Pietro Perugino

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Pietro Perugino, al secolo Pietro di Cristoforo Vannucci, nasce a Città della Pieve tra il 1445 e il 1452 da una benestante e facoltosa famiglia; noto pittore e maestro d’arte italiano, è conosciuto anche con il vezzeggiativo di Divin Pittore. A Perugia viene in contatto con l’arte di nomi illustri quali Beato Angelico, Domenico Veneziano e soprattutto Piero della Francesca dal quale trae l’uso della luce e la monumentalità delle scene. 

Tra il 1467 e il 1468 si trasferisce a Firenze per poi frequentare la bottega del Verrocchio dove poté inoltre conoscere Leonardo da Vinci, il Ghirlandaio e soprattutto Sandro Botticelli che per alcuni può essere considerato maestro del Perugino.

In questi primi anni di formazione studia principalmente il disegno dal vero, che per la scuola fiorentina era alla base di tutte le pratiche artistiche, l’aspetto grafico era fondamentale nei dipinti di artisti come il Verrocchio.  Nel 1472 termina il suo apprendistato, un percorso lungo ben nove anni, che lo porta ad iscriversi alla Compagnia di San Luca a Firenze, divenendo così ufficialmente un “dipintore”.

Fino al 1478 non gli è attribuita alcuna opera certa; la prima della quale abbiamo certezza di essere stata realizzata dalla sua mano è un murale dipinto su una superficie ad intonaco usando pigmenti sciolti in acqua presso la chiesa parrocchiale di Cerqueto vicino a Perugia. L’opera rappresentava San Sebastiano e ad oggi ne rimane solamente qualche frammento. Fu tale la fama dell’opera che il Perugino viene chiamato a Roma da Papa Sisto IV affinché lavorasse in Vaticano. 

A Roma il Perugino si trova ad affrescare le pareti della Cappella Sistina insieme ad altri illustri artisti fra cui Botticelli, Il Ghirlandaio e Rosselli. Decidono di determinare delle linee pittoriche comuni in modo tale da rendere la narrazione delle Storie di Mosè e di Cristo quanto più omogenea.

 

Viaggio di Mosè in Egitto viene realizzato dal Perugino intorno al 1482. Il pittore umbro riceve l’aiuto di molti collaboratori tra cui spicca il nome di Pinturicchio. Delle sei scene che con ogni probabilità dipinge il Perugino oggi ne possiamo ancora ammirare tre. Nell’affresco ritroviamo Mosè in procinto di partire per l’Egitto dopo l’esilio nella terra di Madian.

In primo piano sono rappresentati due gruppi divisi in modo simmetrico dall’angelo posto al centro sullo sperone roccioso. L’angelo è dipinto nell’atto di chiedere a Mosè di circoncidere il suo secondo genito, scena che poi sarà rappresentata sulla destra dell’affresco.

L’intera composizione è inserita in un paesaggio bucolico i cui contorni, più sfumati in lontananza, permettono di percepire visivamente la profondità della scena e le figure dei pastori in secondo piano a sinistra sono da richiamo per l’ambientazione agreste. Dallo stile fiorentino sono riprese invece le donne vestite abiti svolazzanti che portano vani ed altri oggetti, vestite di abiti svolazzanti che richiamano le figure dipinte da Botticelli o da Ghirlandaio.

Per quanto riguarda invece le storie della vita di Cristo il Perugino dipinge ben due scene: il Battesimo di Cristo e la Consegna delle Chiavi. 

Il Battesimo di Cristo che riprende l’episodio del Vangelo in cui Giovanni Battista battezza Gesù sulle rive del fiume Giordano. L’opera, realizzata dal pittore umbro insieme ad alcuni aiuti nel 1482, è la prima della parete destra dell’Altare.

L’evento è ricostruito rispettando una rigida simmetria, tipica del lavoro del Perugino. In primo piano troviamo Cristo e il Battista immersi nelle acque del fiume Giordano che scorre direttamente verso lo spettatore, dividendo la composizione in due parti. In alto è rappresentato Dio, circondato da serafini e cherubini e da due angeli ai lati, poco più sotto la Colomba dello Spirito Santo discende su Gesù a rendere concreto il sacramento.

