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“Michelangelo è cosa piuttosto celeste che terrena.”Giorgio Vasari

Michelangelo Buonarroti fu uno degli artisti più importanti del Rinascimento Italiano, la sua figura complessa, sfaccettata e per certi versi oscura affascina da secoli gli studiosi e gli appassionati d’Arte di tutto il mondo. Del Michelangelo pubblico conosciamo tutti la grandezza, le sue sculture come il David o la Pietà sono pietre miliari nella storia della scultura, la sua capacità di lavorare il marmo fino a quasi renderlo materia viva ne fa un’artista dalle doti eccezionali.

Sebbene Michelangelo prediligesse sempre l’arte scultorea, da lui stessa definita l’arte più nobile, d’immensa bellezza sono anche le sue opere pittoriche, come non ricordare la spettacolarità delle narrazioni realizzate sulla volta della Cappella Sistina o il Giudizio Universale dipinto sulla parete di fondo della stessa.

Nonostante l’eccelsa qualità del suo genio artistico la vita privata di Michelangelo fu sempre contrassegnata da un forte tormento interiore, l’artista toscano aveva una personalità difficile, problematica, il carattere irascibile e fortemente sospettoso di Michelangelo lo condussero a compiere una vita solitaria, dove gli amici si potevano contare sulle dita di una mano, a causa anche della sua ossessione della paura del tradimento. Si racconta che anche quando era già ormai un artista affermato affidasse ben pochi compiti al suo capomastro e che visitasse personalmente i siti da cui estrarre i materiali per i suoi lavori poiché era solito affermare di non potersi fidare di nessuno.

Il Vasari ci lascia una descrizione non molto lusinghiera dell’uomo Michelangelo: nella biografia il Buonarroti è descritto come un personaggio solitario, burbero, che si curava poco della propria persona vestendosi spesso con vestiti molto usurati e nutrendosi il più delle volte solo di pane secco.

Un altro aneddoto presente nel racconto vasariano è quello che riguarda l’abitudine di Michelangelo a dormire pochissimo probabilmente a causa del suo animo ansioso; l’artista perciò lavorava molto durante le ore notturne calandosi sulla testa una specie di elmo di cartone su cui posizionava una candela in modo da avere le mani libere per procedere nella realizzazione dell’opera.

Il suo caratteraccio e la sua enorme avarizia erano noti ai più, tanto che Raffaello lo ritrae nella Scuola di Atene nelle spoglie del filosofo Eraclito, con il volto imbronciato e la testa appoggiata a una mano, estraneo a tutto quello che gli accade attorno. Buonarroti per il suo carattere ermetico e solitario ben si adattava a essere associato alla filosofia eraclitea da sempre definita criptica a oscura. Della figura del pensatore sono subito evidenti gli stivali, che si pensa siano stati messi in evidenza da Raffaello per prendere in giro Michelangelo e il suo essere così avaro da non toglierseli mai, neanche per andare a letto, finché non erano lisi e non più utilizzabili. 

Di Buonarroti è nota la sua attività di scultore e pittore, ma pochi sanno che durante la sua esistenza Michelangelo compone anche diversi e numerosi sonetti.

La sua attività poetica esula dai toni più soavi e spirituali della poesia quattrocentesca del Petrarca per riprendere i tenori più espressivi ed energici di Dante Alighieri. Molte di queste composizioni sono dedicate a Vittoria Colonna, marchesa di Pescara, con cui Michelangelo strinse una profonda amicizia tanto che subì l’influenza benevola della donna che fu per lui sempre una figura consolatrice e una fedele consigliera.

Con la donna Buonarroti intrattenne anche una fitta corrispondenza, entrambi profondamente scossi da turbamenti spirituali, il suo sostegno e la sua amicizia portarono Michelangelo a produrre tra i soggetti più innovativi della sua carriera artistica. Se i sonetti per Vittoria erano composizioni dai toni più pacati e soavi, quasi freddi, di tutt’altro genere erano quelli dedicati a colui che si presume essere stato il grande amore di Michelangelo, ossia Tommaso de’ Cavalieri.

