Curiosità Dante 14 tavole per la divina commedia

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700° Anniversario

Nel 2021 cadrà il 700° anniversario della morte del Sommo Poeta Dante Alighieri e per celebrare questo evento di importanza significativa per la cultura e la storia italiana Patrimoni d’Arte ha realizzato, in collaborazione con l’artista Maurizio Carnevali, una cartella formata da quattordici lithodigitali dedicate alla Divina Commedia, l’opera che ha reso immortale l’artista fiorentino consegnando la sua immensa grandezza ai posteri. 

14 Tavole per la Divina Commedia

Le quattordici tavole sono contenute in una cartella che reca sul fronte un bassorilievo in simil bronzo raffigurante il volto di Dante; il Sommo Poeta è rappresentato come nell’immaginario collettivo tutti noi lo ricordiamo, di profilo, con indosso la mantella che gli copre il capo e la corona d’alloro che celebra il suo valore artistico.

Questa rappresentazione del poeta fiorentino deriva dal famoso ritratto che il pittore Sandro Botticelli realizzò nel 1495. In questo dipinto Dante è rappresentato di profilo, rivolto verso sinistra; il poeta indossa una veste di un rosso carminio intenso, così come il copricapo. Solo la cuffia bianca e il colletto che spunta dall’abito, anch’esso bianco, creano distacco e contrasto. Sul capo del Sommo Poeta il pittore pone la corona d’alloro, simbolo della gloria poetica che Dante stesso si augura per sé all’inizio del Paradiso nella Divina Commedia.

Botticelli però non fu il primo a realizzare un ritratto di Dante Alighieri, egli prende infatti spunto da un dipinto di Giotto, presso Palazzo del Bargello a Firenze, realizzato l’anno precedente all’esilio di Dante, dove il poeta è rappresentato di profilo, con un mantello rosso e il copricapo che sarà poi uno degli elementi distintivi dei ritratti posteriori.

Questo elemento può essere letto come simbolo della virtù artistica di Dante, o il suo essere parte delle corporazioni fiorentine, così come semplicemente un vezzo di Giotto che poi si è tramandato nel tempo, associato alla figura del Sommo Poeta. Successivamente anche l’artista Andrea del Castagno, nel suo Ciclo degli uomini e delle donne illustri dipinto a villa Carducci-Pandolfini a Firenze, produce un ritratto di Dante, singolare poiché a figura intera.

Questo modo di rappresentare il poeta sarà poi ripreso da Raffaello nel suo Parnaso presso la Stanza della Segnatura, in Vaticano. Del Castagno dipinge Dante con un volume in mano: il libro potrebbe rappresentare la Commedia dantesca, così come l’idea dell’Artista che il mondo sia come il libro che Dio ha realizzato secondo un principio ordinatore. Nel 1530 Il Bronzino rappresentò Dante in un ritratto ad olio; il corpo posto frontalmente mentre il poeta volge il capo verso le spalle. Sempre presente è il libro, posto sulle ginocchia e la corona d’alloro sul capo.

All’interno della cartella di Patrimoni d’Arte, come già detto precedentemente, è possibile trovare le tavole su cui sono rappresentati quattordici fra i momenti più significativi della Commedia dantesca, un excursus fra i tre mondi dell’oltretomba attraverso gli occhi e le parole del poeta fiorentino.

L’idea di creare delle illustrazioni che raccontassero attraverso le immagini la Divina Commedia, non è nuova; fin dal Medioevo vi sono disegni e dipinti che riprendono le vicende dantesche e molti sono gli artisti che si sono cimentati nell’impresa, uno fra tutti il francese Gustave Doré, incisore ed illustratore della metà dell’Ottocento. Doré realizzò un totale di centotrentacinque incisioni che riprendevano i più famosi canti della Commedia.

La sua grandezza fu soprattutto nel riuscire a trasmettere anche nel paesaggio il dramma e le sofferenze dei dannati; i suoi corpi avevano una grande plasticità, simile a quella michelangiolesca, che rendeva lo spettatore attonito e disarmato. Un altro grande artista che ha dedicato gli ultimi anni della sua vita a realizzare illustrazioni della Divina Commedia è l’inglese William Blake. Il pittore romantico fu convinto a realizzare il progetto dal suo amico John Linnell, conquistato dalla morale e dalle idee del poeta fiorentino che sentiva particolarmente affini alle sue. Perciò Blake iniziò a lavorare alle illustrazioni, utilizzando le tecniche più disparate, dagli schizzi a matita agli acquerelli. Purtroppo la morte colse Blake prima che potesse terminare il suo lavoro ed a oggi ci rimangono centodue acquerelli che raccontano del viaggio dantesco, approfondendo tematiche come il peccato, la colpa o la salvezza.

