Cusiorità La Veronica con il volto Santo

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Il termine acheropita è utilizzato per definire un’immagine sacra che, come indica l’etimologia dell’aggettivo, non è stata prodotta da mano umana, non vi è cioè traccia alcuna di interventi manuali da parte dell’uomo. Queste raffigurazioni sono perciò preziose reliquie perché indicano l’intervento miracoloso del divino, un fatto che va al di là della razionalità umana e sono perciò venerate come reliquie dalla Chiesa Cristiana.

Tra le più famose vi è sicuramente la Sacra Sindone conservata nel Duomo di Torino. Altra immagine acheropita molto venerata è senz’altro la Madonna di Guadalupe che si racconta essersi formata sul mantello di San Juan Diego ed oggi esposta a Città del Messico nella Basilica omonima. È però sicuramente il Volto della Veronica ad avere una delle storie più interessanti: questa reliquia infatti fu nella Basilica di San Pietro fino al 1600 circa e anche se tuttora il Vaticano sostiene di possedere quella originale molti identificano Il Volto Santo di Manoppello (Pescara) con l’originale panno che deterse il volto di Cristo sulla via per il Calvario. 

La leggenda del volto della Veronica non si ritrova nei Vangeli, ma è una storia che si diffuse a partire dal XII secolo per poi essere ripresa e resa nota da Jacopo da Voragine nella sua Leggenda Aurea (XIII sec. ca). Il sostantivo Veronica, probabilmente derivante dalla forma latina (Bernice) di un antico nome greco (Berenìke), indica oggi un’icona del volto di Cristo, soprattutto quelle realizzate su stoffa.

Questo significato proviene da un episodio della Passione, quello in cui una donna, vedendo Gesù fisicamente provato, ne asciugò il volto con un velo, sul quale poi rimase impressa l’immagine del viso sofferente Cristo.

Sebbene nei Vangeli canonici non vi sia traccia del nome della donna che compì tale gesto caritatevole, la tradizione la identifica con la Veronica originaria di Cesarea di Filippo in Palestina, colei che venne guarita da una forte emorragia durante un incontro che ebbe con Gesù mentre egli compiva la sua predicazione. La storia compare per la prima volta negli Atti di Pilato, facenti parte dei cosiddetti Vangeli Apocrifi: si racconta che questa donna fosse afflitta da perdite di sangue croniche e questa condizione la rendesse impura, un’emarginata esclusa dalla comunità poiché le era vietato qualsiasi contatto umano. Nella religione ebraica infatti la donna vive una situazione di emarginazione durante il ciclo mestruale e alla povera emorroissa, non potendo controllare le sue perdite, era vietata qualunque interazione sociale.

Quando in città giunse Gesù, la Veronica prese coraggio ed approfittando della folla accalcatisi intorno al profeta sfiorò le vesti di quest’ultimo convinta che ciò l’avrebbe guarita. Gesù sentendosi toccato chiese ai suoi discepoli chi fosse stato a lambirne le vesti. Gli apostoli risposero che probabilmente era stato un gesto involontario di qualcuno nella calca di persone, ma Cristo insistette per sapere chi fosse stato avendo percepito una forza particolare emanare dal suo corpo. La donna si fece così avanti e confessò a Gesù il motivo del suo gesto, il Cristo quindi in modo benevolo le si rivolse così: “Figlia la tua fede ti ha salvata, va in pace e sii guarita dal tuo male!”, Lc. 8, 43-48.  Tuttavia, è giusto sottolineare che altri studiosi sono invece più propensi a considerare come origine del nome l’unione fra il sostantivo latino “vera” e quello greco “eikóna”, da qui il significato di “vera immagine”. 

Anche in scritti pagani di origine romana si possono ritrovare informazione riguardanti il velo della Veronica. È narrato infatti che Volusiano, servo fedele dell’Imperatore Tiberio, si recò in Palestina per chiedere alla Veronica di seguirlo a Roma per visitare con il suo velo l’Imperatore che soffriva in quel momento di una grave malattia. La leggenda narra che Tiberio usci guarito da questo incontro e la Veronica iniziò un pellegrinaggio che la portò in Francia dove iniziò un’opera di conversione dei Galli. Alla sua morte lasciò il celebre velo in eredità all’allora Papa Clemente I.

Altre fonti invece sostengono che il velo fosse conservato a Bisanzio e sia arrivato a Roma solo nell’VIII secolo d.C. Molte sono le fonti, anche letterarie che ne sottolineano la presenza nella città papale, Dante cita il famoso velo nel canto XXXI del Paradiso della sua Divina Commedia, riportando la notizia della sua esposizione durante il Giubileo indetto nel 1300 da Papa Bonifacio VIII. Tale visione era però concessa a pochissimi eletti, neanche Vescovi e Cardinali ne avevano il privilegio che era concesso esclusivamente ai Canonici di San Pietro. Anche Petrarca cita il sacro panno sempre in occasione di un Giubileo, questa volta del 1350.

Con il rifacimento della Basilica di San Pietro il Pontefice Urbano VIII fece collocare il Volto della Veronica in una delle quattro cappelle situate nei pilastri che reggono la volta della Cupola. La reliquia fu così posta nella nicchia insieme alla statua realizzata da Francesco Mochi che rappresenta una donna che regge un panno con impresso il volto del Cristo. All’inizio del 1600 si diffusero le voci di un furto riguardante la famosa reliquia, ma nel 1618 venne smentito dal Papato e ancora oggi nella V domenica di Quaresima viene ostentato tale velo dalla loggia di San Pietro. 

