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I Greci, che possono essere considerati i pionieri dello studio della Natura, intendevano per φύσις, ossia natura, l’Universo tutto, un insieme di cose in continuo divenire e di cui gli antichi ricercavano il principio primo. 

Il concetto di natura inizia ad essere ampliato e determinato in modo più preciso dalla filosofia sofista in cui si contrappongono le convenzioni, cioè le leggi agli istinti naturali spontanei che difficilmente sono controllabili dalle norme umane. La sfera naturale è messa in opposizione alla sfera umana soprattutto a partire dalla filosofia socratica, che studia principalmente l’uomo nel suo essere pensante, e successivamente con il Cinismo greco che propugna l’ideale della vita secondo natura.

Con Platone poi la Natura, regno della realtà sensibile e in costante mutamento, è considerata semplicemente una realtà inferiore, un’immagine imperfetta e riflessa del vero mondo, quello immutabile delle idee. Ponendo così l’intelligibilità e l’essenza ultima delle cose fuori da esse l’idealità platonica considera la natura un non-ente.

Nell’allievo Aristotele, che rivendica il valore della natura, vi è un tornare ad unire ciò che Platone aveva diviso. La materia delle cose è nella filosofia aristotelica inscindibile rispetto alla sua essenza, al suo essere, alla sua causa prima. Nonostante ciò, la natura che è movimento, quindi causata da un principio, quello del movimento, esterna ad essa, è solo mera possibilità o potenzialità passiva senza una causa prima che le imponga la vita. La natura perciò nel mondo greco viene in qualche modo posta ad un livello inferiore, così come accadrà per il neoplatonismo che considererà il mondo delle cose come una semplice ombra e riflesso del Divino. 

Nel Medioevo, con la Patristica e la Scolastica la Natura verrà considerata una realtà accidentale, inferiore poiché creata, non paragonabile all’infinità e perfettibilità della realtà divina. Essa distoglie l’uomo dal suo vero fine, dal raggiungimento del mondo trascendente e superiore opposto alla materialità naturale.

Con il Rinascimento vi è però una rivalutazione della Natura che partecipa della grandezza del Divino, considerata perciò come vera e concreta realtà, va studiata senza addurre cause prime esterna ad essa. Grazie a questo concetto rinascimentale si sviluppa una concezione meccanicistica della natura, basata sul principio del movimento e che porterà non solo a grandi scoperte scientifiche, ma anche ad una rivoluzione nel modo di intendere la naturalità.

Galileo sosterrà infatti che la Natura sia come un libro, posto davanti a noi, scritto in lingua matematica. Si dovrà quindi ricercare il “come” dei fenomeni naturali guidati dalle leggi matematiche.

Con l’illuminismo la natura viene identificata con la ragione, ciò che è materiale è in rapporto stretto con ciò che è razionale. Successivamente con Kant si avrà la determinazione che l’uomo, nella stessa scienza naturale, è costretto ad obbedire a leggi spazio-temporali e al principio di causalità. Perciò in Natura l’uomo è privo di libertà.

Il positivismo del XIX secolo eliminerà ogni finalismo nella concezione umana della natura, l’armonia in essa contenuta è prodotta dalla casualità e dal meccanicismo che la regola. Le forme naturali superiori sono così legate a quelle inferiori, in un unicum inscindibile.

Nel XX secolo dopo secoli di disquisizioni filosofiche sul significato della Natura entra in crisi la sua stessa nozione. La Natura è dichiarato non è possibile studiarla come totalità e non esiste un principio primo unitario che dia forma e costituzione a tutte le cose naturali. La natura perde quindi il primato di oggetto filosofico da interpretare come un unicum ed entrano in campo la differenziazione degli studi sulle sue molteplici caratteristiche.

 Come detto precedentemente lo studio della Natura ha origini antichissime. Se furono i Greci a teorizzarne il concetto e lo studio, grandi protagonisti nell’ambito delle scienze naturali furono però i Romani, che assorbirono tali conoscenze e scrissero alcuni tra i più importanti trattati sull’argomento dell’antichità.

Impossibile non ricordare Plinio il Vecchio la sua opera la “Naturalis Historia” dedicata all’imperatore Tito. Dopo aver introdotto l’opera e spiegato in maniera generale la struttura e le origini del cosmo, Plinio si accinge a trattare diverse tematiche: geografia botanica, zoologia, antropologia, botanica medica e zoologia medica.

Lo studioso latino compone perciò una vera e propria enciclopedia del sapere antico, riunendo le più disparate conoscenze sul mondo naturale per fornirne una conoscenza più completa possibile.

