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Nella religione cristiana la Sacra Famiglia è la famiglia di Cristo, composta dallo stesso Gesù, da Maria e da Giuseppe.

Essa ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella dottrina del Cristianesimo in quanto modello fondante della famiglia umana. Nella Sacra Famiglia si ritrovano in maniera esemplificata quei legami affettivi, fatti di amore e comprensione che legano tutte le famiglie.

Questa figura è celebrata ogni anno e la sua festività cade oggi nel periodo delle celebrazioni natalizie. Inizialmente celebrata localmente sin dal XVII secolo, nel 1895 Leone XIII determinò che la data di celebrazione fosse la terza domenica dopo l’Epifania. Benedetto XV ne estese la celebrazione a tutta la Chiesa nel 1921, fissandola alla domenica compresa nell’ottava dell’Epifania, successivamente Giovanni XXIII la spostò alla prima domenica dopo l’Epifania. Con il Concilio Vaticano II fu definitivamente collocata alla prima domenica dopo il Natale o, se il Natale cade di domenica, al venerdì 30 dicembre.

La ricorrenza doveva celebrare la Famiglia come cardine della socialità cristiana, riferendosi ai tre personaggi di cui era composta, ognuno eccezionale, ma pur sempre carichi delle diversità che intercorrono fra ogni essere umano e delle problematiche che attraversano ogni famiglia. 

Nel mondo dell’arte molte sono le rappresentazioni artistiche di questa Famiglia, grandi artisti si sono cimentati nella riproduzione di questo soggetto che da sempre affascina e colpisce l’immaginario e il cuore degli uomini.

La più celebre fra queste raffigurazioni pittoriche è sicuramente il Tondo Doni dipinto di Michelangelo Buonarroti, eseguito a tempera grassa su tavola (diametro 120 cm) tra il 1503 e il 1504 circa e conservato oggi nella Galleria degli Uffizi a Firenze. L’opera presenta ancora la sua cornice originale, disegnata con tutta probabilità dallo stesso Michelangelo è ad oggi l’unica opera su supporto mobile dell’artista toscano. Importantissimo dipinto nella storia dell’arte poiché pone le basi per lo sviluppo del Manierismo, è tra le opere di più assoluto valore artistico e culturale del Rinascimento Italiano.

Michelangelo creò questo capolavoro su commissione, dopo che gli fu richiesto dall’amico, banchiere fiorentino, Angelo Doni che desiderava un dipinto in tondo della Sacra Famiglia, tema molto richiesto nell’ambiente fiorentino specie nelle case private. Si pensa che fu realizzato in occasione del matrimonio di Doni con Maddalena Strozzi, altri sostengono che servisse a celebrare il battesimo della loro primogenita Maria.

Un episodio curioso circonda quest’opera: al termine della sua realizzazione essa fu consegnata da un garzone ad Angelo Doni; quando gli furono richiesti settanta ducati come pagamento, il banchiere dubbioso ne offrì invece quaranta. Michelangelo allora fece riportare il dipinto al suo studio e la consegnò all’amico solo dopo il pagamento della somma duplicata di centoquaranta ducati.

Un gruppo scultoreo è posto al centro del tondo rappresentante la Sacra Famiglia: la Madonna è posta in primo piano, e diversamente all’iconografia antecedente, non regge fra le braccia il Gesù, ma si volta per prenderlo da Giuseppe che glielo avvicina mentre è inginocchiato alle sue spalle.

Maria, accomodata a terra, regge sulle gambe un libro chiuso che ha probabilmente appena smesso di leggere, il testo simboleggia probabilmente le profezie legate alla prematura morte di Gesù. Il piccolo è intento a giocare con i capelli della mamma, che risponde alla richiesta di attenzioni dell’infante. Maria presenta una corporatura molto virile e mascolina, riscontrabile in particolar modo nelle braccia. La torsione di Maria dona un senso di movimento che culmina nel capo di Giuseppe; una piramide inversa è invece formata dalle teste e dalle braccia della Sacra Famiglia.

