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Origine del manoscritto

L’Italia e l’Impero Romano d’Oriente sono i luoghi che tra il 400 e il 600 d.C. hanno visto nascere l’arte dei codici miniati. La natura di questi primi testi era prevalentemente religiosa, la maggior produzione è riscontrabile tra il Medioevo e il Rinascimento; dal IX secolo crebbe la loro diffusione tanto che ci rimangono circa settemila manoscritti di questo periodo. Sebbene con l’invenzione della stampa nel 1455 la produzione di queste piccole opere d’arte ebbe un repentino calo, ancora nel XVI secolo ricchi signori pagavano i monasteri affinché producessero codici miniati da inserire nelle loro collezioni.

Definizione di codice miniato

Un codice miniato è un manoscritto che ha al suo interno delle illustrazioni che potevano essere figure o anche semplicemente capolettera decorati con motivi floreali o religiosi. La maggior parte di questi codici furono realizzati su pergamena, derivante dalla lavorazione della pelle di animali come pecora, vitello o capra. La più preziosa qualità di questo materiale era il vellum, chiamato anche pergamena uterina, poiché erano spesso utilizzati feti o animali nati morti.

Con l’avvento del Tardo Medioevo la pergamena venne sostituita con la carta. I fogli venivano poi rilegati inserendoli in copertine chiamate piatti, costituite da cartoni rigidi, che potevano essere di legno o cartone. Venivano poi essi stessi rivestiti di una coperta, spesso in pelle. La rilegatura nell’Alto Medioevo aveva un profondo significato: doveva rispecchiare le parole dei testi miniati, la loro natura ultraterrena, ricordare la bellezza della verità divina contenuta in essi. Il lavoro era eseguito con grande precisione e perizia, sia perché la creazione di un codice era vista come un’azione ricca di sacralità, sia perché spesse volte erano lavori commissionati da ricchi committenti che desideravano poter esibire opere dall’alta fattura artistica.

Come già precedentemente accennato le prime produzioni di codici miniati erano soprattutto di carattere religioso, i Vangeli erano fra i testi più riprodotti, ma anche storie di Santi e i famosi Libri d’Ore.

I Libri d’Ore erano libri in cui venivano raccolte oltre che alle preghiere da recitare nella giornata, anche un calendario e spesso un salmerio, annotazioni musicali del canto liturgico; erano quindi raccolte delle giornate liturgiche che dovevano accompagnare il fedele nella sua quotidiana professione di Fede. Questi manoscritti erano decorati da miniature ed impreziositi da decori in oro ed argento. La loro diffusione fu dovuta soprattutto alla loro grande bellezza, tanto che venivano spesso regalati a familiari ed amici nelle occasioni più importanti.

A partire dal Basso Medioevo la riproduzione di testi sacri vide una lenta diminuzione, e a farla da padrone erano i gusti e le scelte personali dei committenti che utilizzavano spesso i manoscritti per evocare la loro grandezza personale e soddisfare il loro protagonismo. Questa secolarizzazione del libro portò ad una domanda sempre crescente di codici miniati e i monasteri, luoghi che fino a quel momento erano stati i soli detentori dell’arte della miniatura, dovettero assumere manovalanza esterna, amanuensi laici che lavoravano all’interno del convento senza consacrarsi alla vita religiosa. 

Prima del XII secolo d.C. comunque erano soprattutto monaci ad occuparsi della scrittura e dell’illustrazione di questi piccoli capolavori. All’interno dei monasteri vi erano luoghi preposti esclusivamente per il lavoro degli amanuensi, gli Scriptoria, in cui i monaci, fino anche ad un numero di trenta, sedevano in piccole postazioni poste davanti alle finestre che generalmente davano sul chiostro.