L’opera pliniana è quindi soprattutto una grande raccolta delle conoscenze scientifiche del mondo antico, un sapere organizzato che punta principalmente a dare informazioni che permettano una pratica applicazione della conoscenza.

La Naturalis Historia è composta da ben trentasette libri che spaziano tra tutti i campi del sapere, l’esposizione nelle varie sezioni va dall’elemento più importante a quello meno significativo, ad esempio l’uomo è messo al primo posto nel capitolo dedicato alla zoologia e al mondo animale.

Nella prefazione Plinio asserisce di aver collezionato ventimila fatti ed aneddoti dopo uno studio su circa duemila libri e ben cento autori diversi. Ad oggi possiamo essere certi di circa quattrocento fonti utilizzate dall’autore latino, di cui centoquarantasei fonti romane e trecentoventisette greche, oltre ovviamente ad altre fonti di informazione.

Fonte fondamentale e primaria di Plinio è sicuramente Marco Terenzio Varrone. Nei trattati sulla Geografia Plinio lavora su Varrone e lo confronta completandolo con i commenti topografici di Agrippa su cui aveva lavorato anche l’Imperatore Cesare Augusto.

Aristotele e Giuba II, l’erudito re di Mauritania, sono fonti principali per la zoologia, come per la Giuba botanica, e anche Teofrasto è nominato negli indici. Per la storia dell’arte Duride di Samo, Senocrate di Sicione e Antigono di Caristo furono le fonti greche utilizzate.

Non dobbiamo però dimenticare che il concetto di scienza di Plinio è bene diverso dal moderno approccio sperimentale basato sulla verifica delle ipotesi, nonostante ciò, l’erudito latino determinò che la scienza doveva essere uno strumento utile alla vita dell’uomo soprattutto in relazione all’economia e alle attività produttive, cosicché l’essere umano possa avere una conoscenza più approfondita del mondo al fine di meglio governarlo. 

Con quest’opera, di cui sono state create numerose sintesi, riduzioni o estrapolati dei compendi Plinio il vecchio è rimasto per molti secoli uno dei più importanti studiosi della natura fino almeno all’età rinascimentale.

Meno conosciuto, ma testo di grande importanza per il sapere scientifico medievale è il Liber Astrologicus, denominato anche De Rerum Natura o Liber Rotarum, di San Isidoro di Siviglia. 

Ma chi era questo erudito spagnolo che redigette tale trattato scientifico che dedicò a Sisebuto dei Visigoti, fervente credente cristiano? Ultimo fra i Padri i Padri della Chiesa, venne nominato doctor Egregius ed è tuttora venerato dalla Chiesa Cattolica come Dottore e Santo.

San Isidoro vide la luce a Cartagena nel 560 d.C. circa, in Spagna; la sua fu una famiglia molto credente tanto che quattro dei cinque figli furono fatti Santi, tra questi proprio Isidoro. Orfano dopo pochi anni dalla nascita fu allevato ed erudito dal fratello Maggiore Leandro.

Inizialmente il Santo, ancora bambino non fu propriamente uno studente modello, svogliato e lontano ancora dalla passione per la conoscenza che lo spinse anni dopo a vergare il Liber Astrologicus, Isidoro vagava spesso per le campagne, più preso dal gioco che dai libri scolastici. In uno di questi suoi girovagare un giorno si ritrovò presso un pozzo, preso da una forte sete si avvicinò per dissetarvisi e vide dei solchi molto profondi sulla ormai consunta corda, creati dallo sfregamento contro la grezza pietra del bordo. Capì allora in quel momento che l’uomo può superare le più difficili prove della vita se dotato di una forte volontà e di costanza. 

Divenuto sacerdote presso l’arcidiocesi di Siviglia, dopo la morte del fratello Leandro, ne divenne arcivescovo. Fu un personaggio che ebbe grande risonanza politica e religiosa nella Spagna del tempo, governata dai Visigoti, fu il fautore principale della conversione del popolo barbaro, che abbandonò il credo ariano per il credo niceno.

Partecipò con vigore e passione alla grande rinascita culturale e letteraria avvenuta in quelle regioni fra il Vi e il VII secolo d.C.. Grande studioso, le sue riflessioni spaziarono nei diversi campi del sapere di quegli anni: si interessò di diritto, medicina, delle arti liberali, studiò con passione le scienze naturali e la storia e approfondì il sapere teologico dogmatico e morale.

Purtroppo la diversità delle materie ha fatto sì che la sua produzione scientifica e letteraria sia priva molto spesso di profondità e di contenuti originali, finendo spesso per dare alla luce ad antologie e compendi riassuntivi più che a veri e propri trattati completi ed organici. 