In secondo piano, sulla destra, è posto il piccolo San Giovanni Battista, mentre ancora più dietro è possibile riscontrare diversi gruppi di nudi, appoggiati a delle rocce; un ricco ambiente naturale fa da sfondo all’intera scena. Per dare ulteriore movimento all’intera composizione è esasperato il contrasto tra l’andamento orizzontale in secondo piano e quello verticale della Sacra Famiglia in primo piano.

Il Tondo Doni è simbolo della storia del Cristianesimo e riprendendo anche la visione neoplatonica di Plotino riguardante l’esistenza di un’anima mundi che coinvolge tutte le creature e che ogni uomo riscopre nel suo percorso verso la vera conoscenza, anche se la ha sempre avuta.

L’anima e l’intelletto sono quindi strettamente uniti nella concezione neoplatonica. Questa concezione derivante dal mondo pagano rappresentata da Michelangelo con le figure sullo sfondo che riprendono le opere della classicità, la stessa classicità che dà origine alla nostra cultura e religione. I pagani sono rappresentati senza vesti per simboleggiare il sopravvento che il corpo prende sull’anima e l’intelletto. Un muro divide questo mondo dal mondo biblico, con la Madonna e San Giuseppe che con un movimento a spirale portano in alto Gesù, il Messia.

 Fu forse lo stesso Michelangelo a disegnare la cornice sebbene l’intaglio sia opera di Marco e Francesco del Tasso. Tra rami vegetali intrecciati, emergono cinque testine stiacciate, che guardano verso il dipinto, raffiguranti Cristo, profeti e sibille. Queste raffigurazioni sono un richiamo alle porte del Battistero di Firenze del Ghiberti. In alto a sinistra invece si riconoscono i tre crescenti dello stemma Strozzi, tra racemi, animali e maschere di satiri.

 Anche Raffaello si cimentò nel realizzare alcune rappresentazioni della Sacra Famiglia, fra queste una delle più belle è certamente “La Sacra Famiglia Canigiani”.  Dipinto a olio su tavola, è databile al 1507 circa ed è oggi conservato nell’Alte Pinakothek di Monaco. L’opera presenta la firma “RAPHAEL URBINAS” sulla scollatura della veste della Vergine.

La tavola lignea fu verosimilmente dipinta per il fiorentino Domenico Canigiani probabilmente in occasione delle nozze di costui con Lucrezia Frescobaldi, nel 1507. Finita successivamente nelle raccolte medicee, fu donata da Cosimo III a Giovanni Guglielmo del Palatinato per lo sposalizio di questi con la figlia Anna Maria Luisa de’ Medici. Decorò così il palazzo di Düsseldorf fino al 1801, quando fu trasferita a Monaco, affinché non cadesse nelle mani di Napoleone. La datazione intorno al 1507/1508 si basa sullo stile dell’opera, che legandola agli ultimi anni del soggiorno fiorentino di Raffaello.

Intorno al 1755 vengono nascosti dal restauratore François-Louis Collins, i due gruppi incompiuti di angioletti in volo fra le nubi vicino agli angoli, coperti da un cielo azzurro, in quanto rovinati a causa di un precedente accorciamento della tavola e successivamente del tutto abrasi dal restauratore per fare aderire meglio la ridipintura del cielo. Sappiamo della loro esistenza grazie ad una copia antica dell’opera, presso la galleria Corsini a Roma. Gli angeli riscoperti nel 1982, dopo essere stati ritenuti non originali fino alla fine dell’Ottocento, in seguito a un meticoloso restauro sono risultati autografi.

La rappresentazione ha una struttura piramidale ispirata alle opere di Leonardo da Vinci. Le figure presentano una forte plasticità delle figure e sono ben articolate nello spazio. Al vertice vi è san Giuseppe, che appoggiato al bastone, controlla con sguardo sereno la Madonna e sant’Elisabetta, sedute su un prato mentre tengono in grembo i rispettivi figli, Gesù e Giovanni Battista.

