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Per il IV Centenario della morte di Caravaggio l’ufficio numismatico e filatelico del Vaticano ha emesso, in data 22 giugno 2010, un francobollo raffigurante la Deposizione di Cristo realizzata da Caravaggio tra il 1602 e il 1604 su commissione di Gerolamo Vittrice per una delle cappelle presenti nella chiesa di Santa Maria in Vallicella, sede dell’oratorio istituito da san Filippo Neri.  Nella cappella della famiglia è esposto fino al 1797, nello stesso anno viene infatti firmato il trattato di Tolentino che prevede che il quadro sia consegnato a Giuseppe Valadier per essere trasferito, per volere dei francesi, a Parigi e messo in esposizione al Musée Napoleon (museo che sarebbe poi diventato il Louvre). Questa fu la sola opera che i Napoleonici confiscarono alla Chiesa Romana e fu successivamente restituita nel 1816 finendo nella collezione della Pinacoteca Vaticana di Papa Pio VII.

A differenza della classica iconografia che proponeva il momento in cui il Cristo veniva deposto nel sepolcro, Caravaggio propone una visione totalmente differente rappresentando la sepoltura di Gesù in una tomba interrata. Essendo la pala posta al di sopra dell’altare della Cappella, Merisi pone il punto di vista con cui guardare al quadro in basso, come se lo spettatore fosse all’interno della tomba.

Lo stile del dipinto è quanto mai monumentale, ricorda i bassorilievi antichi e sono chiari i riferimenti ad opere di artisti antecedenti al Caravaggio, come la Deposizione di Peterzano conservata in San Fedele a Milano o la Deposizione Borghese del grande Raffaello Sanzio.

L’opera è densa di drammaticità e teatralità; l’anatomia muscolarmente perfetta del Cristo morto presenta chiari richiami alla Pietà di Michelangelo, a cui Caravaggio guardava con grande ammirazione. Il ricordo della scultura michelangiolesca è dovuto anche al fatto che la cappella per cui fu realizzato il quadro aveva come tema la dedica alla Pietà. Il corpo di Cristo è rappresentato esangue, mentre scivola verso il basso. I muscoli possenti sono tesi nonostante la vita abbia lasciato il corpo e le vene sono cariche di sangue, quello stesso sangue versato in sacrificio per gli uomini del mondo. 

 Nicodemo e Giovanni lo sorreggono, dai loro volti traspare il dolore e la difficoltà nel trasportare Gesù esamine, mentre i loro corpi sono in tensione per lo sforzo fisico. La drammaticità della scena quindi raggiunge la massima realizzazione possibile nell’esasperazione delle emozioni e nella perfezione anatomica dei corpi.

Tra tutti i personaggi l’unico a guardare direttamente allo spettatore è Nicodemo, rappresentato a piedi nudi, con gambe muscolose e possenti, tipiche dei contadini abituati alla fatica; il personaggio ha la fisionomia del già citato Michelangelo Buonarroti, che a suo tempo già aveva rappresentato se stesso nei panni di Nicodemo nella Pietà Bandini. Le vesti scure di Nicodemo sono in forte contrasto con il biancore della sindone, a simboleggiare un trapasso spirituale oltreché fisico. San Giovanni è invece colui che sorregge il torace di Gesù, l’unico ad essere raffigurato con abiti dai colori vividi che contrastano con quelli più neutri degli altri protagonisti della scena. L’ apostolo è in ombra, il viso assorto, la mano sinistra è poggiata sul ventre di Cristo come se gli volesse infondere conforto.

La precisione nei dettagli è estrema: i volti segnati dalle rughe, gli abiti le cui pieghe sembrano vere, i capelli delle donne, il lenzuolo funebre del cui nodo si possono scorgere i minimi particolari. Tutto dalla muscolatura, alle vene in evidenza, anche le espressioni dei personaggi richiamano sempre alla crudità della realtà, rispecchiandosi nel Naturalismo che ha reso celebre Merisi.

Nel dipinto si uniscono e si fondono l’equilibrio della composizione e la drammatica pittura caravaggesca espressa soprattutto dalla figura di Maria di Cleofa con le braccia rivolte al cielo. Vi è un forte significato dietro questo dolore così rappresentato: la fede è l’unica arma che può consolare gli animi profondamente feriti degli uomini; lo spettatore rimaneva così coinvolto emotivamente in questo dramma, come se partecipasse lui stesso alla narrazione.

Chiari sono i rimandi all’arte lombarda, soprattutto per quanto riguarda artisti come Giovanni Girolamo Savoldo e Simone Peterzano, senza dimenticare riferimenti all’arte classica, contrastando con la teoria che Caravaggio disprezzasse l’opera degli antichi tanto quanto i maestri rinascimentali.

