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Raffaello è sempre riuscito a fare quello che gli altri vagheggiavano di fare” (W. Goethe)

Così lo scrittore tedesco descriveva il genio dell’artista di Urbino, diventato immortale grazie alla sua arte e per questo celebrato in questo 2020 a cinquecento anni dalla sua prematura morte.

La figura del pittore rappresenta a pieno gli ideali del Rinascimento, le sue opere rispondono a un desiderio di armonia, ad una costante ricerca di equilibrio, per cercare nelle sue opere un’unione tra il bello di natura e il bello artistico, consentendo all’arte di non essere un mero specchio a imitazione della natura, ma una dimensione di perfezione dove la bellezza potesse emozionare e coinvolgere lo spettatore.

Dopo cinquecento anni, il sentimento di estasi che si può provare dinanzi ai suoi capolavori è identico a quello che i contemporanei provarono nei confronti di Raffaello e la sua arte. A rendere omaggio a questo grande genio si sono prodigate molto istituzioni italiane e le città che furono visitate in vita dal maestro di Urbino. Alle Scuderie del Quirinale è stata approntata una mostra interamente dedicata a Raffaello, così come gli Uffizi si sono resi promotori di un’importante esposizione di alcune tra le più belle opere dell’artista. 

Anche Patrimoni d’Arte ha voluto rendere omaggio a questo grande personaggio del panorama artistico e culturale italiano proponendo una raccolta composta da dieci incisioni originali dell’artista spagnola Lydia Gordillo Pereira che reinterpreta Raffaello dando una nuova lettura e una nuova vita alle opere del grande maestro del Rinascimento.

Le incisioni sono stampate in otto inchiostri su carta Zerkall Artrag 300 g/m². I colori richiamano la brillantezza e la luminosità dei quadri dell’artista umbro, le figure che si mescolano le une con le altre danno la sensazione di potersi immergere completamente nel mondo rinascimentale di Raffaello. Sono riprese e rielaborate alcune fra le più importanti opere del pittore come la Scuola di Atene, la Velata, la Fornarina o ancora Le Tre Grazie.

In ogni incisione i dipinti del Maestro si compenetrano per creare nuove suggestive immagini al fine di trasmettere la personalità di Raffaello e i legami che più in vita furono per lui importanti, tra committenze dell’alta società, amori ed amicizie.

Una commistione fra temi sacri e profani come sempre avvenne anche nella breve, ma intensa carriera artistica di Raffaello: da un lato una proficua collaborazione con la Chiesa, da cui nasceranno opere di grande bellezza come la Madonna Sistina o la Madonna della Seggiola, dall’altro il tema profano, dove l’artista di Urbino affronta scene mitologiche e riceve commissioni da grandi personaggi contemporanei e famiglie nobili. Nelle incisioni realizzate dall’artista Lydia Gordillo è possibile ritrovare tutta la bellezza rinascimentale, l’equilibrio compositivo e la delicatezza di Raffaello rielaborate per creare un Universo che rimandi alla perfezione del Classicismo di cui Sanzio è il massimo interprete e simbolo. 

Per realizzare queste incisioni sono state utilizzate lastre di polimero fotosensibile, lavorate con la tecnica dell’inchiostrazione policroma senza policromi della stessa matrice. Le immagini vengono replicate in bianco e nero creando una sorta di negativo. Le lastre vengono poi intagliate e successivamente vengono trasferiti i colori nelle incisioni create. I vari colori sono applicati con dei tamponi e ad ogni aggiunta le lastre sono ripulite con un particolare panno detto tarlatana. La lastra, su cui è stata posizionata la carta prescelta, viene poi sistemata sul torchio che tramite la pressione esercitata trasferirà il colore sul foglio cartaceo dando vita alla stampa finale.

Questo procedimento viene definito colpo a secco. Ogni incisione viene poi controllata personalmente dall’artista che apporrà la sua firma solo dopo averne verificato la qualità.  Le incisioni sono poi accompagnate da testi esplicativi che approfondisco ed esplicano le varie immagini riprodotte, assumendo un ruolo di guida per i fruitori dell’opera. Gli scritti sono stati redatti da Ramón Sánchez González, insigne professore di storia moderna presso l’Università Castilla-La Mancha; la carta su cui sono stampati è una carta Zerkall, Intaglio di 150 gr. La raccolta dedicata a Raffaello è un’edizione unica, composta da soli 199 esemplari, ognuno di essi autenticato da atto notarile. 