In tempi più recenti anche Salvador Dalì si è dedicato a rappresentare la Divina Commedia con cento illustrazioni realizzate seconda la tecnica della xilografia.  Il lavoro impiegò Dalì per nove anni e fu commissionato dall’Istituto Poligrafo Italiano per il settecentesimo anniversario della nascita di Dante (1965). Interessante è notare come la tecnica di esecuzione e le figure stesse cambino nel passaggio fra i vari mondi ultraterreni. Se le figure dell’Inferno sono maggiormente definite, quelle del Paradiso sono più evanescenti, fluide, quasi dissolventi. Così Dalì regala allo spettatore l’idea del passaggio da una maggiore fisicità, le pene dell’Inferno, ad un mondo più spirituale e puro del Paradiso.

Tecnica di produzione

Le tavole illustrate da Maurizio Carnevali sono prodotte secondo la tecnica della litografia digitale, una moderna rivisitazione della classica tecnica litografica. Ad inventare questa tecnica di stampa chimico-fisica fu il tedesco Alois Senefelder che utilizzò una particolare pietra, proveniente da una cava vicino a Monaco di Baviera, come supporto per il disegno che sarebbe poi stato trasferito su carta. Quest’invenzione prese presto piede e già nel 1805 fu realizzata la prima stampa litografica a Roma. La tecnica prevedeva l’utilizzo di una matita grassa, detta matita litografica, con cui veniva disegnata l’immagine da riprodurre, queste parti erano dette grafismi, mentre le parti non disegnate prendevano il nome di contrografismi.

Veniva poi steso un sottile velo d’acqua che il grasso della matita respingeva, era poi applicato l’inchiostro che le parti umide respingevano e il grasso della matita tratteneva. Attraverso un torchio il disegno era poi stampato sul supporto cartaceo. Successivamente l’uso della pietra fu sostituito con l’utilizzo di lastre di zinco o alluminio che veniva pressata sulla carta dopo che l’immagine da riprodurre vi era stata trasferita. Con il tempo le tecniche di realizzazione si sono evolute fino alla litografia digitale o lithodigitale: il procedimento è simile, l’artista lavora sulla lastra incidendo il disegno prescelto che poi verrà trasferito sempre tramite torchio sul supporto cartaceo; la digitalizzazione è importante perché permette all’artista di produrre un’immagine quanto più possibile vicina all’ideale del suo progetto originale.

Il percorso visivo

Sul piano narrativo le quattordici tavole offrono un percorso visivo dell’avventura dantesca, una suggestiva rappresentazione del viaggio di Dante per ritrovare la Fede ed arrivare ad ammirare la grandezza divina. 

L’Inferno

Queste preziose lithodigitali iniziano il loro racconto iconografico dall’Inferno, il primo mondo ultraterreno che Dante visita, spaesato e preso da dubbi esistenziali sulla sua vita e sul suo sentimento religioso. Nove sono i cerchi infernali, più ci si avvicina al centro della terra e a Lucifero più diventano piccoli e il peccato rappresentato più grave.

Nella pianura dell’Acheronte si trova l’Antinferno dove risiedono gli Ignavi. Dei nove cerchi il primo è il Limbo, dove risiedono i bambini non battezzati e i virtuosi di spirito, soprattutto pagani, che non ebbero fede in Dio. Nei restanti otto cerchi le anime sono distribuite secondo il peccato che in vita guidò la loro coscienza, e da cui derivarono perciò le altre colpe. I dannati sono costretti a rivivere per l’eternità il loro peccato, la loro coscienza è fossilizzata su quell’unica disposizione dell’animo che in vita ne ha guidato le azioni, e la punizione esteriore è necessaria a legare per sempre il peccatore con il suo peccato, portandolo a riflettere sul significato della dannazione della propria anima. 

Il Purgatorio

Successivamente, così come Dante si sposta dall’Inferno al Purgatorio, così troviamo la rappresentazione iconografica del luogo dedicato alla redenzione delle anime tramite l’espiazione delle proprie colpe. La montagna del Purgatorio è simmetricamente opposta al baratro infernale; nel suo percorso di salita verso la cima Dante incontra anime alle prese con peccati a mano a mano che ci si avvicina alla salvezza nella contemplazione della grazia divina. Il Purgatorio è suddiviso in tre zone: l’Antipurgatorio, Il Purgatorio vero e proprio, posto al di sopra dell’atmosfera e diviso in sette cornici o gironi e il Paradiso Terrestre nona e ultima zona del Purgatorio, luogo di primigenia purezza, dove un tempo l’uomo risiedeva prima della cacciata, libero dal peccato e in comunione diretta con Dio. 

