano giudizi sulle inclinazion sessuali dei suoi frequentatori né sulla loro produzione artistica.

Gli ultimi anni e la morte

Il 3 Giugno 1968 Warhol, insieme al suo compagno dell’epoca Mario Amaya, viene colpito da alcuni colpi di pistola sparati dalla scrittrice e femminista Valerie Solanas, indispettita per avergli rifiutato uno script per il film al quale l’artista stava lavorando. Per parecchie settimane rimane fra la vita e la morte, subendo diverse operazioni, nonostante sopravviva, porterà sul suo corpo i segni di quest’attentato, costretto a portare un busto correttivo per il resto della vita. Nonostante ciò l’attività artistica di Warhol continua ad essere prolifica fino al 20 febbraio del 1987 quando viene ricoverato per un problema alla cistifellea. Dall’ospedale non uscirà più, morirà infatti il 22 febbraio per un arresto cardiaco all’età di soli cinquantotto anni.  I funerali saranno celebrati alla St. Patrick’s Cathedral di New York e sepolto nel cimitero bizantino di Pittsburgh, accanto ai suoi genitori.

Il Warhol di Patrimoni d’Arte

Per celebrare il genio indiscusso della contemporaneità artistica, Patrimoni d’Arte realizza una preziosa cartella contenente tre lavori unici dell’artista Maurizio Carnevali: una calcografia realizzata a puntasecca e ritraente il volto di Warhol e due lithodigitali, nelle quali sono ritratti alcuni tra i lavori più famosi dell’artista pop, e una rilettura personale del maestro Carnevali.

La calcografia

L’uso dell’incisione a puntasecca risale alla seconda metà del XV secolo . Albrecht Dürer (1471-1528) sembra sia stato il primo che l’abbia sperimentata. Chi però ne ha esaltato le enormi possibilità espressive, rendendola un forma di espressione artistica pregiata è Rembrandt (1606-1669), fra i più abili incisori olandesi. Nel Novecento numerosi e importanti artisti hanno praticato questa tecnica spesso con risultati esaltanti, creando preziosi capolavori: Giovanni Boldini, Pablo Picasso, Dalì, Ernesto Treccani, Emilio Greco, Renato Guttuso e tanti altri.

La puntasecca trasferisce al meglio le emozioni, le intenzioni e le energie dell’artista sulla lastra. I segni tracciati con la punta d’acciaio, in virtù del vigore con cui essi scalfiscono la superficie, sollevano impercettibili lembi di metallo che in gergo si chiamano barbe. Sono proprio queste barbe a trattenere l’inchiostro in fase di stampa, donando un peculiare effetto vellutato alla stampa e lasciando una traccia ricca di effetti che dallo sfumato giungono fino alla massima intensità e perciò rendono unica ogni copia di stampa. Questa particolare tecnica non consente la stampa in serie di un notevole numero di copie, quindi è utilizzata principalmente per tirature limitate poiché il torchio con la sua pressione distrugge le barbe e il loro caratteristico effetto.

La lithodigitale

La lithografia veniva realizzata direttamente sulla pietra (lithos) attraverso il tracciamento dell’impianto grafico con matite grasse che trattenevano l’inchiostro di stampa che invece veniva rifiutato da quella parte del supporto litico imbibito d’acqua e non tracciato. Oggi l’uso di impianti digitali sofisticati permettono di trasferire l’immagine progettuale, realizzata dall’artista senza alcun vincolo di tecnica e limitazione cromatica, sul supporto cartaceo attraverso la sedimentazione di polveri pigmentali  che per fusione termica aderiscono stabilmente al foglio. L’elevata qualità di questi “inchiostri”, resistenti alla luce, agli sbalzi termici e all’umidità, sono una enorme risorsa in termini di conservabilità. Infine la consistenza quasi materica del frutto di stampa consente, in molti casi, di godere perfino di una sensazione tattile dell’opera. Se per un verso questa tecnica è frutto, in certa misura, d’un processo industriale-artigianale, dall’altro consente, come mai prima, all’artista di ottenere un risultato identico all’idea progettuale tanto da divenire per sempre testimonianza inalterata della propria espressione creativa.

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