A sinistra è raffigurato il Battista che predica alle folle e, parallelamente dal punto di vista dottrinale, troviamo sulla destra Gesù che parla ad una moltitudine di gente. Nel paesaggio è possibile riconoscere lo stile della scuola umbra, mentre insolita per un lavoro di Perugino è la presenza dei ritratti di alcuni personaggi contemporanei del pittore, inserimento probabilmente dovuto alla volontà di dare una certa continuità pittorica al dipinto rispetto a quelli adiacente opera del Ghirlandaio.

 La Consegna delle Chiavi, dipinta fra il 1481 e il 1482 sempre dal Perugino, è simbolo dell’universalità del potere papale originariamente trasmesso da Gesù a Pietro con la consegna delle chiavi.

La scena è organizzata su due fasce orizzontali: uno sfondo architettonico, richiamo all’ ideale della perfezione tipico del Rinascimento, e un primo piano in cui è rappresentata la Consegna delle Chiavi del Paradiso a Pietro, successore designato di Gesù in Terra. Gesù è circondato dagli apostoli mentre S. Pietro è inginocchiato di fronte a lui, pronto ad accogliere le responsabilità del ruolo che Cristo gli sta assegnando. Anche Giuda è presente, rappresentato di spalle, è vestito con una veste blu e un mantello giallo, colori opposti a quelli delle vesti di Pietro.

Tra i personaggi della scena troviamo anche alcuni contemporanei del Perugino e lo stesso pittore è riconoscibile nell’uomo vestito di nero che rivolge il suo sguardo allo spettatore nel gruppo alla destra di Pietro. Il dipinto presenta una forte costruzione prospettica, le scene sono inserite in una cornice scenografica fatta di monumentali edifici, al centro il tempio a piante centrale con cupola, che doveva richiamare il tempio di Gerusalemme, ai lati degli archi di trionfo simili a quello di Costantino, per sottolineare l’amore rinascimentale per l’antico.

Anche il pavimento aiuta la prospettiva grazie alle grandi piastrelle quadrate che permettono una corretta fuga prospettica. Vi sono però alcune imprecisioni nella realizzazione spaziale delle figure: quelle che si trovano vicino al tempio sono troppo grandi rispetto alle figure in secondo piano. I movimenti delle figure in primo piano sono collegati da un ritmo sottointeso, come se avessero una certa musicalità e continuità realizzazione.

Le vesti degli astanti presentano una tecnica molto simile a quella dei panneggi dall’effetto bagnato del maestro fiorentino Verrocchio che sicuramente aveva influenzato il Perugino nella loro realizzazione. Il paesaggio che si intravede sullo sfondo è tipico dello stile dell’artista, derivato dalla scuola umbra, tra le più rinomate in quel periodo, la vista a perdita d’occhio è favorita dall’uso della prospettiva aerea nella resa atmosferica del dipinto.

Queste scene è possibile ritrovarle raffigurate sui valori filatelici contenuti della preziosa Bibbia Filatelica di Patrimoni d’Arte insieme al bellissimo foglietto filatelico che riproduce in dettaglio la Pala della Resurrezione, emesso il 9 giugno 2005.

La “Resurrezione di San Pietro al Prato” è originariamente realizzata per la Chiesa di Perugia da cui trae il nome. Commissionata nel 1499 da Giovanni da Orvieto, membro di una importante famiglia umbra, la Pala vede la luce in tempi molto brevi grazie al lavoro congiunto del Perugino e dei suoi collaboratori.

La “Pala della Resurrezione” non è annoverata dalla critica tra i capolavori del Perugino poiché opera di bottega, chiaramente determinabile dall’uso dei cartoni preparatori tipici della bottega del Perugino, che era solita utilizzare questi cartoni per facilitare e velocizzare il lavoro. Troviamo infatti lo stesso schema rappresentativo in altre Pale realizzate dal pittore umbro, unica differenza la posizione variata del braccio sinistro e della mano destra di Cristo. Cartoni preparatori sono stati utilizzati anche per la realizzazione dei due angeli, simili a quelli dipinti dal Perugino negli affreschi della Cappella Sistina. 