Tra gli oltre trecento componimenti poetici almeno trenta sono dedicati a de’ Cavalieri; i versi di questi sonetti ci fanno conoscere un Michelangelo inedito, innamorato, passionale e fortemente coinvolto.

Dalle parole del Buonarroti traspare la sua idea dell’amore derivante dalla filosofia neoplatonica che il pittore aveva fatto sua; celebre il verso del sonetto G.260 in cui è facilmente intuibile il sentimento per de’ Cavalieri dalle sue parole: “L’amore non è sempre un peccato aspro e mortale“. A Tommaso de ‘Cavalieri Michelangelo regalò anche quattro disegni, non semplici schizzi o prove ma complete rappresentazioni su temi che i critici hanno stabilito possano far riferimento alla morale o alla filosofia neoplatonica sull’amore. 

Anche Patrimoni d’Arte ha voluto rendere omaggio a questo grande personaggio del panorama artistico e culturale italiano proponendo una raccolta composta da dieci incisioni originali dell’artista spagnola Lydia Gordillo Pereira che reinterpreta Michelangelo dando una nuova lettura e una nuova vita alle opere del grande maestro del Rinascimento.

Le incisioni sono stampate in otto inchiostri su carta Zerkall Artrag 300 g/m². I colori richiamano la carica espressiva delle opere dell’artista toscano, le figure che si mescolano le une con le altre danno la sensazione di potersi immergere completamente nel mondo estremamente fisico e profondamente sentimentale.

Sono riprese e rielaborate alcune fra le più importanti opere del pittore come il Mosè, Cristo e la Madonna del Giudizio Universale, la Pietà e il David.

In ogni incisione le produzioni artistiche del Maestro si compenetrano per creare nuove suggestive immagini al fine di trasmettere il carattere di Michelangelo unendo elementi architettonici, con la pittura e la scultura, l’arte più amata dal Buonarroti. Nelle incisioni realizzate dall’artista Lydia Gordillo è possibile ritrovare tutta la cruda bellezza dei nudi michelangioleschi, la perfetta anatomia delle figure si fonde con la narrativa per creare un Universo che rimandi alla tormentata indole ed indiscutibile genio di Michelangelo.

Per realizzare queste incisioni sono state utilizzate lastre di polimero fotosensibile, lavorate con la tecnica dell’inchiostrazione policroma senza policromi della stessa matrice. Le immagini vengono replicate in bianco e nero creando una sorta di negativo. Le lastre vengono poi intagliate e successivamente vengono trasferiti i colori nelle incisioni create. I vari colori sono applicati con dei tamponi e ad ogni aggiunta le lastre sono ripulite con un particolare panno detto tarlatana. La lastra, su cui è stata posta la carta prescelta, viene poi sistemata sul torchio che tramite la pressione esercitata trasferirà il colore sul foglio cartaceo dando vita alla stampa finale. Questo procedimento viene definito colpo a secco.

Ogni incisione viene poi controllata personalmente dall’artista che apporrà la sua firma solo dopo averne verificato la qualità. Le incisioni sono poi accompagnate da testi esplicativi che approfondisco ed esplicano le varie immagini riprodotte, assumendo un ruolo di guida per i fruitori dell’opera. Gli scritti sono stati redatti da Paula Guijarro; la carta su cui sono stampati è una carta Zerkall, Intaglio di 150 gr. La raccolta dedicata a Raffaello è un’edizione unica, composta da soli 199 esemplari, ognuno di essi autenticato da atto notarile. 

Tra le incisioni più suggestive vi è sicuramente quella che rilegge la Pietà michelangiolesca. La Pietà è l’opera che rese Michelangelo noto ai grandi committenti dell’epoca esprimendone tutto il suo talento.

Il 27 agosto 1498 il Cardinale Jean de Bilhères, ambasciatore di Carlo VIII presso Papa Alessandro VI, richiese all’allora artista ventiquattrenne Michelangelo Buonarroti una statua della Pietà, con protagonisti la Vergine Maria e Cristo morente a grandezza naturale, per la sua cappella funebre presso Santa Petronilla.

