Curiosità La Cappella Sistina – Michelangerlo

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La cappella più importante e famosa facente parte del complesso del palazzo apostolico della Città del Vaticano è sicuramente la Cappella Sistina, edificata per volere di Papa Sisto IV della Rovere. Iniziata nel 1475 e terminata intorno al 1483, questa cappella è tuttora il luogo dove il Conclave si riunisce per eleggere il Pontefice; classica è la fumata bianca quando la decisione è stata presa, fumata che esce dal camino della stufa posizionati entrambi per l’occasione, quindi non fissi, ma rimossi una volta terminata l’elezione.

Papa Sisto IV prese la decisione di iniziare i lavori per un edificio che potesse rappresentare nella sua possenza e grandiosità l’immenso potere del papato e la magnificenza dello Stato Pontificio. La Cappella Palatina preesistente, una struttura destinata al puro scopo difensivo, venne così abbattuta e sul luogo dove essa sorgeva fu edificata la nuova cappella, su disegno dell’architetto Baccio Pontelli e la supervisione dei lavori di Giovannino de’ Dolci. L’idea era di erigere un Nuovo Tempio di Gerusalemme, con dimensioni ad esso identiche, uguali a quelle indicate nella Bibbia.

Le pareti della nuova Cappella furono ornate secondo tre ordini decorativi: dal basso verso l’alto: una serie di finti arazzi; le storie dell’Antico e Nuovo Testamento che sottolineano il legame fra la vita di Mosè e quella di Cristo; i ritratti dei primi Papi martirizzati. Sicuramente però gli affreschi più suggestivi sono quelli realizzati da Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina: commissionati da Giulio II impegnarono Buonarroti dal 1508 al 1512 che dipinse una superficie di circa 500 mq. Nel maggio del 1504 si era presentata una crepa sul soffitto della Cappella, che non solo aveva reso inaccessibile la struttura per mesi, ma aveva anche causato danni irreparabili al precedente lavoro di Piermatteo d’ Amelia, un cielo stellato, che decorava la volta.

Le intenzioni del Papa furono subito di assegnare i lavori per il rifacimento decorativo del soffitto a Michelangelo, come conferma anche una lettera inviata da Piero di Jacopo Rosselli all’artista fiorentino, dove gli veniva raccontato del dovere del Papa e delle rimostranze di Bramante, che non riteneva Michelangelo abbastanza competente nella tecnica dell’affresco. Dopo i dubbi iniziali espressi dallo stesso Buonarroti, l’artista fiorentino si mise a lavorare al progetto, dopo aver accettato la commissione tra il marzo e l’aprile del 1508. L’idea inziale prevedeva la realizzazione delle figure dei dodici apostoli nei peducci, capitelli pensili posizionati sotto un arco od una volta, mentre la parte centrale della volta sarebbe stata decorata da motivi geometrici. Non soddisfatto del progetto ed ispirato dalle storie della Bibbia narrate sulle pareti della Cappella, Michelangelo decise di variare la sua idea inziale e di realizzare una narrazione visiva degli episodi biblici Ante Legem, ossia episodi avvenuti prima della consegna delle tavole a Mosè.

Dipingere questi capolavori non fu semplice, l’artista toscano utilizzò una tecnica che univa l’uso di scorci prospettici, come erano soliti fare molti artisti dell’epoca da Mantegna a Bramante, ad una partitura della volta classicheggiante. Le figure furono invece dipinte frontalmente aiutato in questo dalla volta curva della struttura. Il risultato era un’opera coerente, dotata di unità strutturale, in cui gli elementi architettonici fornivano la sensazione di essere davanti a veri e proprie architetture sporgenti dal soffitto. Curioso è il fatto che Michelangelo ideò lui stesso i ponteggi su cui passava ore intere a decorare il soffitto, creando dei ponti mobili la cui struttura era fissata a livello delle finestre. 

Nel settembre del 1534 Michelangelo fu nuovamente contattato, dall’allora Papa Clemente VII, per la realizzazione dell’affresco che avrebbe dovuto ricoprire la parete dietro l’altare della Cappella Sistina. Pochi giorni dopo l’incontro il pontefice morì, tuttavia il nuovo Papa, Paolo III Farnese, confermò la commissione a Buonarroti.