Essendo in un’epoca in cui l’elettricità non esisteva, la luce naturale era preziosa e gli amanuensi scandivano le loro giornate fra le preghiere e il lavoro di copiatura e trascrittura evitando di lavorare con la luce artificiale delle candele per il timore di poter danneggiare il manoscritto. La copiatura di questi testi rivestiva un’importanza fondamentale non solo per la cultura religiosa, ma anche per la trasmissione e la salvaguardia di molte opere del periodo greco e romano.

Per dare vita ad un manoscritto miniato erano utilizzati diversi strumenti: penne, inchiostro, temperini, righelli, punteruoli ed ovviamente il leggio erano gli attrezzi del lavoro di ogni amanuense. Tradizionalmente si pensa che per ogni manoscritto a lavorare fosse un solo monaco, ma in realtà per la sua realizzazione il codice aveva bisogno di più figure preposte a diverse lavorazioni.

I calligrafi e i copisti

Erano coloro che si dedicavano alla trascrizione dei testi. Inizialmente veniva impostato il foglio di lavoro tracciando linee sottili con uno strumento in legno, successivamente l’amanuense procedeva con la trascrizione delle parole usando una piuma d’oca dal fine pennino e dell’inchiostro nero.

I correttori

Si occupavano poi di confrontare il testo copiato con l’originale in modo da evidenziare eventuali errori o dimenticanze. Entrava poi in gioco il rubricatore, colui che realizzava primariamente titoli e capolettera con colore rosso. L’azione del rubricare deriva proprio il suo nome dall’originaria usanza di utilizzare il colore rosso per queste decorazioni.

Alluminatori

Infine, lavoravano sul codice gli alluminatori, addetti all’applicazione delle foglie d’oro e gli illustratori che realizzavano le immagini necessarie a completare e a chiarire il testo. Le illustrazioni, inserite in spazi precedentemente lasciati vuoti, non solo fornivano un valore aggiunto al lavoro, ma erano anche utili a chiarire la narrazione agli analfabeti. Un primo disegno preparatorio veniva prodotto su tavolette di cera per poi essere trasferito sulla pergamena. Erano poi aggiunti i colori e le decorazioni dei bordi. 

Se in una prima fase del medioevo i testi erano solo decorati nelle loro iniziali e le illustrazioni erano poche, con il periodo romanico le decorazioni subirono un aumento, i capilettera venivano istoriati fino ad arrivare al periodo gotico in cui i motivi floreali la facevano da padroni e le immagini superavano in quantità il testo.

L’uso dei colori

L’uso dei colori aveva precisi scopi: da un lato donavano all’immagine un’apparenza più realistica e meno bidimensionale, dall’altro la vivacità che donavano alle immagini potevano affascinare maggiormente i lettori. Questi pigmenti erano realizzati con sostanze primariamente naturali: per i rossi, l’ocra e il marrone erano utilizzate terre; per il verde, il blu e l’azzurro venivano polverizzate pietre dure e minerali, ma anche vegetali; per il bianco cenere o calce spenta; il giallo derivava dallo zafferano o da metalli. I colori in polvere erano così sciolti in una soluzione di acqua, miele, e una sostanza che facesse incollare il pigmento alla pergamena, molto spesso utilizzati chiara d’uovo o gomma arabica.

Sicuramente la parte però più importante era la doratura del manoscritto. Un codice infatti non si può ritenere miniato se almeno una o più miniature non sono decorate con foglia d’oro o spennellato con scaglie d’oro. Nei primi secoli del Cristianesimo alcuni manoscritti erano realizzati interamente in oro, questo perché la presenza di un così prezioso materiale celebrava il significato del testo.

Con le decorazioni in oro si lodava così Dio, mettendo in risalto anche la ricchezza del mecenate. La foglia d’oro derivava da piastre e monete martellate per ridurle allo spessore di meno di un millimetro. Poteva essere oro a 22 carati, ma anche leghe che ne riproducevano l’aspetto.

Con la foglia d’oro erano decorate le superfici su cui precedentemente erano stati stesi del gesso e della colla e della terra particolare, detta bolo, che essendo molto grassa permetteva alla foglia di aderire meglio e donava sfumature rossastre all’oro.

