Epifania adorazione dei magi

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L’Epifania del Signore è tra le feste più importanti della Cristianità ed è stabilito che sia celebrata dodici giorni dopo il Natale, il sei gennaio di ogni anno.

Il verbo greco ἐπιφαίνω, epifàino dal quale deriva la parola Epifania significa “mi manifesto”, per questo sin dai tempi antichi la parola fu messa in relazione con la Natività di Cristo e ad oggi è la festa che chiude le celebrità natalizie.

I cristiani non furono i primi ad associare il termine ἐπιφάνεια, Epifania, alle divinità: in epoca classica infatti tale parola era già usato dai greci per indicare un atto o un modo di manifestarsi di un particolare dio attraverso visioni, miracoli o segni. veniva già utilizzato dagli antichi greci per indicare l’azione o la manifestazione di una qualsiasi divinità (mediante miracoli, visioni, segni, ecc.). Per i seguaci di Cristo assunse poi il significato di manifestazione della luce, quella luce divina che si esprime tramite l’apparizione di una stella.

Furono le prime comunità cristiane egiziane nel II secolo a celebrare l’Epifania come la manifestazione di Dio nel mondo nel giorno che corrisponde al sei gennaio. Successivamente, le stesse comunità orientali unirono nelle celebrazioni dell’Epifania i tre indizi rivelatori della natura speciale di Cristo ossia l’Adorazione dei Magi, il battesimo di Cristo e il miracolo delle nozze di Cana, primo fra tutti.

Le celebrazioni furono però presto divise per permettere un più facile pellegrinaggio al Fiume Giordano e a Betlemme. Dopo che fu stabilita definitivamente il Natale nella data del 25 dicembre l’Epifania prese il suo posto dodici giorni dopo la nascita di Gesù forse anche per inglobare il significato del numero 12 delle antiche celebrazioni pagane del Sol Invictus. L’Epifania fu quindi separata dal Battesimo di Cristo e arrivò in modo definitivo ad essere identificata con l’Adorazione dei Magi nonostante insieme alla Natività ricordi la medesima manifestazione avvenuta a Betlemme.

Protagonisti dell’Adorazione sono i Re Magi a cui sono attribuiti, sotto l’influenza di alcune parole di Isaia, i nomi di Gaspare, Baldassarre e Melchiorre. Nel Vangelo di Matteo viene raccontato che questi Re Magi arrivarono in Giudea grazie alla guida di una stella e che portarono con sé dei doni per il Bambin Gesù: oro per sottolinearne la regalità, incenso per ricordarne la divinità e la mirra legata al suo futuro ruolo di redentore.

Questa festa è quindi fondamentale nella tradizione cristiana poiché è la prima manifestazione dell’essenza divina del Cristo, sottolineata dall’adorazione di Re provenienti da paesi estranei alla Palestina e al bacino del Mediterraneo, che portano doni dall’alto valore simbolico. Proprio per questo suo alto simbolismo all’interno delle celebrazioni cristiane questo episodio è stato spesso riprodotto nei secoli in molte opere d’arte.

Tra i grandi artisti che si sono cimentati nella riproduzione di questo importante avvenimento vi è anche Leonardo da Vinci che tra il 1481 e il 1482 realizzò un’Adorazione dei Magi ad olio e tempera grassa su tavola. Leonardo iniziò a lavorare a tale opera nel 1481 quando i monaci di San Donato a Scopeto gliela commissionarono con il termine massimo di due anni per la realizzazione.

Di questo dipinto rimangono parecchi disegni preparatori conservati oggi nei più famosi musei europei: al Louvre vi è lo schizzo della composizione generale dove è presente anche la capanna, mentre agli Uffizi vi sono vari studi che ripropongono la zuffa dei cavalli e le posizioni del Bambino e della Madonna. Da Vinci purtroppo non portò mai a termine tale opera poiché nei mesi estivi del 1482 si trasferì a Milano. Dopo quindici anni, i monaci, ormai certi che Leonardo non avrebbe mai più finito quanto iniziato chiesero a Filippo Lippi di realizzare una pala d’altare con lo stesso tema, oggi anch’essa conservata agli Uffizi.

