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Il 14 settembre 2021 saranno trascorsi settecento anni dalla morte del padre della lingua italiana Dante Alighieri. Il mondo artistico e culturale italiano gli renderà omaggio con una serie di iniziative interamente dedicate a ricordare il suo genio immortale, la sua anima innovativa, la sua capacità di trasformare il linguaggio da semplice mezzo di comunicazione a elemento fondativo dell’identità nazionale.

Per ricordare e sottolineare l’importanza che Dante ha avuto nel farci sentire italiani, orgogliosi cittadini di un Paese ricco di storia e cultura, lo scrittore e giornalista Paolo di Stefano ha proposto in un articolo del Corriere della Sera, pubblicato in data 24 aprile 2019, l’istituzione di una giornata completamente dedicata al Sommo Poeta ed ha coniato, insieme al linguista Francesco Sabatini, il termine Dantedì per identificare tale data celebrativa.

La proposta ha subito ottenuti grandi consensi, il mondo della cultura ha risposto in maniera entusiasta ad una tale iniziativa: la Società Dante Alighieri, fondata nel 1889 da Carducci e nata per difendere l’identità italiana degli emigrati, è stata fra i primi enti a sostenere il progetto e spingere affinché il Dantedì venisse riconosciuto anche dal governo dello Stato italiano. Di supportare l’iniziativa davanti al Consiglio dei ministri se ne è occupato il ministro dei Beni e delle Attività Culturali Dario Franceschini che ha chiesto ed ottenuto l’approvazione, il 17 gennaio 2020, della direttiva che istituiva formalmente la giornata dedicata a Dante.

L’istituzionalizzazione della giornata è avvenuta anche in seguito a due mozioni presentate precedentemente, il 4 novembre 2019, alla Camera dei deputati da Michele Nitti (M5S) e da Flavia Piccoli Nardelli (Pd) per sensibilizzare i parlamentai sulla necessità di creare e far nascere un progetto per festeggiare il Sommo Poeta nell’approssimarsi del 2021. A seguito del successo ottenuto dall’iniziativa il 25 marzo 2020 è stato riconosciuto come il primo ufficiale Dantedì.

La data non è stata scelta a caso, infatti se all’inizio si era pensato al 14 settembre, data della morte del genio fiorentino, si è poi optato il 25 marzo, data simbolo per la storia della produzione dantesca, essendo il giorno in cui il Sommo Poeta intraprese il suo viaggio attraverso l’inferno per ritrovare se stesso ed arrivare alla perfetta comunione con Dio

Anche Patrimoni d’Arte ha voluto rendere omaggio all’artista che più di ogni altro ci rende orgogliosi di essere italiani e di poter vivere una vita circondati dalla cultura e dall’arte come in nessun altro paese è possibile fare.

Per fare ciò la nostra Azienda propone una medaglia celebrativa in bronzo, raffigurante sul dritto il volto di Dante e sul rovescio le porte dell’Inferno, dinnanzi le quali sono rappresentati Dante e Virgilio. Con questa Opera Patrimoni d’Arte vuole trasmettere la sua ammirazione per un personaggio come Dante che ha avuto la temerarietà di percorrere una strada nuova, di sperimentare con le parole, di puntare sull’originalità di una nuova lingua, il volgare, che come lo stesso Poeta affermava era la lingua del sentimento, dell’istinto, la lingua con cui il nostro Io era in grado di esprimere al meglio se stesso.

Su Dante molto è stato scritto, la sua figura ha affascinato studiosi ed appassionati, la sua vita si presta ad un racconto ricco di aneddoti e colpi di scena. Il Sommo Poeta è un personaggio interessante, dal carattere sfaccettato, un uomo con grandi ideali e valori, ma al tempo stesso testardo e sicuro di sé tanto da preferire l’esilio piuttosto che il ritorno alla città natale senza il giusto riconoscimento alla sua persona.

L’aspetto fisico dell’artista ci è noto soprattutto grazie alla descrizione che Boccaccio ne fa nel suo “Trattatello in laude di Dante”. Il Poeta è così descritto: “Dante Alighieri era di statura media, ma la vecchiaia l’aveva reso curvo. Il volto lungo, gli occhi grandi, il naso aquilino, il labbro inferiore sporgente rispetto al superiore e mascelle pronunciate. Scuro di carnagione, aveva folti capelli neri e una barba ispida. Andava vestito sempre in modo distinto e adeguato alla sua età.

Il carattere di Dante è invece desumibile dalle vicende della sua esistenza, la sua sicurezza in se stesso, l’idea di coerenza insita nella sua persona, il pensiero di essere portavoce di un retto modello politico gli fa rifiutare nel 1315 l’offerta che gli avrebbe consentito di tornare a Firenze dopo il pagamento di una cifra simbolica e l’ammissione della propria colpa pubblicamente.