L’idea iniziale dell’artista fiorentino era quella di integrare il precedente lavoro del Perugino che aveva dipinto scene della vita di Mosè e Gesù insieme a quelle dei papi precedenti. Gli affreschi del Quattrocento furono però distrutti insieme a due lunette riguardanti gli antenati di Cristo, dipinte da Michelangelo durante la decorazione della volta. Buonarroti iniziò i lavori sulla parete nel 1536, dopo un iniziale tentennamento dovuto alla preoccupazione per i ritardi nella realizzazione della Tomba di Giulio II, ancora incompiuta a vent’anni dalla morte del pontefice, e li terminò cinque anni dopo, nel 1541.

Nonostante avesse ormai sessant’anni Michelangelo eseguì gli affreschi completamente da solo, arrivando a realizzare trecentonovantadue figure su uno sfondo di circa centottanta metri quadrati. Per facilitare il lavoro a Buonarroti il pittore Sebastiano del Piombo fece predisporre un intonaco adatto alla pittura ad olio. L’artista fiorentino non apprezzò però il gesto e fece preparare l’arriccio per l’affresco. Alcune delle figure in secondo piano furono realizzate con una tecnica di pittura a secco più veloce detta compendiaria.

Nella Bibbia Filatelica di Patrimoni d’Arte è possibile trovare valori filatelici ufficiali della Città del Vaticano che riproducono fedelmente alcuni fra i più begli affreschi della volta. In particolare, di particolare valore è la serie dedicata al restauro della Cappella Sistina, iniziato nel 1979 e terminato nel 1994. Per celebrare la fine dei lavori ed il recupero della bellezza originale dei dipinti michelangioleschi la Città del Vaticano ha rilasciato l’8 aprile 1994 cinque francobolli recanti gli affreschi più belli della volta e della parete di fondo. 

Sui valori sono rappresentati La Creazione degli Astri e delle Piante, La Creazione dell’Uomo,

Il Peccato Originale, Il Diluvio Universale e Gesù e la Vergine Maria tratto dal Giudizio Universale.

LA CREAZIONE DEGLI ASTRI E DELLE PIANTE 

L’affresco de La Creazione degli Astri e delle Piante, commissionato da Giulio II a Michelangelo Buonarroti nel 1508 circa, fu realizzato sulla volta della Cappella Sistina nella Città del Vaticano e fa parte delle tre scene legate alla Creazione del Mondo insieme alla Separazione della Luce dalle Tenebre e alla Separazione della Terra dalle Acque. Secondo il testo biblico la Separazione della Terra dalle Acque avviene come seconda vicenda, ma il secondo giorno della Creazione fu assegnato alla Creazione degli Astri e delle Piante (avvenuta nel terzo e quarto giorno) non considerando così la tradizione.

Il lavoro di decorazione della volta iniziò dalle arcate adiacenti all’ingresso ma, a metà del lavoro, nel 1510 Michelangelo dovette smontare e rimontare il ponteggio su tutta l’altra metà della cappella. Per questo l’affresco fa parte del secondo blocco. Michelangelo dipinse la scena in questione in sette giorni ed è semplice notare come i soggetti siano più grandi e monumentali, oltre che snelli e decisi, rispetto al Diluvio Universale. I disegni furono direttamente incisi dal cartone su cui erano raffigurati, diversamente dai cerchi della luna e del sole intagliati con il compasso direttamente sull’intonaco.

Vengono raggruppati da Michelangelo due momenti distinti in una sola scena: sulla sinistra vi è la creazione del mondo vegetale e di fianco la nascita del Sole e della Luna. Questo affresco oltre a trasmettere un rilevante effetto visivo è uno dei più profondi della Cappella Sistina. Dio viene raffigurato due volte e da prospettive differenti. L’artista per consentire di ammirare il soggetto da diversi punti di vista, come se fosse una statua, utilizza la visuale anteriore e posteriore.