 Con questa Opera speriamo di poter far rivivere anche solo in piccola parte la genialità e la maestria di un uomo che ha cambiato il corso della storia dell’Arte in Italia e in Europa.

Esiste un prima e un dopo Raffaello e la sua influenza ha accompagnato intere generazioni di artisti: troviamo richiami al pittore di Urbino nell’arte seicentesca di Caravaggio così come nelle opere fiamminghe di Rubens. Nelle figure di Delacroix è possibile riscoprire l’arte di Raffaello così come nei quadri di Ingres, le sue odalische prendono spunto a piene mani da la Fornarina dell’artista urbinate. Il pittore spagnolo Salvador Dalì dichiarò all’inizio della sua carriera di voler essere “il Raffaello della sua epoca” affascinato dalla carica innovativa che quest’ultimo aveva portato sulla scena artistica rinascimentale.

La figura di Raffaello è da sempre immersa in un’aurea divina; le sue incredibili capacità nel rappresentare la figura umana, nel dipingere la natura trasmettendone la grandiosità, tanto che quella delle sue opere superava in maestosità e bellezza il reale che lo circondava, l’abilità di inserire le scene narrative in quinte architettoniche perfettamente studiate lo hanno reso immortale, capace di affascinare lo spettatore e renderlo per un attimo più vicino al divino sublimando la sua presenza nella perfezione artistica dell’opera.

Se Raffaello fu ispirazione per molti pittori allo stesso modo egli fu influenzato dai suoi contemporanei, in particolare da Michelangelo di cui fu allo stesso tempo grande ammiratore e rivale. L’artista di Urbino, nato nel 1483 si trasferì nel 1504 a Firenze proprio per poter studiare dal vivo le opere di Michelangelo, come dimostrano anche alcune delle opere eseguite da Raffaello in questo periodo dove è chiaramente riconoscibile l’influenza del pittore toscano. Quando poi nel 1408 Raffaello fu chiamato a Roma da Papa Giulio II, si ritrovò a competere con Michelangelo per le assegnazioni delle commissioni papali, accentuando la rivalità tra i due artisti. Si crearono due schieramenti avversi, uno a sostegno di Raffaello, capeggiato dal Bramante, l’altro sostenitore di Michelangelo, che vantava nomi celebri come Sebastiano del Piombo.

 In questa continua diatriba tra i due artisti non mancò però mai l’ammirazione che entrambi provavano per il rispettivo rivale. Raffaello rappresentò il “nemico” nella sua Scuola di Atene dando al filosofo Eraclito le sembianze di Michelangelo, dipingendolo seduto in disparte, in atteggiamento meditativo, sottolineando così il carattere schivo e il tormento interiore che sempre accompagnarono la figura di Buonarroti.

Sanzio però non mancò di prendersi una piccola rivincita, infatti Michelangelo è rappresentato con un paio di stivali che risultano in primo piano rispetto allo spettatore, richiamando così la diceria secondo cui l’artista fosse un uomo particolarmente tirchio, tanto da non togliersi gli stivali fino a quando questi non fossero talmente consumati da non poter più essere utilizzati.

Un altro curioso episodio, a metà tra la realtà e la leggenda, riguarda il periodo in cui Raffaello stava affrescando Villa Farnesina. Si racconta che Michelangelo, trovatosi presso la villa, si fermò a studiare il lavoro di Raffaello e preso da un improvviso bisogno di disegnare, rappresentò a carboncino, all’interno di una lunetta, una grande testa.

Il pittore marchigiano scoprì il lavoro del Buonarroti e dopo un iniziale risentimento non permise che fosse cancellato, ma anzi chiese che venisse conservato, poiché solo un grande artista come Michelangelo avrebbe potuto realizzare un disegno così perfetto così velocemente. Anche Buonarroti tentò di giocare qualche brutto scherzo al rivale.