Tra le opere storiche più importanti del Santo è da ricordare la Chronica Maiora, una raccolta di storia universale, e il testo storiografico Historia de regibus Gothorum, Wandalorum, et Suevorum che racconta le vicende storiche dei popoli barbari quali Goti, Svevi e Vandali.

Di grande valenza per gli studi di esegesi biblica sono i suoi testi Questiones in Vetus Testamentum e Allegoriae quaedam Sacrae Scripturae, che fornisce chiarimenti in base allegorica dei passi più complessi del Nuovo Testamento. Isidoro fu anche un capacissimo grammatico, compose un testo dove raccolse moltissimi sinonimi, il Synonymorum che era composto da due libri e il trattato Differentiae.

La parte più importante del suo lavoro da erudito sono però le sue opere enciclopediche. Compose uno tra i capolavori della cultura Medievale, le Etymologiae, una vasta enciclopedia in venti libri che comprende tutte le conoscenze del mondo di quel tempo, scritta partendo dallo studio dell’etimologia di diversi termini.

I temi che compongono l’opera sono tra loro diversissimi, Isidoro tratta con grande capacità ed intelligenza materie di studio tra loro agli antipodi: religione, diritto, geologia, agricoltura, linguistica persino argomenti più pratici come il vestiario, le armi e i mezzi di trasporto.  Ogni termine, seppur di argomento diverso, ha in comune con l’altro il fatto di essere introdotto grazie ad una breve introduzione insieme alla sua etimologia.

L’idea di Isidoro è che l’etimologia delle parole sia alla base di ogni conoscenza approfondita e veritiera sui fenomeni del mondo e sui suoi oggetti, il legame che unisce la res, la cosa, al nomen, il termine con cui è identificata, è un legame inscindibile poiché non si può avere conoscenza di essi se non analizzati entrambi.

Di grande importanza per tutti gli studiosi medievali fu poi senz’altro il sopracitato Liber Astrologicus, chiamato anche De Rerum Natura o Liber Notarum. Quest’ultima classificazione, nota soprattutto nel periodo medievale è derivata dalla ricchezza degli apparati grafici utilizzati nella sezione riguardante l’astronomia, tratti da manuali più antichi ad oggi andati perduti.

Queste figure di supporto alla spiegazione del cosmo si basano sull’immagine della ruota, sei figure circolari arricchiscono le tesi di Isidoro: la ruota degli anni e quella dei mesi, la ruota rappresentante il mondo nei suoi rapporti tra macrocosmo e microcosmo, quella del cubo degli elementi, la ruota dei pianeti ad infine la famosa rosa dei venti; da qui nasce perciò la denominazione di Rotarum per il trattato del Santo iberico.

Questo trattato di scienza naturale è costituito da tre diverse parti, organizzate in modo da differenziare gli argomenti trattati e dare una più corretta organicità e facilità di fruizione all’opera. I capitoli che vanno dal primo all’ottavo discutono principalmente di Cronologia, una dissertazione sul calendario, sull’organizzazione dei giorni, delle settimane e dei mesi e l’incedere ciclico delle stagioni.

Nei successivi capitoli che vanno dal nono al ventottesimo Isidoro si occupa di cosmologia e di dare una spiegazione quanto più completa dei singoli pianeti e degli astri, utilizzando il già citato modello della ruota racconta del funzionamento del sistema del Sole, delle stelle e del cielo come allora era conosciuto. L’ultima sezione è infine dedicata allo studio e approfondimento dei fenomeni naturali che insistono sulla Terra, complesse teorie sulla nascita e propagazione dei tuoni, sull’arcobaleno o ancora sui venti, per concludere con i terremoti. 

Sebbene alla base di quest’opera non vi sia un concreto e preciso obiettivo dell’autore, il Liber Astrologicus fu molto importante per lo studio della natura da parte di monaci e chierici che si approcciavano a tali argomenti poiché rese le scienze naturali molto più facili da comprendere. L’idea fondante del testo era infatti che le scienze dovessero servire come principio di partenza per una teologia in grado di fornire la giusta comprensione delle Sacre Scritture.

Curioso è che alla fine del testo sia presente un poema composto in esametri dal Re Sisebuto, al quale l’opera è dedicata. Il lavoro del re dei Visigoti è giunto fino a noi poiché inserito spesse volte come epilogo nelle numerose copie del Liber Astrologicus redatte nei secoli successivi.    

La copia originale del XI secolo, sulla quale è stato realizzato il facsimile di Patrimoni d’Arte è ad oggi custodita presso la Biblioteca Episcopal de Vic in Spagna.

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