Curioso aspetto della personalità di Dante è il fatto che pensasse di essere destinato ad una vita dedicata alla cultura poiché nel Medioevo si riteneva che i nati sotto il segno dei gemelli (è infatti da molti accreditata la sua nascita intorno all’ultima settimana di maggio del 1265) avessero doti particolarmente sviluppate in ambito intellettuale ed artistico.

Dante era un uomo che sfruttava a pieno la sua intelligenza e le sue capacità intellettive, oltre ad essere un intellettuale, aveva anche intuito per gli affari e capacità commerciali. All’inizio della sua carriera artistica Alighieri decise di accorciare il suo nome di battesimo, che era Durante e farlo diventare Dante poiché era più musicale, meno lungo e più facile da ricordare.

È tuttora considerato il padre della lingua italiana anche per i molti cosiddetti neologismi da lui creati. Dovendosi mettere in relazione con un argomento delicato e quasi inesplorato come la narrazione di un viaggio attraverso l’aldilà che termina con l’arrivo nel Paradiso, luogo di beatitudine e santità, il poeta fiorentino si trovò a coniare termini nuovi che gli servissero come mezzi appropriati per descrivere la sua esperienza ultraterrena.

L’espediente più utilizzato dall’artista era quello di creare nuovi verbi ricavandoli da nomi ed aggettivi, non escludendo di derivarli anche da pronomi ed avverbi. La maggior parte di questa terminologia non è passata nell’uso dell’italiano corrente poiché erano verbi quasi ad esclusivo uso letterario, necessari a spiegare esperienze non umane e visioni divine.

È comunque possibile riscontrare diversi neologismi danteschi in uso nella nostra lingua italiana: fu Dante a usare per primo il termine fertile, dal verbo latino ferre = produrre, per descrivere la terra di origine di S. Francesco nel IX canto dell’Inferno. Anche il termine mesto nasce con la Divina Commedia e deriva dal termine latino maestus che significava essere triste ed è utilizzato da Dante per descrivere la misera condizione dei dannati.

Un altro termine – inurbarsi – è utilizzato dal Sommo Poeta nel canto XXVI del Purgatorio: sebbene per Dante volesse dire entrare in città, mentre nel significato moderno indica più un trasferimento dalla campagna alla città, questa parola si è sedimentata nel nostro vocabolario, nel nostro modo di parlare, nella nostra memoria linguistica.

Quisquilia è un ennesimo neologismo che il Sommo Poeta utilizzò, questa volta nel canto XXVI del Paradiso con il significato di inezia, bazzecola. Un altro famoso termine che tutti noi abbiamo incontrato nel nostro percorso scolastico iniziando ad approcciarci allo studio della Divina Commedia è trasumanare: il neologismo è stato creato dal Sommo Poeta per spiegare l’esperienza metafisica che ha provato entrando nel regno dei Cieli.

Dante necessitava di un termine che potesse spiegare ai suoi lettori le sensazioni e l’emozione provate dallo spirito nell’entrare nel Paradiso sede dei Beati e di Dio. Il termine trasumanare si trova una sola volta nell’opera dantesca ed attorno ad esso si snoda tutto il primo canto del Paradiso; con questo neologismo volle rendere l’idea di passaggio ad una realtà superiore, oltre i limiti della natura umana, per trasmettere l’estasi che ha invaso il suo animo a contatto con la divinità.

La Divina Commedia è il viaggio di un fedele verso la conoscenza di un Bene superiore, il peregrinare dall’Inferno al Purgatorio per giungere infine al Paradiso deve infatti essere concepito come un percorso di espiazione delle proprie colpe tramite la consapevolezza delle debolezze umane e dei peccati che conseguono, solo così si potrà esser degni di accedere al Vero Bene e godere della grandezza di Dio che illumina gli animi e dona la beatitudine eterna.

Sebbene il racconto Dantesco sia chiaramente un percorso in cui il divino è sempre presente, come giudice dei nostri peccati o come Padre misericordioso che ci permette di arrivare alla Verità suprema, non fu Dante a dare l’appellativo di Divina alla sua Commedia, ma l’aggettivo fu inserito successivamente alla morte dell’artista e lo si ritrova per la prima volta in un’edizione veneziana del 1555.

Questa definizione deriva da un’analisi critica compiuta da Boccaccio nel suo Trattatello in Lauda di Dante, ed è ormai considerato non solo come esplicativo del tema dell’opera, ma anche della sua importanza artistica.