Sebbene il contratto prevedesse la fine dei lavori nell’arco di un anno la Pietà michelangiolesca non fu terminata prima del 1500, nonostante ciò, grazie alla bellezza e alla grandezza della scultura a Buonarroti fu pagata la somma di ben 450 ducati. Inizialmente collocata presso Santa Petronilla, fu poi posta nella Basilica di San Pietro, dopo che a causa dei lavori di ristrutturazione della Basilica stessa, Santa Petronilla fu distrutta.

La Pietà rappresenta la Vergine Maria, posta su una sporgenza rocciosa simboleggiante il Monte Calvario, mentre sorregge il corpo del figlio esamine, dolcemente appoggiato sulle sue gambe. Di grande realismo la veste che indossa la donna, le pieghe sono più grandi e distanti nella parte che copre le gambe, più sottili e fitte sul busto creando un gioco chiaroscurale che rende la tridimensionalità accentuata. La Vergine ha poi un mantello che le copre le spalle e che è usato per avvolgere la schiena del Cristo disteso sulle ginocchia della madre. La mano destra della Madonna è appoggiata al costato del figlio, mentre quella sinistra è rivolta verso l’alto. Sulla fascia che ella indossa è poi posta la firma di Michelangelo:A[N]GELVS BONAROTVS FLORENT[INVS] FACIEBAT.

Il Cristo è posizionato abbandonato sulle gambe della Vergine, il corpo magro, esangue trasmette una forte carica emotiva, il capo ricade all’indietro con il viso che guarda verso l’alto. Il forte dramma umano che si evince dalla scena carica lo spettatore di compassione e malinconia; la perfezione anatomica e delle vesti colpisce chiunque la ammiri facendo rimanere stupefatti dalla maestria del giovane artista. Curioso è il fatto che il volto della Vergine Maria sia quello di una giovane ragazza, non quello di una donna ormai matura che accoglie fra le braccia il figlio morto.

Michelangelo decise di rappresentare la Madonna con un volto giovane perché voleva richiamarsi principalmente al suo ruolo di vergine, infatti la sua figura di madre del figlio di Dio non poteva essere intaccata dal tempo essendo pura e casta.

Il Vasari sottolinea anche come Michelangelo non abbia voluto rappresentare la donna nel momento della morte di Cristo, ma ricordare invece il momento in cui l’angelo le annunciò che sarebbe stata la madre del Salvatore.

La Pietà ha subito nel corso dei secoli diversi danni: nel Settecento la mano destra della Madonna fu danneggiata e perse quattro dita che furono poi restaurate nel 1736 da Giuseppe Liorioni. Il danno più ingente lo subì però nel 1972, quando fu esposta al pubblico e uno squilibrato, Laszlo Toth, la danneggiò pesantemente con un martello. La scultura riportò seri danneggiamenti soprattutto al volto della Madonna e al braccio sinistro della stessa. Fortunatamente i frammenti erano ancora abbastanza integri da poter permettere la ricostruzione delle parti danneggiate, riportando l’opera alla sua bellezza originaria, in grado di emozionare chiunque abbia la fortuna di poterne ammirare la maestosità e la perfezione.

Un’altra incisione di interesse particolare è quella che rappresenta il Cristo e la Madonna posti al centro del Giudizio Universale. L’affresco rappresenta il momento dello scatenarsi dell’Apocalisse, pochi attimi prima dell’attuarsi del Giudizio Universale. Al centro della composizione svetta la figura di Cristo che con la mano destra alzata chiama a sé i giusti mentre con la sinistra precipita i dannati all’inferno. Il gesto di potenza e potere di Gesù, possente nella sua fisicità da eroe classico, sembra calmare la frenesia delle anime, scatenate in un turbinio di corpi massicci e voluminosi. A questo movimento rotatorio non partecipano gli angeli posti nelle due lunette superiori. Rappresentati senza ali e perciò definiti apteri portano in volo gli elementi della Passione.