Il Dio raffigurato a destra è autorevole, con lo sguardo severo e scontroso apre energicamente le braccia per creare il sole e la luna. Sulla sinistra invece il medesimo soggetto è impegnato nella creazione del mondo vegetale e viene dipinto di schiena mentre crea le piante puntando l’indice della mano destra. Le rappresentazioni sono collegate tra loro dal forte vento, che muove le vesti e disfa barba e capelli e che secondo alcuni studiosi rappresenta la Potenza Divina nella creazione del mondo.

Il Dio posto sulla sinistra fu all’epoca molto criticato in quanto mostrava le spalle e le piante dei piedi e ciò fu visto come irrispettoso; in pochi capirono e ammirarono l’innovazione dell’opera di Michelangelo.

Nel rappresentare la divinità sulla destra l’artista riprende l’iconografia tradizionale: all’Eterno rappresentato con la barba bianca, viene conferita una forza tempestosa. I volti del protagonista e del putto posto al suo fianco sono travolti dalla luce che li rende ancora più comunicativi, nel contempo il gesto di indicare il sole è estremamente naturale.

Il tono prevalente è quello del violetto, che riprende la veste del Padre Eterno, ed è presente anche nelle altre due scene della Creazione del Mondo. Michelangelo aggiunge delle tonalità fredde tendenti al grigio e all’azzurro ad eccezione del Sole intenso, disegnato come un cerchio dorato e della luna rappresentata come una sfera perlata.

LA CREAZIONE DELL’UOMO

 Uno dei più famosi affreschi del ciclo della Cappella Sistina è sicuramente la Creazione di Adamo, realizzato nel 1511 e terminato dopo 16 giornate di lavoro.

A destra troviamo il Dio Creatore circondato da un velo color porpora e trasportato da angeli e cherubini, rappresentati con figure dai volumi solidi e reali, e circondato da un velo color porpora. La figura di Dio presenta una massa possente, il viso maturo, barba e capelli bianchi, colto nell’atto di allungare il braccio verso Adamo. L’uomo creato è raffigurato sdraiato su un pendio roccioso appena accennato; il corpo è atletico, nudo e muscoloso, la mano sinistra tesa quasi a sfiorare quella del suo creatore.

Nel racconto biblico Dio crea l’uomo modellandone le fattezze nella terra per poi infondergli la vita tramite un soffio vitale. Nella creazione di Michelangelo invece Dio infonde vitalità all’uomo allungando l’indice della mano destra, quasi a toccare quella della creatura, come se tra i due passasse un impulso, una scintilla, senza però mai sfiorarsi veramente. La mano di Adamo è debole, mollemente protesa a cogliere questa scintilla, lo sguardo ingenuo e stupito di una creatura appena animata.

 I due protagonisti sono separati da uno spazio vuoto, i loro avambracci sono l’unico collegamento fra di loro. La mancanza di uno sfondo fa sì che il nostro occhio verta lo sguardo al centro della composizione, sugli avambracci e sulle mani vicine che però non si sfiorano, ciò a sottolineare lo scarto incolmabile fra il Creatore e il creato, tra l’Infinito e il Finito.

Nella Genesi è anche scritto che Dio crea l’uomo a sua immagine e somiglianza perciò Michelangelo dipinge le due figure con anatomie molto simili; i fisici forti e robusti, la doppia torsione del corpo e il parallelismo delle posizioni fra i toraci, le ginocchia e i piedi richiamano questo legame di filiazione indissolubile.

IL PECCATO ORIGINALE

Il Peccato Originale fa parte del primo blocco di affreschi della volta della Cappella Sistina. La scena ha richiesto a Michelangelo 13 giornate di lavoro ed è tra le prime ad essere realizzata interamente dal maestro fiorentino dopo il licenziamento degli aiuti, considerati non abbastanza capaci.