Molti sono coloro i quali sostengono però la veridicità del furto, fra i tanti lo studioso della Sindone Heinrich Pfeiffer che sostiene che il vero Volto Santo sia oggi quello conservato a Manoppello, in Abruzzo. Fu trafugato da Roma per salvarlo dal sacco dei Lanzichenecchi del 1527 e da lì portato a Manoppello. Il telo presenta un volto impresso, vi sono occhi, naso e bocca e dall’occhio destro scende una lacrima sulla guancia. Non sono rilevate tracce di colore e questo indica la sua origine probabilmente divina. Alcuni mettono tuttavia in dubbio che esso sia la stessa reliquia un tempo conservata a Roma poiché le dimensioni dei due veli non combacerebbero. Nel secolo XVII personaggi aristocratici iniziarono a richiedere delle copie del velo conservato a San Pietro e si pensa che queste furono fatte a memoria e non seguendo il modello originario che era stato trafugato, perciò il Volto Santo di Manoppello potrebbe essere quindi una di esse e non l’originale scomparso. 

Immagini acheropite del volto del Cristo nono sono conservate solo in Italia, ma ve ne sono diverse in altre parti del mondo. Una tra le più famose è conservata ad Alicante ed è la Santa Faz, che alcuni dicono essere una delle copie che riproducono la Veronica di Roma altri sostengono invece che essa sia un originale e derivi dal fatto che il telo con cui fu deterso il volto di Cristo era piegato in tre parti cosicché vi sarebbero non una, ma ben tre immagini, la prima conservata a San Pietro, le altre due a Jaén e ovviamente ad Alicante.

Le prime notizie dell’esistenza di tre raffigurazioni acheropite del Volto Santo derivano dal testo del 1390 di Jean de Preis che nel suo libro “Mureurs des Histors” narra di come la Veronica, qui identificata con l’emorroissa, fece dipingere su di un velo il viso di Gesù e di come quest’ultimo vi appoggiò il volto e l’immagine di esso si traferì sulle tre pieghe del tessuto.

Al di là delle leggende la storia della Santa Faz sembra iniziare da Gerusalemme dove rimase fino al VII secolo d.C., successivamente con la conquista della città da parte degli infedeli fu trasportata prima a Cipro e poi a Costantinopoli dove vi rimase fino alla vittoria turca del 1453. Portata a Roma da Niccolò V nel 1478 fu prestata da Papa Sisti IV alla città di Venezia per essere esposta, qui fu poi portata in processione per le vie della città lagunare per sconfiggere la peste. A Venezia rimase fino al 1484 quando fu chiesto ad un cardinale di riportarla a San Pietro, dove però non arrivò mai poiché in punto di morte fu donata dallo stesso cardinale al sacerdote Moses Pedro Mena che portò la reliquia nella sua città natale San Juan de Alicante. Nel 1489 la Veronica fu ostentata per contrastare la forte siccità di quell’anno e si racconta che una lacrima scese sulla guancia del volto impresso sulla tela. Da allora il Volto Santo è conservato presso il monastero della Santa Faz ad Alicante e ha subito nel corso dei secoli varie asportazioni di tessuto da parte di credenti e fedeli che hanno così la riduzione delle sue dimensioni originarie sebbene sia ancora visibile osservare la fronte, le guance e la barba del Cristo.

Patrimoni d’Arte presenta fra i suoi prodotti il bassorilievo “la Veronica con il Volo Santo”, l’esatta riproduzione del dipinto di El Greco “La Veronica con la Santa Faz”, datato 1584-1594, dove l’artista riproduce la famosa immagine acheropita di cui sopra si è parlato.  Il 2014 è stato il IV centenario della morte di Domenico Theotocopulos, detto El Greco (1541-1614). Il suo stile è una commistione di più influenze, dalla scuola post-bizantina di Creta al Manierismo italiano e al Rinascimento Veneziano con Tintoretto e Tiziano. Questo substrato artistico e culturale è stato poi rielaborato in maniera personale da El Greco, creando uno stile riconoscibile e dalla forte carica espressiva.

Ne “La Verónica con la Santa Faz” è rappresentata la donna che mostra il panno con cui deterse il volto di Cristo che rimase poi impresso sulla tela. Lo sfondo è scuro e piatto; il volto e le mani della protagonista, con il loro candore, insieme alla stoffa del panno, dove è evidente un uso più accentuato del bianco, emergono e risaltano nell’oscurità della scena.

La testa di Cristo, che dovrebbe essere bidimensionale, presenta una composizione volumetrica più marcata rispetto alla donna che risulta invece più piatta e quasi priva di tridimensionalità. La figura femminile è ruotata, come a rivolgersi all’esterno del dipinto, tipica composizione del manierismo italiano, mentre la rappresentazione fissa e frontale della testa di Gesù richiama le icone bizantine. La maestria di El Greco nella realizzazione di questo dipinto è particolarmente evidente se osserviamo la cura con cui sono state riprodotte le pieghe del panno così come la trasparenza del velo.

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