La Vergine, inserita insieme al Cristo in una mandorla compositiva illuminata, è raffigurata in posizione leggermente inferiore a Gesù, con il viso volto a destra ad esprimere una mesta rassegnazione per la sua impotenza di fronte all’esito del giudizio finale. Nello sguardo della Madonna non troviamo Misericordia, non esprime sentimenti per le anime, ad indicare che il tempo delle passioni terrene è terminato per lasciare spazio al regno della Divinità Eterna. 

Figure di Santi, Beati e Profeti, anche loro in attesa del verdetto ultimo, circondano La Vergine e il figlio. Si può riconoscere San Pietro con le chiavi delle porte dei Cieli, San Lorenzo sulla graticola, San Sebastiano con le frecce e San Bartolomeo con la sua pelle, nella quale è possibile, secondo gli storici, riconoscere l’autoritratto di Michelangelo.

In basso è raffigurata la fine dei tempi con gli angeli dell’Apocalisse, posti nel centro, che suonano lunghe trombe risvegliando i morti. A sinistra i beati ricevono la salvezza eterna recuperando i loro corpi mentre a destra i condannati alla dannazione sono scaraventati negli inferi da angeli e demoni. Sotto agli angeli troviamo Caronte che percuote i dannati a colpi di remo, conducendoli a giudizio da Minosse, dio infernale. Questa rappresentazione è chiaramente ispirata alla divina commedia di Dante che ritroviamo raffigurato fra le anime celesti.

Un forte elemento di innovazione è dato dall’eliminazione delle cornici architettoniche. Michelangelo non inserì finte architetture per raccordare lo spazio virtuale con quello reale per cui non c’è continuità spaziale fra il dipinto e la cappella, la scena rappresenta una realtà ultraterrena senza collegamenti con lo spazio fisico. Le figure rappresentate non sono inserite in rigide composizioni prospettiche, ma sono libere nel cielo, lo schema compositivo è regolato da un doppio vortice verticale, ascendente e discendente. Buonarroti evitò così la tradizione suddivisione della composizione per ordini sovrapposti.

I personaggi non presentano più corpi idealizzati, dai volumi solidi e d’ispirazione classica come quelli della volta, ma nella loro fisicità è evidente la condizione di defunti. I corpi presentano pose sofferenti, i movimenti sono incontrollati e sono evidenti le imperfezioni fisiche degli ignudi. Gli angeli delle lunette hanno invece pose più plastiche e volumi razionali, a sottolinearne la potenza e la forza. 

Anche i colori presentano caratteristiche diverse rispetto agli affreschi della volta. Se infatti per le storie della Genesi Michelangelo utilizzò toni saturi e brillanti nel Giudizio prevalgono i toni grigi e bruni. Uniche eccezioni sono il cielo di un blu vivido ed intenso e il mantello della Vergine. Per gli studiosi l’uso di colori terrei e spenti dipese dall’ età avanzata di Buonarroti, riflettendo così il pessimismo che lo attanagliava. Guardando l’opera si percepisce una sensazione di paura crescente, di terrore imperante. Il vorticare caotico delle anime, l’angoscia che questa provoca nello spettatore riflettono il clima politico e religioso di quegli anni, dominati dagli scontri fra cattolici e protestanti. Su questo conflitto Michelangelo assunse una posizione simile ad alcuni intellettuali dell’epoca, sperando in una riconciliazione fra le varie confessioni cristiane dopo una riforma radicale della Chiesa stessa. 

Un mese dopo la morte di Michelangelo, avvenuta nel gennaio 1564, il Concilio di Trento decise per la censura delle nudità in linea con l’idea del pittore Martinelli che precedentemente aveva chiesto la scomunica di Buonarroti proprio per la raffigurazione inappropriata dei nudi del Giudizio. Incaricato dell’intervento fu Daniele da Volterra che prese a coprire i personaggi nudi con delle braghe. L’intera operazione proseguì anche dopo la sua morte, per venire terminata solo verso la metà del Settecento. Questi interventi di censura insieme ai fumi delle candele dell’altare e alle colle stese per donare luminosità all’ affresco hanno nei secoli danneggiato la bellezza originale dell’opera che è stata riportata alla luce solo dopo il restauro del 1980-1994.