Nonostante l’opera sia rimasta incompiuta, non fu andata persa, ma fu conservata nella casa del padre di Ginevra de’ Benci, per la quale Da Vinci dipinse un celeberrimo ritratto, e fu nella stessa dimora che il Vasari poté vederla ed ammirarla. Successivamente passò nelle mani di Don Antonio de’Medici e di suo figlio Giulio, per poi essere affidato alle gallerie fiorentine. La cornice dorata originaria del ‘500 fu perduta nel 1681 quando il dipinto venne spostato alla villa di Castello. Agli Uffici fece ritorno in maniera definitiva nel 1794. Sebbene nei secoli a seguire alcuni critici ne contestarono l’attribuzione ad oggi questa non è più messa in discussione. 

L’Adorazione dei Magi non era un tema nuovo nell’arte fiorentina del XV secolo, era infatti particolarmente usato perché consentiva di aggiungere anche personaggi ed episodi che servissero per celebrare il prestigio dei committenti. Ogni anno poi a Firenze si svolgeva per l’Epifania una rievocazione della cavalcata evangelica.

Quello che rende unica l’opera leonardesca è il fatto che l’artista vinciano rivoluzionò il modo di rappresentare iconograficamente e nella resa compositiva tale episodio della tradizione cristiana. Leonardo colse nel suo dipinto un particolare momento, quello in cui il Bambino Gesù impartisce una benedizione a coloro che sono venuti a visitarlo, consacrandosi quale Salvatore dell’umanità tutta e mostrando al mondo la sua natura divina.

Gli astanti sono chiaramente turbati, le reazioni rivelano confusione e sorpresa, tutto ciò molto diverso dalle tradizionali rappresentazioni, qui viene sottolineato in modo potente il manifestarsi del divino. Già Sandro Botticelli inserì alcune novità compositive nella sua Adorazione della chiesa di Santa Maria Novella che furono poi riprese da Leonardo che rappresentò al centro la Sacra Famiglia con i Magi posti alla base di una piramide ideale con il vertice nella figura della Vergine Maria.

La testa della Madonna è il punto d’incontro delle diagonali della tavola lignea; la donna è raffigurata più arretrata rispetto agli altri personaggi e presenta un movimento rotatorio dove le gambe sono posizionate verso sinistra mentre il busto e il volto sono rivolti a destra verso il bambino. Questo moto sembra che si propaghi in modo concentrico, come se il divino rivelato si propagasse come un’onda; tale immagine è accentuata dalla disposizione del corteo che si posiziona a semicerchio dietro a Maria rendendola centro e inizio di tutto. Le uniche figure più statiche sono quelle in primo piano, dove comunque è possibile ravvisare alterazioni dell’animo e gesti profondamente umani. Tutto ciò rende la scena ricca di dinamismo e sicuramente inedita e moderna.

La profondità dell’opera è data soprattutto dall’aver inserito due alberi che dividono la scena in due parti: uno, l’alloro, simboleggia la Resurrezione con il trionfo di Cristo sulla morte; l’altro, una palma, rappresenta la Passione di Cristo. Sullo sfondo sono visibili delle rovine che raffigurano il Tempio di Gerusalemme sottolineando il declino dell’Ebraismo mentre i cavalli impegnati in una zuffa sono simbolo della crisi del Paganesimo, da ciò nascerà il Cristianesimo.

Per quanto riguarda l’edificio con la scalinata alcuni ritengono riprenda la chiesa di San Miniato al Monte, altri lo identificano come idealizzazione della villa dei Medici di Poggio a Caiano che era in costruzione proprio in quel periodo. La baraonda di cavalli e uomini presente sulla destra del dipinto rappresenta l’umanità non ancora salvata dal messaggio cristiano. Sempre a destra è possibile notare un accenno del caratteristico paesaggio di mano leonardesca.