Il Paradiso

Infine possiamo ammirare le tavole ritraenti il Paradiso. Tutto in esse richiama lo splendore di questo regno; i colori brillanti, lucenti rimandano ad un luogo di beatitudine e pace eterna. In Dante infatti anche il Paradiso ha una dimensione spaziale, è presentato come un luogo fisico che però presenta caratteristiche sempre più astratte ed eteree a mano a mano che ci si avvicina a Dio. Il terzo regno ultraterreno è composto da nove cieli concentrici costituiti da Etere, la quinta essenza, e separati dalla Terra da una sfera di fuoco; ad ogni cielo corrisponde poi una determinata schiera di angeli. L’Empireo si staglia al di sopra dei cieli ed è la sede di Dio e dei Beati che si concentrano nella Candida Rosa. La presenza di Dio è rivelata al Sommo Poeta dalla luce e dalla musica che pervadono il Paradiso, manifestazione sensibile dell’essenza divina.

Per meglio comprendere e conoscere meglio queste magnifiche immagini, di seguito è proposta una panoramica del racconto dantesco rivisitato e rielaborato da Maurizio Carnevali nelle sue tavole.

Inferno Canto III, Caronte

Dante è in compagnia di Virgilio quando arriva alle rive dell’Acheronte e viene colpito dalla visione della figura demoniaca di Caronte. Il nocchiero infernale urla contro le anime inveisce con parole dure e crudeli, arrivando ad usare il suo remo per colpire coloro che indugiano sulle sponde del fiume. Il Sommo poeta descrive il nocchiero delle anime peccatrici come un vecchio dalla bianca barba, con occhi di bragia, uno sguardo pieno fiammeggiante, furente ed intriso di odio e rancore. Caronte rifiuta di trasportare sulla sua barca il Sommo Poeta, esplodendo in un violento sproloquio, ma Virgilio lo redarguisce e svela al nocchiero il significato divino del viaggio di Dante, invitandolo a non opporsi alla volontà di Dio che può contravvenire alle leggi del mondo ultraterreno se questo soddisfa il volere. 

Inferno Canto V, I Lussuriosi: Paolo e Francesca

Nel V canto dell’inferno, dopo aver incontrato Minosse, Dante si trova di fronte ad un luogo battuto da un terribile vento, una bufera che violentemente travolge i dannati e li trasporta da una parte all’altra del cerchio. Il Sommo Poeta comprende immediatamente che quelle sono le anime dei lussuriosi, “Peccatori carnali”, che in vita non seppero resistere ai loro istinti sessuali guidati solo dalla voglia di soddisfarli, senza concepire l’importanza di un più alto tipo di amore, quello che unisce gli spiriti. Il Sommo Poeta nota nell’immenso turbine due anime, sono un uomo e una donna: Paolo Malatesta e Francesca da Rimini. È la figura femminile a prendere la parola, raccontando di come un amore irresistibile li travolse in vita e li condusse alla morte per mano di un loro familiare, il quale sarà condannato a risiedere nella Caina infernale, luogo di punizione dei traditori dei parenti. 

Inferno Canto VII, Gli avari e prodighi

Nel IV Cerchio viene punito per la prima volta un peccato per difetto. Precedentemente Dante aveva incontrato peccatori rei di aver sbagliato per aver ecceduto in qualcosa, nella lussuria così come nella gola, qui invece è punito l’incontinenza nell’aver speso troppo, ma anche troppo poco. L’avarizia è da condannare così come lo sperpero poiché indica avidità e bramosia di denaro o potere. Anche in questo cerchio è applicata la legge del contrappasso, una punizione assegnata per analogia: così come in vita gli avari e i prodighi si sono affannati nel continuo accumulo di beni terreni facendone una ragione di vita, così adesso sono costretti a compiere un atto tanto insensato quanto quello di far rotolare un masso, simbolo della superficialità delle loro azioni passate. 

Inferno Canto VIII, I condannati per alterigia ed orgoglio

Dante e Virgilio si trovano ora nel V Cerchio, sono arrivati alla palude Stigia, dove vi sono immersi i condannati per ira ed accidia. I dannati sono immersi nelle acque putride secondo la legge del contrappasso: gli iracondi, che furono in vita alteri ed aggressivi verso il prossimo, si azzuffano mordendosi, il viso sconvolto e deformato; gli accidiosi invece così come da vivi furono presi dalla noia e obnubilati di fronte alle vicende dell’esistenza, sono ora immersi nel fango con la gola piena e privati della vista. 