Il Sommo poeta, mentre era in vita, non chiarì mai definitivamente il titolo del suo lavoro: le uniche volte in cui si riferisce alla sua opera come Commedia sono nell’Inferno e nell’Epistola XIII indirizzata a Cangrande della Scala intorno al 1316, dove racconta al signore di Verona della “Commedia di Dante Alighieri”.

Nella lettera il Sommo Poeta allude anche al desiderio di dedicare a Cangrande la Cantica del Paradiso e propone una breve spiegazione del significato della sua opera.

Secondo Dante erano possibili più livelli di lettura della Commedia in base ai vari significati ai quali essa assurgeva: vi era un significato letterale, il racconto del viaggio del poeta attraverso i regni dell’Oltretomba e dei Cieli; un significato allegorico che era il simbolo della ritrovata Fede da parte di Dante grazie alla visione del Divino; un significato anagogico, l’opera esprimeva con le sue allegorie le verità trascendenti e i valori del Cristianesimo; infine un significato morale, Dante voleva aiutare il lettore a comprendere il dramma di un’esistenza umana condotta nel peccato e la dannazione che ne conseguiva, ma anche rivelare la possibilità del raggiungimento della beatitudine se si fosse condotta una vita consapevole e dedicata ai valori cristiani.

Dante sceglie di utilizzare il genere letterario della Commedia, genere che nella letteratura medievale era la poetica dallo stile medio, a metà fra il registro aulico della tragedia e quello basso e grezzo dell’elegia, per far sì che la sua opera possa essere recepita in modo quanto più universalmente possibile, guidato da un desiderio di totalità e reciprocità tra la materia e lo stile.

Nella Divina Commedia ritroviamo perciò uno stile misto, con versi dell’inferno dal linguaggio molto prosaico contrapposti a passaggi del paradiso ricercati e solenni. Il genere della commedia diventa così il genere principe del volgare, prima identificato solo come la lingua de componimenti tragici riconosciuti nella canzone.

Per scrivere la Commedia Dante impiegò molti anni della sua vita, iniziò a comporla a partire dal 1304 e riuscì a terminarla solo poco tempo prima di morire. La prima edizione a stampa dell’opera vide la luce l’11 aprile 1472 a Foligno. Il Sommo Poeta strutturò il suo capolavoro dividendolo in tre Cantiche, rispettivamente Inferno, Purgatorio e Paradiso, ognuna delle quali suddivise in trentatré canti, più un trentaquattresimo che serviva da introduzione e si richiamava al proemio dell’epica classica.

Le tre Cantiche ripercorrono un percorso di caduta, di riscatto e infine di salvezza, una guida affinché ogni uomo possa attraverso l’espiazione delle proprie colpe arrivare a contemplare Dio. L’Inferno di Dante è un’allegoria della corruzione e dell’avidità che pervade la società comunale volta esclusivamente al profitto e viziata da comportamenti peccaminosi e povertà intellettuale.

La critica più feroce è verso le due più grandi figure istituzionali della sua epoca, il Papa e l’Imperatore, che persi nella lotta politica per il potere hanno dimenticato la loro missione di guida dell’uomo. Il Purgatorio è l’unica delle tre cantiche ad essere organizzata secondo una prospettiva temporale, come sulla Terra vi si alternano il giorno e la notte; il paesaggio e la stessa condizione psicologica dei personaggi rispecchia il mondo di Dante.

In questa cantica l’uomo riceve gli esempi necessari per riconoscere e superare i suoi errori e lavorare così per la sua redenzione sociale ed individuale. Nel Paradiso è raggiunto invece il più alto livello di concordia ed armonia, un esempio di socialità perfetta, ad esso è spesso assegnato l’epiteto di Roma Celeste, essendo Roma imperiale l’esempio più perfetto dell’organizzazione sociale e politica. La terza ed ultima cantica propone perciò una sorta di utopia politica a cui si può giungere ritornando a vivere secondo il Vangelo e l’esempio di Cristo.

Complessi e studiati principi sono alla base della Commedia. Dante lavorò con grande impegno allo studio della numerologia e alla relativa applicazione alla sua opera, dando così maggior risalto al significato escatologico e provvidenziale della Commedia. L’organizzazione strutturale dell’opera ruota attorno al numero 3, che nella tradizione cristiana è il numero della Trinità.

L’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso sono le tre cantiche in cui è divisa l’opera, a loro volta suddivise in canti, trentatré per ognuna, più uno introduttivo inserito al principio dell’Inferno. Il totale dei canti è quindi 100, altro numero perfetto.