Richiami al classicismo sono evidenziati dalla posizione del corpo esangue di Gesù, un chiaro rimando al trasporto di Meleagro di cui sarcofagi risalenti all’epoca romana presentavano delle rappresentazioni, riprese anche da altri maestri quali Raffello nella sua Deposizione Baglioni e Tiziano nella sua Deposizione oggi conservata al Prado. Come in Raffaello il Cristo morto caravaggesco raccorda le diverse figure della composizione, mentre Maria di Cleofa con le sue braccia alzate riporta alla memoria un disegno a Bulino del XV secolo, probabilmente attribuibile ad Andrea Mantegna, dove Maria Maddalena è raffigurata nella stessa posizione. 

Non solo i personaggi raccontano una storia, anche altri elementi sono importantissimi al fine di comprendere meglio la scena, uno fra tutti la pietra sepolcrale che si può a buon titolo definire una silenziosa metafora narrativa. Lo spigolo che sporge prepotente verso lo spettatore rimanda simbolicamente alle parole contenute nel Salmo 118: “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo.”.

Riferimento sicuramente allusivo alla figura del Cristo che è in quel preciso istante stato abbandonato, tradito da un suo discepolo, rinnegato da altri che si sono allontanati. La visione di vita che Egli promuoveva ha avuto termine con la sua crocifissione terminando nel sepolcro. La pietra non assume però significati negativi, anzi ricorda a tutti i presenti che è la base della speranza cristiana.

L’angolo si trova infatti in linea con l’ostia sollevata durante l’omelia, insieme al corpo di Gesù, conducendo lo spettatore al significato salvifico dell’intera rappresentazione. La lastra che vediamo nel dipinto non rappresenta quella che sigillerà il sepolcro di Cristo, ma una superficie marmorea(chiamata lapis untionis) sopra la quale tradizionalmente, nei riti antichi anche giudaici, venivano posti i defunti per essere preparati alla sepoltura con olii e bende dopo essere stati lavati. Caravaggio perciò rappresenta il momento prima della deposizione nel sepolcro, innovando con la sua genialità un tema molto diffuso nell’arte rinascimentale e barocca.

Un altro dettaglio che pochi notano è la pianta di Tasso barbasso posta vicino alla mano del Cristo: questo è un chiaro simbolo di resurrezione, sottolineando l’annuncio di una rinascita, di una salvezza futura per tutta l’umanità.

A livello stilistico e compositivo il dipinto è caratterizzato da tonalità nette e decise di colore che aiutano a concentrare lo sguardo sulla parte centrale dell’opera. L’unica figura che presenta più colori è quella di Giovanni, raffigurato con abiti dai colori vividi che contrastano con quelli più neutri degli altri protagonisti della scena. La luce è però l’elemento fondamentale della raffigurazione, come in tutte le altre opere di Caravaggio. Entra in scena arrivando da una fonte esterna, posta parallelamente al quadro.

Il costato di Cristo è messo in evidenza da questo fascio luminoso, grazie al quale sono facilmente visibili le ferite, oltre ai perfetti dettagli anatomici come le vene e i muscoli. Anche San Giovanni è colpito da questa luce che ne illumina i capelli e il profilo. L’uso della luce nelle opere caravaggesche aiuta a disvelare la realtà, rendendola cruda, disarmante. Il mondo di Caravaggio appare come per quello che realmente è, le cose sono rappresentate nella loro realtà immanente, il nudo realismo della realtà umana messo in evidenza da una luce estranea, che contiene i misteri di una realtà superiore.

La Deposizione, tra le opere di Caravaggio, è tra le poche che non subì pesanti critiche dai contemporanei, ma anzi fu molto apprezzata, ricevendo lodi e consensi. Questo è dovuto principalmente al fatto che la Deposizione stemperasse lo struggente naturalismo caravaggesco con i richiami ai modelli rinascimentali e classici donando all’opera un’aurea più trascendentale e divina.

Un fatto particolarmente interessante è il ritrovamento, sul retro del dipinto, di una scritta a mano che gli studiosi hanno accertato essere sicuramente di Caravaggio. La frase recita: “Ne Iacobus videat neque de hoc loquetur”, che tradotta in italiano dice “che Iacopo non veda [quest’opera] e non parli di ciò”. Il significato è ancora oggi velato dal mistero, nessuno è riuscito ad identificare tale Iacopo e quindi a comprendere la vicenda che portò il Merisi a scrivere ciò, ma sicuramente doveva essere un desiderio alquanto sentito poiché la frase termina con segno trascinato molto lungo che alla mente può ricordare una lunga striscia di sangue.

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