Per permettere una maggiore tenuta erano aggiunti anche delle sostanze aggrappanti come uovo, miele o zucchero candito. Infine, vi era il passaggio della brunitura, ossia la lucidatura dell’oro che avveniva con un dente di lupo o di vitello o diversamente con dell’ematite ed utilizzando utensili come punzoni per creare decorazioni e motivi floreali. 

Come già raccontato con l’invenzione della Stampa la produzione di manoscritti subì una lenta discesa, poiché furono messi in commercio testi stampati che riproducevano però delle caratteriste dei codici miniati. Erano chiamati incunaboli ed erano testi stampati a caratteri mobili, più economici e quindi più apprezzati.

Erano imitati i caratteri amanuensi e il tipografo lasciava lo spazio del capolettera in bianco con una piccolissima lettera stampata che veniva poi riprodotta successivamente a mano da un rubricatore o copista. Questi esemplari si differenziano dai manoscritti poiché al loro interno è presente il colophon, con le note tipografiche e la disposizione del testo è su colonne. Inoltre sono spesso utilizzate abbreviazioni e contrazioni e sono inserite note a margine. 

Patrimoni d’Arte e la riproduzione dei codici miniati

La nostra azienda nasce dalla volontà di recuperare la memoria umanistica e storica di antichi testi, realizzandone accurate edizioni in facsimile. 

Per garantire al cliente repliche di prestigio dei migliori capolavori, lungo è il periodo di ricerca: un intervallo id tempo che va dai 2 ai 10 anni; vengono selezionati codici fra i più belli e rari tra le biblioteche e le fondazioni d’Europa. 

Il primo passaggio fondamentale per la riproduzione è reperire fotografie che riproducano fedelmente ogni pagina del manoscritto, essendo spesso impossibile spostarli dalla loro sede originaria, poiché delicatissimi dal punto di vista strutturale, tanto che anche un semplice sbalzo termico di pochi gradi potrebbe rovinarli in modo irreparabile. Parallelamente a questo fattore, preminente è la figura di studiosi in grado di realizzare libri studio che accompagnino i clienti nella fruizione dell’opera, dando spiegazioni circa la natura storica e religiosa della stessa, insieme a notizie e curiosità che aiutino a meglio collocarla nel periodo storico di appartenenza. 

La carta per realizzare i codici miniati è di assoluto pregio: viene prodotta in Italia solamente tre volte l’anno e per il trasporto sono necessarie misure straordinarie affinché mantengano la stessa temperatura e non subiscano bruschi sbalzi termici che ne possono rovinare la qualità.

La stampa è un altro delicato e particolare passaggio della produzione. I colori originari sono particolarmente difficili da riprodurre, numerose prove di stampa vengono effettuate prima di essere certi che il risultato finale riproduca fedelmente la bellezza dell’originale. Dei fogli è prima stampato il fronte e una volta asciutto il retro. L’applicazione dell’oro è particolarmente difficoltosa in quanto le parti dorate originali sono spesso molto piccole e i dettagli minuziosi.

L’ultimo passaggio è quello della rilegatura: un esperto di questa tecnica lega artigianalmente le pagine con fili di canapa e le inserisce nella copertina; tutti questi passaggi sono realizzati a mano affinché il codice possa essere una perfetta replica dell’originale. Sono poi aggiunti i dettagli, i fregi e le decorazioni che impreziosiscono l’esterno dell’opera e ne arricchiscono il valore.

Terminata la riproduzione dopo il lungo periodo di realizzazione ci troviamo davanti vere e proprie opere d’arte che trasmettono tutta la passione e la dedizione di chi ha lavorato alla loro produzione, ma anche e soprattutto permettono di vivere l’emozione di un’opera che racconta una storia che ha attraversato i secoli per arrivare fino al nostro tempo.

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