Sia a destra che a sinistra sono poste due figure, l’una un giovane, che potrebbe essere l’autoritratto giovanile dello stesso Leonardo, l’altra un uomo, che ispirerebbero lo spettatore a riflette sul Mistero cristiano dell’incarnazione. Questo dipinto leonardesco è per la sua composizione ricca e complessa, per la capacità di rendere le emozioni umane e l’abilità nell’utilizzare tecniche pittoriche innovative un’opera artistica fondamentale all’interno del periodo rinascimentale e sarà di ispirazioni per diversi artisti successivi come Raffaello per la sua Trasfigurazione.

Ad oggi quello che noi possiamo ammirare è un grande bozzetto che ci aiuta a comprendere meglio come lavorava Leonardo nel realizzare le sue opere. La resa dello sfumato leonardesco parte proprio dal disegno preparatorio, non utilizzando linee troppo nette per i contorni, questo perché il maestro tendeva a preferire una compenetrazione fra lo spazio e gli oggetti, applicando la prospettiva aerea. Successivamente Da Vinci passava al lavoro sui chiaroscuri applicando un colore scuro come base, formato da verderame e terre sui toni del marrone-rosso e del nero, lasciando in luce i soggetti che gli interessavano. Dopo di ciò stendeva i colori. Per quanto riguarda in particolare l’Adorazione le figure più complete sono quelle di destra a cui per essere finite manca solamente il passaggio del colore.

Nel 2011 L’Adorazione ha subito un lungo e complesso restauro che ha visto partecipe l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze in un intervento conclusosi solo nel 2016. 

Sono state innanzitutto eseguite una serie di analisi diagnostiche, tra cui numerose radiografie, per comprendere il grado di conservazione della tavola lignea, che nel corso dei secoli ha subito diverse modificazioni nelle sue dimensioni, e del disegno preliminare permettendo così di capire i diversi passaggi e studi messi in atto da Leonardo. Sono così emersi indizi significativi riguardo la tecnica pittorica e il modo migliore per conservare questa importante quanto fragile opera. I restauratori hanno rilevato parecchi strati di pittura, colla, patinature non originali, l’opera presenta persino alcuni ritocchi di mano non leonardesca. L’usura e il conseguente ritiro di questi strati stavano indebolendo ed intaccando la superficie della tavola. Il vero disegno di Leonardo è stato recuperato e portato alla luce grazie ad una moderna tecnica che utilizza i raggi infrarossi. 

Un problema da non sottovalutare è stato poi la qualità del supporto su cui è stato realizzato il disegno. Il materiale è legno di pioppo, ma purtroppo la qualità non era delle migliori causando una tendenza ad incurvarsi delle liste orizzontali, bloccate però dal listino centrale verticale portando il legno a rompersi in fenditure sotto la pittura creando delle rotture. Questo fenomeno continua tuttora e la pittura è continuamente sottoposta a questo stress che può finire con la caduta di colore dal dipinto.

Con un lavoro certosino sono stati eliminati gli strati di materiali non originali aggiunti nel corso dei secoli grazie ad un assottigliamento eseguito gradualmente. Sono emerse così in modo progressivo i veri disegni leonardeschi con tutta la bellezza delle loro ombreggiature e lumeggiature. Grazie a questo restauro sono ora visibili delle figure umane che lavorano alla ricostruzione del Tempio distrutto, insieme al lieve colore del cielo e alla baraonda di uomini e cavalli sulla destra.

Queste differenti sottili pennellate di colore, applicato in modo differenze da zona a zona aveva probabilmente portato ad interventi successivi da parte di mani estranee per conferire un aspetto più monocromatico all’insieme. Questo restauro è stato in grado di aiutare i critici e gli studiosi a conoscere in modo più approfondito e completo le tecniche di Leonardo insieme alla successione delle fasi di realizzazione. Non tutto però è stato eliminato questo per due principali motivi: uno è per la sicurezza del quadro, l’altro per ricordare il trascorrere del tempo e la storia che questa grande opera ha vissuto.

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