Anche il David è riprodotto in una delle dieci incisioni proposte da Patrimoni d’Arte, questo perché per capire ed amare Michelangelo è imprescindibile la conoscenza e la visione di quest’opera colossale e superba. Nel luglio del 1501 l’Opera del Duomo commissiona al ventiseienne Michelangelo la realizzazione di una rappresentazione scultorea del famoso racconto biblico di Davide e Golia. Già Agostino Duccio aveva tentato quarant’anni prima di scolpire lo stesso soggetto, abbandonando però l’impresa. Per diciotto mesi Buonarroti lavorò alla scultura, dietro una struttura di assi di legno in modo da proteggere la statua da occhi indiscreti, ricevendo la somma di 400 ducati per tale capolavoro. La commissione che inizialmente era religiosa fu presa in carico dalla Repubblica di Firenze e il David venne ad assumere un significato politico, simbolo della libertà fiorentina, bastione della virtù del buon governo e della difesa della patria.

Nel gennaio del 1504 il David fu terminato e la sua immensa bellezza fece sorgere la domanda sul dove collocarlo. Per determinarne la collocazione fu riunita una commissione, di cui faceva parte anche Leonardo da Vinci, che determinò che il luogo ideale per il David era davanti al Palazzo della Signoria dove venne effettivamente posto l’8 settembre 1504.

Il soggetto non era nuovo nella rappresentazione artistica dell’epoca, già Donatello, Ghiberti e Verrocchio si erano cimentati nell’impresa di riprodurre tale evento biblico, ma avevano rappresentato il David come un giovanetto nel momento seguente al taglio della testa del gigante Golia. Michelangelo rompe con questa consuetudine e riproduce il momento subito prima del lancio del sasso con la fionda.

David è un giovane uomo che tiene nella mano destra la pietra con cui colpirà il gigante e sulla spalla sinistra la fionda. Buonarroti lo scolpisce nella classica posizione del contrapposto, nudo, gli arti di destra tesi, quelli di sinistra piegati, dando così maggiore movimento e vitalità alla scultura. La tensione del momento è palpabile, David presenta un’espressione carica di tensione, i muscoli sono contratti come a trattenere il respiro, le vene appaiono in rilievo, quasi vi scorresse veramente il sangue.

Il David è perciò un’opera unica, simbolo dell’estro creativo e della manualità scultorea senza rivali di Michelangelo, una scultura che l’ha reso celebre al tempo in tutta Europa e oggi nel mondo intero. 

Sicuramente colpisce anche la rilettura della statua del Mosè, realizzato per il progetto della monumentale tomba di Giulio II che doveva comprendere ben cinquanta statue a tutto tondo. La scultura del Mosè fu la prima ad essere realizzata tra il 1513 e il 1516, per poi subire un ritocco nel 1542 quando Michelangelo decise di realizzare il volto in torsione invece che frontalmente. 

Mosè è rappresentato mentre regge le Tavole della Legge, il busto è leggermente arcuato, la gamba destra flessa è ben piantata a terra, quella sinistra posta più dietro poggia solamente sulle dita dei piedi. Il Profeta ha l’aspetto di un uomo vigoroso, forte e fiero di sé. Anche se si deduce debba essere un uomo anziano, il viso manifesta ancora fierezza e un carattere volitivo, la lunga barba ricade sul petto muscoloso, evidente anche sotto la tunica, le cui pieghe mettono in evidenza il corpo asciutto e scattante di Mosè.

Curioso che sulla testa del profeta siano poste due corna smussate, infatti nelle traduzioni dall’ebraico al greco del testo biblico, vi fu un’interpretazione errata di un particolare termine che descriveva Mosè appena disceso dal Monte Sinai, portando a pensare che avesse sulla testa delle corna che sarebbero poi diventate la tradizione nelle rappresentazioni artistiche.

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