Nonostante opera di bottega la Pala presenta comunque un’iconografia particolare ed originale che la distingue dalle altre opere del tempo che trattano lo stesso tema. Cristo non è rappresentato nell’atto di uscire dal sepolcro, ma bensì è inserito in una “mandorla” compositiva posta al di sopra della tomba in parte già aperta, mentre regge la bandiera “crocesegnata del vincitore”. Ai piedi del Sepolcro sono raffigurati quattro soldati alcuni addormentati, un altro stupefatto dal fatto al quale sta assistendo. Il paesaggio, tipico della scuola umbra, è ispirato molto probabilmente all’ambiente lacustre del lago Trasimeno.

Per quanto riguarda la tecnica pittorica i colori risultano molto equilibrati, le figure sono armoniche e curate nei minimi dettagli, l’anatomia del Cristo è anatomicamente dettagliato mentre il panneggio è reso perfettamente dal gioco di chiaroscuri quasi scultorei. Alcuni critici ritengono che la Pala sia stata realizzata per essere vista ed ammirata da lontano e questo sarebbe il motivo per cui alcune parti della tavola, come il paesaggio, sembrano non finite e solamente abbozzate. 

Dopo il suo periodo romano il Perugino torna a Firenze dove lavora ad alcune opere nel Palazzo della Signoria per poi entrare a far parte del comitato per i lavori al Duomo di Firenze.

Sono di questo periodo la Crocifissione, affresco realizzato per il convento fiorentino di Santa Maria Maddalena dei Pazzi; l’Apparizione della Vergine a San Bernardo conservata oggi a Monaco; il Polittico dell’Annunziata ora esposta alla Galleria dell’Accademia a Firenze. Questi dipinti presentano figure plastiche, aggraziate, le cui fisicità rimandano a fisici scultorei. A fare da sfondo quinte rinascimentali che incorniciano la scena e ne evidenziano i particolari. Il primo e secondo piano hanno spazi ben circoscritti, lo sfondo invece risulta andare all’infinito perdendosi in una natura che richiama la scuola umbra.

L’avidità che per il Vasari lo ha sempre contraddistinto è forse il motivo che spinge il Perugino a viaggiare per l’Italia, lavorando per diverse committenze nelle più importanti città della Penisola. Ottiene in questi anni l’appellativo di “maestro singolare, et maxime in muro” arrivando per alcuni ad essere anche il miglior maestro d’Italia. Famosissime le sue due botteghe: quella di Firenze nata negli anni settanta del Quattrocento e dove si formò tra gli altri anche Raffaello, e quella di Perugia inaugurata nel 1501, punto di raccolta della cosiddetta scuola umbra.

Con l’inizio del XVI secolo la notorietà dell’artista umbro va scemando, la ripetitività dei suoi schemi compositivi insieme al presentarsi sulla scena di nuovi artisti lo porta ad essere sempre meno considerato per lavori di decorazione e realizzazione di dipinti.

Torna a Roma per un breve periodo, nel 1508, chiamato per ridipingere il soffitto di una delle stanze vaticane che erano stata danneggiata da un incendio. Delle pareti se ne sarebbe occupato un allievo del pittore umbro, Raffaello Sanzio che a quel tempo aveva già una grande fame di abile artista. Il maestro terminerà al posto di Raffaello gli affreschi nella chiesa di San Severo nel 1521.

Il Perugino muore a Fontignano, nel comune di Perugia, mentre stava lavorando all’affresco della Natività nella chiesa del paese; spira, infatti, tra il febbraio e il marzo del 1523 colto dalla peste bubbonica. Tutt’oggi viene ricordato per essere uno dei più valenti rappresentanti dell’Umanesimo, nonché il più grande artista umbro del XV secolo. 

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