Nel dipinto sono rappresentate due scene separate dall’ Albero della Conoscenza del Bene e del Male, posto al centro della composizione. Sulla sinistra è raffigurata la scena del Peccato Originale; il serpente tentatore, raffigurato secondo una certa tradizione biblica con una testa di donna, persuade Eva a prendere il frutto proibito che le sta porgendo, mentre Adamo ne coglie un altro dall’ albero. I due personaggi sono nudi e rappresentati con una fisicità atletica, i corpi asciutti e i muscoli in evidenza. Eva presenta una muscolatura molto sviluppata, quasi mascolina, che riprende altre figure femminili michelangiolesche. Il paesaggio in questa scena è ricco come a riflettere la condizione di beatitudine dell’Eden.

A destra viene rappresentata la cacciata dal Paradiso e l’affresco muta completamente, lo sfondo è spoglio e deserto, i colori meno brillanti e più terrei. Adamo ed Eva vengono qui scacciati dal Paradiso Terrestre e minacciati con una spada dall’angelo a guardia della porta del giardino. I volti dei due protagonisti sono attraversati dal dolore, i corpi appaiono invecchiati, rattrappiti e contratti, richiamando la forte carica espressiva della Cacciata dei progenitori dall’ Eden di Masaccio.

Grazie al restauro della Cappella la scena ha recuperato vivacità e brillantezza nei colori, i contrasti tra toni caldi e toni freddi risulta più evidente; il modellato più morbido e fluido nella scena a sinistra diventa più duro e concreto, i colori più vividi e cupi.

IL DILUVIO UNIVERSALE 

La scena del Diluvio Universale è, secondo gli studiosi, la prima dipinta da Michelangelo. L’ affresco ha una storia complicata: iniziata con problemi tecnici dovuti ad una miscela sbagliata per l’intonaco che ha causato la formazione di muffe, per proseguire con la caduta di un pezzo del cielo affrescato e con le crepe createsi con l’esplosione della polveriera di Castel Sant’Angelo nel 1791.

Nell’ affresco troviamo sessanta piccole figure distribuite sulle diagonali dell’opera, accentuando così la profondità prospettica della scena. Tre gruppi umani sono distinguibili all’ interno del dipinto: i “giusti” sull’Arca che hanno raggiunto la salvezza; i “reprobi” sulla barchetta al centro della scena si stanno azzuffando, mentre alcuni di loro tentano l’assalto all’Arca; sulla terra ferma troviamo invece coloro che in vita hanno avuto un attaccamento morboso per i beni terreni, simboleggiato dai bagagli che cercano di portare in salvo e, per questo, non possono essere salvati. Questi ultimi personaggi presentano in volto una chiara e limpida rassegnazione, consapevoli del destino che li attende. La colomba dello Spirito Santo è invece già scesa sull’ imbarcazione di Noè, il quale si affaccia per vedere il raggio di sole che parte dal disco dorato al centro del cielo, simbolo divino della salvezza conquistata.

Quest’ opera presenta una forte simbologia: l’Arca rappresenta la Chiesa, la Salvezza per i buoni di spirito e il suo legno richiama quello della Croce. L’acqua del diluvio che purifica il mondo dai peccatori prefigura l’acqua del Battesimo di Cristo che elimina tutti i peccati. Questi richiami al Nuovo Testamento sono legati alle celebrazioni che avvenivano all’interno della Cappella in occasione della Settimana Santa.

Il Giudizio Universale- Particolare Cristo e la Madonna 

L’affresco rappresenta il momento dello scatenarsi dell’Apocalisse, pochi attimi prima dell’attuarsi del Giudizio Universale. Al centro della composizione svetta la figura di Cristo che con la mano destra alzata chiama a sé i giusti mentre con la sinistra precipita i dannati all’inferno. Il gesto di potenza e potere di Gesù, possente nella sua fisicità da eroe classico, sembra calmare la frenesia delle anime, scatenate in un turbinio di corpi massicci e voluminosi. A questo movimento rotatorio non partecipano gli angeli posti nelle due lunette superiori. Rappresentati senza ali e perciò definiti apteri portano in volo gli elementi della Passione. 