Tre sono anche le guide che accompagneranno Dante nel suo viaggio, Virgilio come simbolo della ragione, Beatrice a immagine della Grazia e San Bernardo che rappresenta il misticismo della Fede. Quando Dante arriva alla visione di Dio il numero tre ritorna prepotente: Dio è infatti pura luce che si presenta al poeta in tre cerchi concentrici di tre colori diversi, bianco, rosso e verde.

Altro numero che ricorre nel testo dantesco è il numero 7, rappresenta la perfezione umana, più specificatamente rappresenta il numero delle possibilità dell’uomo. È inoltre legato alla religiosità cristiana in molti modi: sette sono i giorni della Creazione, come sette sono i pianeti del sistema solare creato da Dio. Nella commedia il Purgatorio è suddiviso in sette cornici ognuna delle quali rimanda ad uno dei sette peccati capitali.

Anche il numero 9, quadrato di tre e simbolo di cambiamento e di crescita, ha un ruolo privilegiato all’interno della Commedia, nove sono i gironi infernali così come nove sono i cieli del Paradiso.

Sebbene Dante sia il protagonista indiscusso della sua Commedia non dobbiamo dimenticare che nell’intera opera un altro personaggio è assolutamente importante: si tratta di Beatrice, la donna amata da Dante nel ruolo di Donna-angelo, figura salvifica che permette al poeta di portare a compimento la sua redenzione. Già Boccaccio nei suoi studi sulla figura dantesca identificava Beatrice con Bice Portinari, figlia di Folco Portinari e moglie di Simone de Bardi, nata a Firenze nel 1266 ca e morta, probabilmente dando alla luce il suo primo figlio, nel 1290.

La donna, a cui Dante aveva già dedicato La Vita Nuova, ricopre nella Commedia il ruolo di potenza che permette al poeta di elevarsi spiritualmente il cui amore terreno viene sublimato in un sentimento più spirituale e trascendente, un amore per il Divino nella sua totalità. Nell’opera dantesca Beatrice è soggetto attivo; la ritroviamo già nel II canto dell’Inferno quando supplica Virgilio di fare da guida al Sommo Poeta, ma il suo trionfo come figura salvifica è ben sottolineato nel XXX canto del Purgatorio quando arriva in trionfo su carro trainato da angeli, simbolo della Chiesa.

La donna è vestita di un velo bianco su cui è posta una corona d’ulivo, l’abito è rosso e sopra di esso porta un mantello verde. I colori non sono casuali, infatti essi richiamano le tre virtù teologali, virtù che grazie alla guida di Beatrice, mezzo attraverso cui la grazia divina si può rivelare a Dante, potranno essere finalmente apprese appieno dal Sommo Poeta.

La donna è colei che salva il Poeta, l’amore assume un aspetto trascendente, il sentimento si eleva al di sopra della semplice passione, in una comunanza di spirito che salva Dante dalla perdizione e lo porta alla consapevolezza dell’immensa grandezza di Dio e della necessità della Fede per comprendere nella loro interezza i misteri della vita umana.

Un episodio della Commedia dall’indubbia importanza allegorica e spirituale è l’arrivo di Dante di fronte alla porta dell’Inferno. Proprio per questa sua rilevanza all’interno della storia la scena è stata rappresentata sul rovescio della medaglia celebrativa dedicata al genio fiorentino.

Nel Canto III dell’Inferno il poeta descrive il suo sostare davanti alla porta. Sul portale è incisa una frase dal colore molto scuro. Le parole sono inquietanti l’ultima frase “Lasciate ogne speranza, o voi ch’intrate” instilla nel Sommo Poeta un sentimento di timore che lo fa tentennare di fronte al dovere di varcarne la soglia ed entrare nell’oltretomba.

Virgilio che ha assunto su di sé il ruolo di guida di Dante lo sprona ad abbandonare ogni forma di esitazione e ad entrare nel mondo della “perduta gente”, il luogo dove le anime dei dannati scontano la loro eterna punizione. Sono inoltre citati “la divina potestate, la somma sapienza e ‘l primo amore” che richiamano gli elementi della Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, simboli della giustizia divina, dalla quale è originata anticamente la porta. Essa è eterna perché nata quando esistevano solo esseri eterni, l’inferno infatti nacque dopo la caduta di Lucifero e la nascita del male.

La scena della porta dell’Inferno e di Dante di fronte ad essa è un chiaro richiamo all’episodio della discesa agli Inferi di Enea, narrato da Virgilio nell’Eneide. Così l’artista fiorentino rende omaggio al suo mito letterario, ponendosi allo stesso tempo come un nuovo eroe, un uomo che affronta le difficoltà del suo tempo e riesce, tramite un percorso di purificazione, ad arrivare alla conquista della più alta forma di felicità: beneficare del potere salvifico di Dio.

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