Le gambe e le braccia di questi quattro protagonisti danno una sensazione di movimento avvolgente, di memoria classica, bilanciata dalla statica figura di Giuseppe che chiude il cerchio con un’organicità che è richiama gli equilibri dell’architettura. Il protagonismo di Giuseppe è giustificato dall’incremento che il suo culto stava acquistando nel XVI secolo; la sua figura ha forti richiami al san Giuseppe del Tondo Doni di Michelangelo.

Raffaello aumentò il numero dei personaggi, nelle pose raffinate cercò corrispondenze formali, con una ritmicità curvilinea in continuo divenire, sia in superficie che in profondità. Il Sanzio riuscì a cogliere con la pittura l’intimità dei gesti familiari dei personaggi. Sguardi e movimenti si intrecciano in un gioco sapiente, in una visione complessa, ma dall’effetto estremamente semplice e naturale, da cui traspare serenità e pacatezza, ben diversa dalle inquietudini di Leonardo. Rimandi alla pittura veneta e a Giorgione sono nella ricca tavolozza, dei toni brillanti e nella resa atmosferica del paesaggio. 

Andrea Mantegna è l’artista che tra il 1495 e il 1505 dipinse “La Sacra Famiglia con una santa” con la tecnica della tempera su tela. Il quadro è oggi possibile vederlo presso il Museo di Castelvecchio a Verona, da dove fu rubato il 20 novembre 2015 per essere ritrovato fortunatamente l’anno successivo.

L’opera in questione è solitamente attribuita alla fase tarda della produzione di Mantegna, poiché richiama espressioni stilistiche e tecniche con altre opere dello stesso periodo. Se per la stesura pittorica vi sono ancora dubbi sull’attribuzione al maestro, in conseguenza della perdita delle velature originarie e di ridipinture, il disegno preparatorio sottostante, realizzato a punta d’argento, è di straordinaria qualità e perciò sicuramente nato dalla mano del Mantegna. Il quadro ha vissuto una curiosa vicenda: trafugato insieme ad altri 16 dipinti dal museo di Castelvecchio la sera del 19 novembre 2015, è stato ritrovato in seguito il 6 maggio nella regione di Odessa in Ucraina mentre stava per essere portato in Moldavia per poi esser rivenduti in Ucraina e in Russia.

Come in altri dipinti simili, i personaggi occupano pienamente lo spazio pittorico disponendosi in modo simmetrico e in primo piano, creando un effetto di grande impatto devozionale con lo spettatore. Il Bambino è posto in braccio alla madre, mentre dietro di loro sono rappresentato san Giuseppe (a sinistra) e una santa (a destra), non immediatamente identificabile, ma probabilmente Maria Maddalena.

Madre e figlio non scambiano nessuno sguardo, come in già molte altre opere dell’artista, ma sono fortemente legati grazie a tenero abbraccio. La figura del Bambino ha tratti che richiamano quelli di una scultura, facendo così pensare a una fonte d’ispirazione classica, forse derivata da un Dioniso bambino dell’età classica. La malinconia e il tono assorto e pensieroso dei personaggi è legato sicuramente alla prefigurazione della tragica sorte di Cristo, destinato al sacrifico sulla croce per la Salvezza dell’umanità.

La Sacra Famiglia Benson è un dipinto del pittore veneto Giorgione realizzato, un olio su tavola databile al 1500 circa e conservato nella National Gallery of Art a Washington.

Proveniente probabilmente dalle collezioni di Carlo I d’Inghilterra, passata in seguito a Giacomo II, fu venduta dallo stesso sovrano al mercante Allart van Everdingen, residente tra Haarlem e Amsterdam. Successivamente sarebbe finita in Francia e attraverso varie collezioni arrivata sul mercato nel 1887. Nel 1894 si trovava nelle collezioni londinesi di Robert Henry Benson, da qui il nome dell’opera. Nel 1927 l’intera collezione d’arte di questo appassionato fu venduta con la mediazione dei Duveen Brothers, a Samuel H. Kress, che poi la donò nel 1952 alla nascente galleria nazionale americana.