Inferno Canto IX, Dante e Virgilio giungono ai piedi della Città di Dite

Nel Canto IX ritroviamo Dante e Virgilio in attesa presso l’ingresso della Città di Dite l’ultima e più profonda parte dell’Inferno, dal sesto al nono cerchio. Chiamata anche Basso Inferno è il luogo dove sono puniti i peccati più gravi, ossia quelli che coinvolgono la violenza o la frode. Il poeta fiorentino nota tre furie infernali dirigersi verso di loro: sono le Erinni, figure mitologiche che rappresentano la Vendetta. Esse calano sui due viaggiatori invocando l’arrivo di Medusa; Dante e Virgilio vengono così soccorsi da un messo arrivato dal cielo che scaccia i diavoli e gli altri essere infernali poiché stanno ostacolando il disegno che Dio ha in mente per il Sommo Poeta. 

Inferno Canto XIII , La selva dei suicidi

Nel II Girone del VII Cerchio dell’Inferno Dante e Virgilio si ritrovano in una Selva dall’aspetto lugubre e tetro. Gli alberi non sono rigogliosi, presentano spine velenose e le loro foglie hanno un colore cupo e tenebroso. Il poeta come suggerito da Virgilio rompe un ramo e immediatamente dall’albero sgorga del sangue e una voce prorompe dall’interno della pianta: è Pier della Vigna, in vita fu segretario e funzionario del Re Federico II di Svevia, accusato di tradimento, si suicidò. Lo stesso spirito racconta poi a Dante il modo in cui i suicidi finiscono per essere intrappolati nelle piante, spiegando che Minosse li destina al settimo cerchio e lì le anime cadono sparse sul terreno da cui poi nascerà un albero. 

Inferno Canto XVII, Dante e la falconeria

Nel Canto XVII Dante si trova con Virgilio nel III Girone del VII Cerchio, dove sono puniti gli usurai. La figura che però più di tutte colpisce il lettore è sicuramente quella di Gerione, un mostro mitologico con la testa di un uomo e la coda di uno scorpione. Diversamente da altre figure demoniache, è docile e collaborativo, convinto da Virgilio a portarli alle Malebolge sul suo dorso. La belva perciò diventa un mezzo nelle mani di Virgilio: Dante la paragona al falcone che ubbidisce al richiamo del padrone planando nel cielo. 

Inferno Canto XVIII, I Diavoli delle Malebolge

Accompagnati da Gerione Dante e Virgilio si ritrovano nelle Malebolge dell’ottavo Cerchio, dove sono puniti i fraudolenti. Nelle prime due visitate dal Sommo Poeta nel Canto XVIII vi sono i ruffiani e seduttori e gli adulatori.  Il primo gruppo di dannati corre in cerchio in due direzioni opposte, torturati da diavoli cornuti; il secondo è immerso fino alla testa nel letame. Le pene del contrappasso che Dante crea per questi peccatori risultano essere molto umilianti che dolorose, sottolineando il disprezzo che il poeta prova per questo tipo di colpe. 

Inferno Canto XIX, Simoniaci

Nella III bolgia Dante colloca i simoniaci, ossia coloro i quali hanno venduto beni con caratteristiche spirituali, spesso cariche ecclesiastiche, in cambio di denaro. Questi dannati subiscono un terribile contrappasso: come in vita si preoccuparono maggiormente dei beni materiali che dei beni spirituali così ora sono completamente inseriti nel terreno a testa in giù, con i solo piedi che spuntano. Fiamme di fuoco lambiscono gli arti inferiori come ulteriore punizione, sebbene sarebbe corretta solo per gli ecclesiastici, in quanto rappresenterebbe la contraddizione tra lo Spirito Santo che discese sugli Apostoli nel giorno di Pentecoste e il loro comportamento peccaminoso con il quale in vita lo calpestarono. 

Inferno Canto XXIII, Gli ipocriti: Caifas crocefisso, Frate Catalano sulla via della Bolgia

Siamo nella VI Bolgia, quella che accoglie coloro che in vita si macchiarono di ipocrisia. I dannati, che camminano lenti ed indolenti, si presentano a Dante e Virgilio vestiti di lunghe cappe di piombo, dorate all’esterno, lanciando sguardi di sottecchi sotto grandi cappucci che li fanno assomigliare a monaci. Il contrappasso quindi li punisce per come in vita furono esteriormente persone smaglianti e splendide, mentre nell’anima nascondevano i loro reali pensieri, si guardano intorno senza alzare lo sguardo cosi come in vita non guardarono in faccia nessuno delle loro vittime. 