Nel 1516 Giulio II aveva affidato a Sebastiano del Piombo e a Raffaello la realizzazione di due pale d’altare, La Resurrezione di Lazzaro e la Trasfigurazione. Michelangelo per non vedere trionfare Raffaello, realizzò personalmente alcuni cartoni per la Resurrezione di Lazzaro, cercando tra le altre cose di rallentare la conclusione dell’opera così da poter, insieme all’amico del Piombo, vedere la versione di Sanzio. Raffaello non portò però mai a termine l’opera poiché morì improvvisamente nel 1520.

Per Raffaello fu sempre importante rappresentare il vero nella sua pittura, la verità era alla base dell’ideale artistico dell’artista di Urbino. Questa continua ricerca si applicava anche alla rappresentazione della figura umana nei suoi lavori. Nel rinascimento non era molto difficile trovare modelli maschili che si prestassero ad essere dipinti in opere pittoriche; molte volte erano gli stessi apprendisti a venire rappresentati nudi dagli artisti presso i quali lavoravano a bottega. Diverso era il discorso per quanto riguarda il nudo femminile: il Rinascimento era ancora un’epoca dopo la donna non era ancora libera di mostrare il proprio corpo, l’essere pudica era ancora considerata una delle maggiori virtù di una ragazza.

I pittori come Raffaello dovevano ricorrere a diversi espedienti per poter rappresentare la nudità femminile nelle loro opere: a volte venivano pagate delle prostitute per posare, in altre occasioni gli artisti utilizzavano modelli maschili a cui facevano indossare strette calzamaglie che ne comprimevano e modellavano la figura in modo che risultasse simile ad un corpo femminile. Raffaello utilizzò questa tecnica nel dipinto delle Tre Grazie; è infatti possibile notare come i polpacci siano chiaramente di dimensioni maggiori rispetto a qualsiasi polpaccio femminile, i busti delle tre donne non hanno una linea sinuosa tipica del corpo femminile, ma sono invece dritti e larghi. I seni sono accennati, coperti dal movimento delle braccia coinvolte della danza delle tre grazie, così facendo Raffaello poté evitare il problema della loro rappresentazione pittorica nascondendo astutamente questa sua difficoltà dietro un desiderio di rendere il dipinto pudico ed elegante.

Sebbene il Sanzio sia conosciuto nel mondo principalmente per la sua arte pittorica, fu un’artista a tutto tondo, i suoi interessi spaziarono dalla pittura, all’architettura, allo studio delle antichità. Nel 1514 fu nominato “Architetto di S. Pietro” da Papa Leone X, che gli consegno la carica sotto consiglio del Bramante, che prima della morte aveva indicato proprio Raffaello come suo degno successore nella costruzione delle nuove opere monumentali vaticane. Raffaello perciò prese in carico anche i lavori per la costruzione della nuova Basilica di S. Pietro, apportando alcune modifiche al progetto originale del Bramante e rimanendo direttore dei lavori fino alla sua morte.

Fu inoltre colui che disegnò il progetto per Villa Madama a Trastevere, i cui lavori furono assegnati al suo aiutante Antonio da Sangallo il giovane. Sanzio non fu però solo pittore ed architetto, ma ebbe a cuore la preservazione e lo studio di tutte le antichità e i monumenti della Roma antica, che nel periodo rinascimentale venivano saccheggiati dei loro marmi o lasciati alla loro rovina, perdendo così un pezzo importante della storia e dell’arte italica.

In una lettera del 1519 Raffaello chiede a Baldassarre Castiglione di intercedere per lui presso Papa Leone X chiedendogli di agire per la preservazione dei monumenti antichi di Roma, affinché non andasse perduta una così ricca eredità artistica. Il Papa si fece carico delle preoccupazioni dell’artista e gli assegnò il compito di occuparsi di questi monumenti e della loro catalogazione; Raffaello studiò con precisione e sicura dedizione ogni singola antichità, proponendo un’attenta e dettagliata analisi e fornendo per ogni monumento una scheda di studio, catalogando ogni reperto della classicità romana. L’idea di preservazione e studio dell’antichità dell’artista di Urbino può essere quindi ritenuta anticipatrice dell’odierno concetto di cura del patrimonio artistico e culturale e della metodologia di studio della scienza archeologica.