In un’umile capanna che dà su un lontano paesaggio grazie ad un’apertura ad arco, la Sacra famiglia si stringe intorno al Bambin Gesù, che si muove vivacemente tra le braccia di Maria come un vero bimbo appena venuto alla luce. Giuseppe è accomodato su un muretto grezzo, mentre la Madonna siede su una roccia nuda, possibili riferimenti all’incompletezza del mondo prima della venuta di Cristo.

Il panneggio sovrabbondante, le pieghe secche, come fossero increspate nella carta, sono rimandi alla pittura fiamminga, la postura delle figure richiama il “proto classicismo” di Lorenzo Costa, al contrario nella fisionomia di Giuseppe si può leggere un riferimento a Giovanni Bellini. La particolare attenzione nella resa dei piccoli dettagli in primo piano (i sassolini sparsi in terra, alcune pianticelle) deriva con molta probabilità dall’assimilazione di esempi nordici, ben noti a Venezia, anche attraverso le stampe.

Tipica di Giorgione è invece la predominanza del colore, utilizzata per determinare il volume delle figure, lavorato con più strati sovrapposti senza un netto contorno a delimitarne i margini, creando così una fusione tra soggetti e paesaggio: si tratta degli effetti atmosferici del tonalismo che ebbe proprio nel maestro di Castelfranco uno dei principali interpreti.

Persino il grande Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio si arrischiò nell’impresa di rappresentare la Sacra Famiglia nel suo celebre dipinto “Sacra Famiglia con san Giovannino”. Ubicato presso il Metropolitan Museum a New York, sebbene faccia parte della collezione privata Otero Silva (Caracas, Venezuela) il quadro è stato realizzato secondo la tecnica dell’olio su tela e databile tra il 1605 ed il 1606.

Mai esposto al pubblico fino al 2001, è stato visionabile la prima volta in occasione della mostra “Caravaggio e il genio di Roma – 1592-1623” tenutasi a Roma presso Palazzo Venezia. Nonostante vi siano ben sei versioni di quest’opera, questa è ritenuta dalla maggior parte degli storici dell’arte a partire da Roberto Longhi come l’originale. 

Questo dipinto presenta la particolarità di essere l’unica Madonna con Bambino realizzata da Caravaggio in dimensioni non monumentali. La poca profondità spaziale affinché i personaggi possano essere messi in rapporto fra loro, l’attenzione puntata sulla Vergine e il Bambino grazie al gioco di luce e ombra per  comunicare un senso di mistero, il gioco di sguardi e gesti dal forte valore simbolico: tutto questo dà vita ad un’immagine affascinante, resa ancora più suggestiva dalla delicatezza del modellato del volto della Madonna, qui con le sembianze della famosa modella del Caravaggio Fillide Melandroni, e dell’incarnato delicatamente rosato sul gomito e le gambe del bambino.

La precisa geometria della composizione è sfruttata a beneficio della creazione di un’atmosfera di serenità, come si trova anche nella precedente fuga in Egitto della Sacra Famiglia. Curioso può essere il confronto con un’opera di Caravaggio successiva a questa, ossia la Madonna del Rosario dipinta durante la fuga a Napoli, dopo l’uccisione di Ranuccio Tomassoni, dove la richiesta di esaltare il ruolo dei domenicani nella diffusione dei riti religiosi e nell’uso del rosario finisce inevitabilmente a donare più artificiosità e meno spontaneità alla scena.

In ognuna di queste opere è chiaro come La Sacra Famiglia sia simbolo e rappresentazione della comunione d’amore, degli affetti più intimi e veri che legano ogni famiglia umana e che devono essere a fondamento dei principi di ogni uomo.

I gesti di protezione, gli sguardi amorevoli di Giuseppe e Maria verso il figlio Gesù appena nato riescono a creare nell’animo dello spettatore un’empatia straordinaria che va oltre il semplice apprezzamento artistico: sono il segno della forza del legame familiare e della sua invincibile tenacia di fronte a qualsiasi difficoltà.

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