Inferno Canto XXIX , Seminatori di discordia: Bertram dal Bornio

Nel Canto XXVIII Dante viene in contatto con i seminatori di discordia, la cui pena è essere mutilati dalla spada di un diavolo, percorrere la Bolgia mentre le ferite di rimarginano e ritornare ad essere torturati. La figura più suggestiva dell’intero canto è sicuramente quella di Bertram dal Bornio, poeta provenzale che Dante dice esser dedito alla poesia d’armi. Bertram fu non solo un letterato, ma anche e soprattutto una figura politica di spicco del suo tempo. Fu un sostenitore della ribellione di Enrico il Giovane, re d’Inghilterra, contro suo padre Enrico II, di cui Bertram era feudatario. È lo stesso dannato che racconta a Dante la sua storia, mentre regge in una mano, come fosse una lanterna, la sua testa mozzata. Egli spiega che proprio come durante la sua esistenza aveva separato padre e figlio così in morte la sua testa è divisa dal corpo. 

Inferno Canto XXX, I Falsari: Griffolino, Mirra, Gianni Schicchi

Dante e Virgilio si trovano nella X Bolgia del VIII Cerchio dove sono puniti i Falsari. Questi dannati sono divisi in quattro schiere in base alla falsificazione compiuta in vita: di metalli(alchimisti), di persona, di parola o di monete. Essi sono afflitti da diverse malattie che li pongono in una terribile sofferenza in base al loro peccato in vita. 

Ritroviamo nel canto XXX Griffolino d’Arezzo che Dante aveva conosciuto nel Canto precedente come condannato per Alchimia. I personaggi si trovano ora di fronte ai falsari di persona, ossia coloro i quali impersonarono qualcun altro di diverso dalla loro persona per trarne vantaggi e favori. Uno di essi è Gianni Schicchi dei Cavalcanti, personaggio del ‘300 notorio per aver impersonato Buoso Donati sul letto di morte così da poter dichiarare un falso testamento che gli avrebbe portato giovamento. Compare poi una figura femminile: è Mirra, figlia del re di Cipro Ciniro, del quale la fanciulla era innamorata. Per ovviare all’immoralità del suo sentimento, ella si presentò al padre sotto le vesti di un’altra donna e a lui si unì. La ragazza fu poi punita per la sua colpa e trasformata in pianta. 

Purgatorio Canto XXX, L’apparizione di Beatrice

Dante è insieme a Virgilio nel Paradiso Terrestre, sta assistendo ad una processione di anziane anime vestite di bianco che precedono un grande carro. Una visione colpisce il poeta, una nuvola di fiori circonda una donna velata, Il poeta non la vede in volto a, ma il suo animo è smosso dalla forza del sentimento amoroso che provò per lei quando ella era in vita e riconosce così Beatrice. Ella ha il capo coperto da un bianco velo e cinto da una ghirlanda d’ulivo; indosso ha una veste rossa e sulle spalle un mantello di color verde.

Turbato da questo sconvolgimento dell’anima, Dante cerca conforto in Virgilio ma si accorge che la sua guida, Beatrice lo chiama per nome e dichiara di esser dovuta intervenire nella vita di Dante ponendolo in questo faticoso viaggio, affinché potesse lavarsi dei suoi peccati ed entrare in comunione con il divino. 

Paradiso Canto XIV, Visione della Croce

Dante sta contemplando la figura di Beatrice, splendente, quando viene trasportato al Cielo di Marte, V cielo del Paradiso. Per ringraziare Dio di ciò il poeta gli offre tutto se stesso e comprende che il gesto è stato accettato poiché in cielo appaiono lampeggiando le luci dei Beati che si dispongono lungo due bracci perpendicolari, posizionati a croce greca, fulgide e risplendenti come quando un raggio di sole filtra da una fessura illuminando i corpuscoli di polvere nell’aria. I Beati cantano un inno di lode al Signore, con voci tanto soavi e cristalline da sembrare il suono di un’arpa di cui Dante ne percepisce solo poche parole essendo l’orecchio umano non abituato ad una tale armonia di suoni.

Il volto di Cristo appare al Sommo Poeta, tanto magnifico e brillante che Dante non trova le parole per descriverlo e chiede al lettore di fare un grande sforzo di immaginazione e figurarsi tale scena poiché egli non è in grado di riferire con un linguaggio umano la grandezza del momento. 

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