Raffaello fu quindi il perfetto rappresentante della cultura del suo tempo, incarnò perfettamente l’ideale di uomo di cultura rinascimentale, raggiunse l’immortalità artistica grazie alle sue opere e al suo ingegno nonostante la sua breve permanenza in questo mondo. L’artista infatti morì a soli trentasette anni, il 6 aprile 1520 a Roma.

Vasari racconta che perì per i troppi eccessi amorosi; il medico, tenuto all’oscuro da Raffaello di queste sue fatiche, lo curò con un salasso invece di fornirgli dei ricostituenti, questo portò alla morte il pittore dopo una quindicina di giorni di sofferenze. Nella realtà Sanzio morì di pleurite e fu sepolto, per suo volere, al Pantheon, la sua tomba fu posta sotto l’edicola della Madonna del Sasso e fu realizzata da Lorenzetto, allievo di Raffaello. Scolpito sulla pietra è l’epitaffio composto da Pietro Bembo che reca le seguenti parole: “Ille hic est Raphael timuit quo sospite vinci, rerum magna parens et moriente mori” (qui riposa Raffaello che quando egli fu in vita, da lui la natura temette d’essere vinta, ora che è perito, teme di morire).

L’arte non fu la sola passione che in vita assorbì l’interesse di Raffaello. L’amore fu un elemento essenziale nell’esistenza dell’artista, un elemento imprescindibile ed inseparabile dal suo percorso artistico. Il pittore sì innamorò perdutamente di una popolana, figlia di un fornaio di Trastevere. La donna amata era Margherita Luti, rappresentata da Sanzio in molti suoi dipinti. Raffaello cultore della bellezza in ogni sua forma, s’innamorò di questa avvenente ragazza non appena la vide, mentre era a passeggio per le vie romane ed ella era intenta a bagnarsi i piedi.

La loro unione amorosa fu sempre forte, nonostante Raffaello fosse promesso sposo della nipote del Cardinale Bernardo Dovizi, l’artista trovò infatti sempre qualche pretesto per rimandare le nozze e poter così continuare a dar corso alla sua passione per la Luti. Sanzio ne era profondamente invaghito: esempio ne è il celebre episodio, raccontato dal Vasari, in cui Raffaello chiese che gli portassero Margherita a Villa Farnesina, dove stava lavorando all’affresco del Trionfo di Galatea, e per il quale voleva la Fornarina come sua modella al posto della cortigiana del conte Agostino Chigi, committente dell’opera. Alla morte del pittore la donna seguì il corteo funebre e si lanciò sul feretro, disperata e piangente.

Sempre Vasari narra che la Fornarina provata dalla perdita dell’amato si ritirò nel convento di S. Apollonia a Trastevere pochi mesi dopo la dipartita dell’artista. Il dipinto più celebre in cui compare rappresentata Margherita Luti è senz’altro La Fornarina, dipinto nel 1520 e conservato oggi a Palazzo Barberini. La donna è rappresentata senza vesti, colta nel momento in cui tenta di coprire i suoi seni, in un gesto di pudicizia che però attira lo sguardo dello spettatore. Il corpo etereo risalta sullo sfondo scuro e si può notare in alto una pianta di mirto simbolo di Venere e di fedeltà matrimoniale.

La Fornarina indossa un bracciale che reca il nome di Raffaello e sulla fronte porta una perla, perla infatti è il significato del nome di origine greca Margherita. Leggenda vuole che Raffaello avesse dipinto alla mano della donna un anello, simbolo di una loro possibile unione in matrimonio. Margherita Luti non fu solo la protagonista de La Fornarina, ma servì da modella per molte altre opere di Raffaello: fu il volto della Madonna Velata conservata presso Palazzo Pitti a Firenze, della Madonna Sistina conservata a Desdra e della Madonna delle Seggiola esposta anch’essa a Palazzo Pitti. In ognuna di queste Madonne si può ammirare l’eleganza pittorica dell’artista urbinate: tutte presentano una bellezza quasi sovrannaturale, la bellezza fisica si fonde con la bellezza dell’anima facendo trasparire la grazia insita in queste figure, l’equilibrio compositivo è ai massimi livelli, una forte sensazione di serenità viene trasmessa a chi fruisce dell’opera, una serenità legata alla religiosità del soggetto rappresentato che trasmette un sentimento tenero e di benevolenza. 

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