La Vergine, inserita insieme al Cristo in una mandorla compositiva illuminata, è raffigurata in posizione leggermente inferiore a Gesù, con il viso volto a destra ad esprimere una mesta rassegnazione per la sua impotenza di fronte all’esito del giudizio finale. Nello sguardo della Madonna non troviamo Misericordia, non esprime sentimenti per le anime, ad indicare che il tempo delle passioni terrene è terminato per lasciare spazio al regno della Divinità Eterna. 

Figure di Santi, Beati e Profeti, anche loro in attesa del verdetto ultimo, circondano La Vergine e il figlio. Si può riconoscere San Pietro con le chiavi delle porte dei Cieli, San Lorenzo sulla graticola, San Sebastiano con le frecce e San Bartolomeo con la sua pelle, nella quale è possibile, secondo gli storici, riconoscere l’autoritratto di Michelangelo.

In basso è raffigurata la fine dei tempi con gli angeli dell’Apocalisse, posti nel centro, che suonano lunghe trombe risvegliando i morti. A sinistra i beati ricevono la salvezza eterna recuperando i loro corpi mentre a destra i condannati alla dannazione sono scaraventati negli inferi da angeli e demoni. Sotto agli angeli troviamo Caronte che percuote i dannati a colpi di remo, conducendoli a giudizio da Minosse, dio infernale. Questa rappresentazione è chiaramente ispirata alla divina commedia di Dante che ritroviamo raffigurato fra le anime celesti.

Un forte elemento di innovazione è dato dall’eliminazione delle cornici architettoniche. Michelangelo non inserì finte architetture per raccordare lo spazio virtuale con quello reale per cui non c’è continuità spaziale fra il dipinto e la cappella, la scena rappresenta una realtà ultraterrena senza collegamenti con lo spazio fisico. Le figure rappresentate non sono inserite in rigide composizioni prospettiche, ma sono libere nel cielo, lo schema compositivo è regolato da un doppio vortice verticale, ascendente e discendente. Buonarroti evitò così la tradizione suddivisione della composizione per ordini sovrapposti.

I personaggi non presentano più corpi idealizzati, dai volumi solidi e di ispirazione classica come quelli della volta, ma nella loro fisicità è evidente la condizione di defunti. I corpi presentano pose sofferenti, i movimenti sono incontrollati e sono evidenti le imperfezioni fisiche degli ignudi. Gli angeli delle lunette hanno invece pose più plastiche e volumi razionali, a sottolinearne la potenza e la forza. 

Anche i colori presentano caratteristiche diverse rispetto agli affreschi della volta. Se infatti per le storie della Genesi Michelangelo utilizzò toni saturi e brillanti nel Giudizio prevalgono i toni grigi e bruni. Uniche eccezioni sono il cielo di un blu vivido ed intenso e il mantello della Vergine. Per gli studiosi l’uso di colori terrei e spenti dipese dall’ età avanzata di Buonarroti, riflettendo così il pessimismo che lo attanagliava. Guardando l’opera si percepisce una sensazione di paura crescente, di terrore imperante. Il vorticare caotico delle anime, l’angoscia che questa provoca nello spettatore riflettono il clima politico e religioso di quegli anni, dominati dagli scontri fra cattolici e protestanti. Su questo conflitto Michelangelo assunse una posizione simile ad alcuni intellettuali dell’epoca, sperando in una riconciliazione fra le varie confessioni cristiane dopo una riforma radicale della Chiesa stessa. 

Un mese dopo la morte di Michelangelo, avvenuta nel gennaio 1564, il Concilio di Trento decise per la censura delle nudità in linea con l’idea del pittore Martinelli che precedentemente aveva chiesto la scomunica di Buonarroti proprio per la raffigurazione inappropriata dei nudi del Giudizio. Incaricato dell’intervento fu Daniele da Volterra che prese a coprire i personaggi nudi con delle braghe. L’intera operazione proseguì anche dopo la sua morte, per venire terminata solo verso la metà del Settecento. Questi interventi di censura insieme ai fumi delle candele dell’altare e alle colle stese per donare luminosità all’ affresco hanno nei secoli danneggiato la bellezza originale dell’opera che è stata riportata alla luce solo dopo il restauro del 1980-1994.

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